Gestione Aziendale
Uomini e macchine «a braccetto», serve un piano di re-skilling
di Gianni Rusconi
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Per l’87% dei business leader italiani, e nel complesso per l’82% dei 3.800 decisori aziendali censiti su scala globale, le persone e le macchine (apparati connessi, dispositivi, sistemi…) saranno un team di lavoro unico e integrato. Quando? Entro i prossimi cinque anni. L’assunto, molto forte nella sua sostanza, arriva da una recente ricerca («Realizing 2030: The Next Era of Human-Machine Partnerships») condotta da Vanson Bourne per conto di Dell Technologies e centrato sulla collaborazione tra questi due mondi e le prospettive di sviluppo future dettate dalla trasformazione digitale.

La partnership tra uomo e macchina, insomma, è avviata a diventare un sodalizio inossidabile, sfruttando gli ulteriori passi in avanti della tecnologia. Alcuni settori verticali sono più avanti di altri, come per esempio l’industria dell’oil & gas e della life science, ma anche altri comparti meno reattivi, come il retail, sono proiettate verso il rafforzamento di questo sodalizio.

«Siamo ormai nel vivo della quarta rivoluzione industriale - ha commentato in proposito Marco Fanizzi, VP & GM Enterprise Sales di Dell Emc Italia - e l’integrazione tra uomo e macchina non è più una previsione. È qualcosa che sta accadendo, ora, e che non può far altro che continuare a svilupparsi, anche in Italia, dove può rappresentare una vera e propria svolta dal punto di vista della competitività delle produzioni. Questo processo di integrazione, però, va gestito accuratamente sotto molti aspetti, soprattutto dal punto di vista della formazione e delle competenze tecnologiche, per cui serve grande focalizzazione a livello nazionale per un piano di re-skilling dei lavoratori».

Smentiti quindi tutti gli scettici che avanzano remore sulla pervasività totale e quasi dell’intelligenza artificiale, dei sistemi di apprendimento automatici e dei robot? Non esattamente. Il pessimismo circa lo status attuale della trasformazione digitale è ancora diffuso e solo il 27% dei business leader oggetto di indagine vede le nuove tecnologie già integrate in tutte le attività svolte. Sorprende, quindi, apprendere che l’Italia sia il Paese più ottimista in questo senso, con il 38% dei manager intervistati che si dicono invece convinti dell’avvenuta trasformazione in tutte le attività che riguardano l’azienda, rispetto al 17% del Giappone.

Un dato che non riflette la reale situazione che stanno vivendo le imprese della Penisola? Probabilmente sì. Certo è che, per la business community italiana, tra le barriere più grandi da superare per completare il processo di digitalizzazione vi sono una forza-lavoro ancora non pronta a questo passo in avanti (voce citata nel 57% dei casi) e la mancanza di visione strategica (nel 56%).

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