Imprenditoria
Il boom delle start-up nigeriane attira investimenti dall’estero
di Matthew Green
Img Description

Anche se lo si osserva di sfuggita o a occhi semichiusi, il vivace quartiere Yaba di Lagos assomiglia ben poco a Shoreditch, il cuore hipster londinese del panorama delle start-up. Eppure, proprio questo è il paragone che fa ’Bosun Tijani quando parla di Nigeria e dell’opportunità, che si presenta una sola volta per generazione, di investire nei futuri colossi della tecnologia africana. Tijani è il direttore esecutivo di Co-Creation Hub, un incubatore di aziende e imprese sociali a Yaba. Tijani è sia un osservatore, sia un protagonista dell’esplosione dell’economia digitale nigeriana, viste le centinaia di imprese lanciate negli ultimi tre anni.

«Oggi c’è una massa critica di persone che crede di poter creare un’impresa sostenibile e di successo», ha detto Tijani l’ultimo giorno dei cinque passati a visitare altrettante città per incontrare investitori in Europa. «Sul mercato stanno iniziando ad arrivare capitali di una certa consistenza». I venture capitalist stanno notando una vera e propria ondata di imprenditori che operano su internet, tra i quali società di pagamento senza contanti, social network e aziende per la vendita al dettaglio. I finanziatori più agguerriti vedono il settore come un modo per sfruttare la crescita in un mercato di 186 milioni di persone senza correre il rischio di impantanarsi nella politica dei grandi progetti energetici o infrastrutturali, o di cadere in ostaggio dei prezzi petroliferi.

«Quello che mi pare veramente magico della tecnologia è che ha dimostrato una crescita del tutto disgiunta dal ciclo del Pil» dice Pule Taukobong, partner presso South Africa’s CRE Venture Capital, che sostiene le start-up nigeriane. «Siamo molto entusiasti perché l’occasione di diventare una testa di ponte in direzione di quello che sta accadendo si presenta una sola volta per generazione. E noi ci siamo dentro».

Gli imprenditori che creano soluzioni stanno per diventare una componente fondamentale del futuro dell’Africa. Anche altri concordano su questo. Secondo VC4A, una comunità online di investitori e imprenditori che concentrano i loro interessi sull'’frica, in media l’investimento garantito alle start-up nigeriane è passato dai 57mila dollari del 2015 ai 73mila di quest’anno, e appena poco più del 40 per cento deve essere in grado di procurarsi capitali esteri. I fattori che hanno contribuito a mettere in moto il settore sono numerosi. Internet è affidabile e sempre più disponibile ovunque; le aziende di telecomunicazioni hanno aumentato al massimo la capacità di raccogliere informazioni, mentre le nuove società di pagamento hanno reso sicure le transazioni online.

Un mattino di pochi giorni fa presso Co-Creation Hub, alcuni giovani nigeriani erano intenti a lavorare su alcuni laptop su scrivanie allocate a varie start-up, tra le quali LifeBank che aiuta gli ospedali a reperire sangue e prodotti medici; Mamalette, un’azienda sociale per madri in attesa, e Truppr, uno strumento che serve agli utenti a scoprire eventi riguardanti il fitness. Tra le aziende dell’hub che hanno sfondato c’è anche We­cyclers, un’azienda che usa rimorchi per bicicletta per aiutare gli abitanti di Lagos a guadagnare qualcosa riciclando. L’effervescente panorama delle start-up sta attirando l’attenzione delle società tecnologiche occidentali. Nel 2016, quando ha visitato per la prima volta l’Africa sub-sahariana, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha fatto tappa sia a Co-Creation Hub sia ad Andela, un’azienda cofondata dall’imprenditore statunitense Jeremy Johnson. E la Chan Zuckerberg Initiative ha scelto proprio Andela per il suo primo investimento nel settore privato.

Johnson, 33 anni, ha fondato Andela dopo aver intuito la possibilità di creare migliaia di posti di lavoro in Africa gestendo un programma che scopre sviluppatori di software “geniali” che lavorano da remoto per aziende americane ed europee. «In Africa c’è una bella differenza tra percezione e realtà» dice. «In questo caso, direi che l’entusiasmo è davvero sensato in rapporto a quello che sta accadendo e a quello che è possibile che accada». Le potenzialità sono quanto mai chiare nei servizi finanziari. Flutterwave, un’azienda che sta creando un’infrastruttura panafricana per pagamenti online, nella seconda metà dell’anno scorso ha curato transazioni per 200 milioni di dollari. Tra gennaio e giugno di quest’anno ne ha curate già per 1,3 miliardi di dollari.

Anche Paystack, che aiuta le imprese ad accettare transazioni online, sta crescendo rapidamente: è stata la prima agenzia nigeriana a entrare nell’acceleratore californiano Y Combinator, dove ha messo insieme la bellezza di investimenti per 1,3 milioni di dollari. «Ci sforziamo tutti i giorni di pensare a come rendere più facile per le persone iniziare ad accettare pagamenti», dice Shola Akinlade, cofondatore di Paystack.

Nondimeno, Kola Aina, che l’anno scorso ha aperto l’acceleratore Ventures Platform ad Abuja, teme che gli imprenditori digitali esperti e navigati siano ancora pochi. «Sì, le opportunità ci sono, ma dobbiamo fare molto di più per sviluppare i talenti», ha detto. Anche se sempre più investitori scommettono sulla tecnologia nigeriana, Aina dice che i capitali nell’ordine dei centomila dollari-un milione sono ancora scarsi. Anche prendere in prestito capitali è un problema, tenuto conto degli alti tassi di interesse imposti dalle banche nigeriane. Malgrado ciò, le ambizioni dei giovani nigeriani sono chiare ed evidenti: stanno creando opportunità che i cosiddetti «padrini politici» che tirano le fila dei politici nigeriani eletti non riescono ancora ad afferrare. «Abbiamo sperimentato la democrazia e speriamo per sempre» dice Aina. «Penso che gli imprenditori che creano soluzioni diventeranno una componente fondamentale del futuro dell'Africa».

Un caso di studio è quello di una start-up software che mette in contatto tra loro i programmatori locali e i brand globali.

Quando ha sentito dire che un’azienda pagava la gente affinché imparasse a scrivere codici informatici a livello internazionale, ha ipotizzato che si trattasse di una delle famigerate e-mail spam che arrivano dalla Nigeria. A quel punto, Tolulope Komolafe, neo laureata in informatica, ha deciso di saperne di più di Andela e ha presentato domanda di iscrizione a uno dei programmi di formazione e istruzione dell’organizzazione. Da quando ha aperto i battenti a Lagos nel 2014, Andela – che si vanta di ammettere in proporzione meno candidati di Harvard – ha ricevuto domande di ammissione da più di 40mila ingegneri software nigeriani. Finora ne sono stati ammessi poco meno di 300 e la ventisettenne Komolafe è stata tra i primi. Del periodo di formazione dice che è stato molto “intensivo”, «qualcosa in cui ti devi buttare con ogni tua risorsa».

Una volta aperti altri centri in Kenya e in Uganda, Andela punta a individuare personale africano con grandi capacità e attitudine alla programmazione, per poi dare loro le competenze tecniche e lo spirito di squadra necessari a lavorare da remoto per grandi società tecnologiche in Occidente. Tra i suoi partner vi sono colossi del mondo hi-tech come Ibm e Microsoft, ma anche start-up come Everplans, una piattaforma per la programmazione del fine vita con sede nel quartiere Flatiron di New York: al suo software ha lavorato proprio Komolafe dagli uffici di Andela a Lagos. Con posti di lavoro vacanti per programmatori che nei paesi industrializzati superano di gran lunga il numero degli aspiranti candidati, Andela crede di aver saputo fare breccia su soltanto una minima percentuale della domanda potenziale.

«Stiamo ancora cercando di colmare il problema del divario delle competenze tecnologiche», ha detto Nadayar Enegesi, uno dei cofondatori di Andela, parlando presso una delle sedi dell’azienda a Lagos, piena di decine di programmatori chini sulle tastiere in un silenzio quasi surreale. Jeremy Johnson, un imprenditore statunitense che ha cofondato e sviluppato Andela, dice che l’azienda sta incentivando un’evoluzione più generale dell’intero settore hi-tech nigeriano, dove le aziende di pagamento online e di vendite al dettaglio hanno spianato la strada a una rapida crescita dell’e-commerce.

Anche il governo è soddisfatto: il presidente Muhammadu Buhari ha parlato di Andela in ben tre discorsi. Benché l’azienda si basi sul principio secondo cui «il talento è distribuito equamente» tra paesi ricchi e paesi poveri, Johnson sottolinea che questo principio non fa dell’azienda un ente di beneficenza. «In genere le aziende non lavorano con noi perché sono interessate ad avere un impatto a livello sociale, ma perché hanno bisogno di veri talenti», dice Johnson. Ora che si avvicina alla fine del ciclo di formazione quadriennale per ingegneri organizzato da Andela, Komolafe sta passando in rassegna le offerte di lavoro in altre start-up e spera di poterne presto fondare una. «Quattro anni fa, la maggior parte della popolazione probabilmente avrebbe detto: vorrei lavorare in banca, o alla Shell o alla Chevron. Oggi invece c’è sempre più gente che afferma di voler lavorare come programmatore, perché solo così si può indurre un cambiamento. E, in tutta onestà, posso affermare che quello che faccio aiuta concretamente il prossimo».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti )

Hai raggiunto il limite di 10 articoli gratuiti disponibili questo mese.
Abbonati a Il Sole 24 Ore Mobile per avere accedere illimitatamente a tutti i contenuti del sito mobile
Inserisci il tuo numero di cellulare per attivare l'offerta o, se sei già abbonato, per continuare a leggere.
Altre informazioni