Imprenditoria
Silicon Valley: la meta irrinunciabile per le imprese europee più ambiziose
di Cornelius McGrath *
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Se si osservano attentamente le aziende tecnologiche europee dalle performance migliori si individua chiaramente un trend. No, non stiamo parlando di investitori, di tipi di aziende, di dimensioni delle società o dei loro prodotti. La caratteristica che le contraddistingue è geografica: la maggior parte delle migliori aziende tecnologiche hanno stabilito i loro quartieri generali nella Silicon Valley. Negli ambienti tecnologici, queste imprese europee sono note col termine di «dual company»: trasferiscono i loro quartieri generali, ma spesso mantengono una forte presenza operativa nei paesi nei quali sono state fondate, così da poter sfruttare manodopera esperta a basso costo.

Secondo Mind The Bridge, la società di consulenze globali per l’innovazione, l’82 per cento delle dual company europee ha ormai la propria sede principale negli Stati Uniti e più del 40 per cento ha aperto uffici direzionali nella Silicon Valley. Stranamente, le dual company sono anche alcune delle imprese tecnologiche a più rapida espansione in Europa e con prestazioni di ottimo livello. Se osserviamo le aziende europee che dal 2010 hanno messo insieme tra il milione e i cento milioni di dollari in finanziamenti, notiamo che una su sette ha trasferito all’estero il suo QG. Nel caso di quelle che hanno messo insieme finanziamenti per più di 100 milioni di dollari, la percentuale passa a una su quattro. Si tratta di una mera coincidenza? Non credo.

Marten Mickos, direttore esecutivo di HackerOne, una società di sicurezza che collauda i sistemi informatici delle multinazionali di tutto il mondo, dice che la ragione è semplice: tutto dipende dall’accesso alle opportunità. «Il mercato è lì», dice Mickos, imprenditore seriale finlandese che quindici anni fa ha attraversato l’Atlantico. «La Silicon Valley non è soltanto il luogo nel quale le aziende tecnologiche sono fondate: lì le società europee hanno accesso a clienti che non vedono l’ora di sperimentare nuovi prodotti e nuovi servizi», dice. HackerOne è la sua nona start-up. In precedenza, Mickos era a capo di MySQL, un’azienda da lui cofondata in un garage e venduta a Sun Microsystems per un miliardo di dollari. Si è trasferito nella Silicon Valley nel 2003.

«Quel posto ci ha spalancato un mondo nuovo, fatto di opportunità di lavoro. Fin dai primissimi giorni i nostri clienti erano già tutti lì, e così pure tutti i nostri partner più importanti, quelli che già avevamo e quelli potenziali. I finanziamenti erano lì. E sempre lì c’era un pool di talenti straordinari. In Scandinavia pochi capiscono come utilizzare un software open source. Ma nella Silicon Valley lo capiscono tutti».

Non è un mistero il fatto che questa migrazione sia in buona parte dovuta all’accesso inadeguato in Europa al capitale per la crescita. Una volta che le aziende europee raggiungono un certo livello di maturità, sono costrette a guardare altrove per ottenere i finanziamenti necessari alla loro espansione. E non c’è miglior posto degli Stati Uniti per trovare il capitale necessario a crescere. Malgrado la sua popolazione numericamente inferiore, rispetto all’Europa gli Usa hanno un capitale di 14 volte superiore per le operazioni later-stage: così dice Atomico, un investitore internazionale in tecnologia che ha sede nel Regno Unito. Non sorprende dunque che le aziende europee che spiccano il balzo non siano soltanto tra quelle dalle performance migliori, ma che finiscano anche col mettere insieme le somme di denaro più consistenti.

Secondo Mind The Bridge, le dual company europee riescono a raccogliere capitali superiori del 30 per cento rispetto alle aziende che per i loro finanziamenti fanno affidamento su investitori in patria. Alberto Onetti, presidente di Mind The Bridge, concorda su un fatto: le opportunità nella Silicon Valley sono immensamente maggiori.

Risto Lahdesmaki, capo di Idean, un’azienda di design e strategia globale acquisita quest’anno da Capgemini, è un altro imprenditore che è stato costretto a uscire dal suo ambiente nazionale per trovare il successo. Anche lui di origini finlandesi, ha diretto Idean per un decennio prima di trasferirla a Palo Alto nel 2011. All’epoca Lahdesmaki non aveva finanziamenti e il suo staff contava soltanto pochi designer. Non ha dubbi in proposito: se non si fosse trasferito, Idean non sarebbe sopravvissuta. La forza della Silicon Valley secondo lui sta sia nella mentalità predominante, sia nel capitale o talento che vi si trova. Lì c’è un numero abbastanza cospicuo di persone che «credono che è positivo cercare di migliorare il mondo. Non ho riscontrato nulla del genere né in Finlandia, né in Europa, né da nessuna altra parte», dice.

È difficile capire in che modo l’Europa possa competere con gli Stati Uniti, per lo meno a livello culturale e di capitali. Tuttavia, almeno tra questi imprenditori europei, è viva la sensazione che, seppur lentamente, ci si stia muovendo nella direzione giusta. «La buona notizia è che l’Ue è un mercato molto più grande di quello degli Usa – parliamo di 500 milioni di abitanti –, ha un eccellente potere d’acquisto e un mix assai ampio e variegato di competenze che non necessariamente si trovano altrove», sintetizza Mickos. «Le opportunità imprenditoriali si stanno allontanando dal semplice software o dall’hi-tech, e interessano tutti gli aspetti della vita. In questi nuovi settori, credo che l’Ue possa assicurare prestazioni eccellenti e consistenti rispetto alla Silicon Valley».

Al momento, tuttavia, chi può criticare gli imprenditori europei che hanno fondato un’azienda e trasferiscono il loro sogno negli Stati Uniti? Far crescere un’azienda in Europa per renderla stabile e grande può essere difficile: già è abbastanza complicato dar vita a una strategia di crescita e di immissione sul mercato, figuriamoci farlo in una decina di paesi diversi dove si parlano molte lingue differenti. Come dice Onetti, «attraversare l’oceano è più facile che attraversare le Alpi».

* L’autore è un imprenditore nato nel Regno Unito che si è stabilito negli Stati Uniti e si occupa di istruzione e del futuro del lavoro.

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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