Lavoro
Colf, braccianti, muratori: ecco i lavori che sparirebbero senza gli immigrati
di Francesca Barbieri
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Colf, baby sitter, badanti. Ma anche venditori ambulanti, operai specializzati, artigiani edili. Sono questi i profili che spiccano nella top ten dei mestieri a maggior presenza di lavoratori stranieri, che dal 2008 al 2017 sono passati da 1,7 a 2,4 milioni (+41%). Nello stesso periodo, così, il peso della componente straniera sul totale degli occupati in Italia è passato dal 7,3% al 10,5 per cento, secondo le elaborazioni realizzate dalla Fondazione Moressa su dati Istat (contenute nel Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione, che verrà presentato a Palazzo Chigi il prossimo 10 ottobre).

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Oggi, in base agli ultimi dati disponibili riferiti al 2016, il contributo al Pil degli stranieri è di oltre 130 miliardi di euro, pari al 9% della ricchezza nazionale.

I trend dal 2008 a oggi
Il tasso di occupazione degli stranieri dalla crisi del 2008 a oggi è sempre stato maggiore di quello degli italiani. «Un caso quasi unico in Europa - spiega Chiara Tronchin, ricercatrice della Fondazione Moressa - dovuto principalmente alla normativa sull’immigrazione e alla forte quota di italiani inattivi, soprattutto donne e al Sud». Oggi, in base ai dati del secondo trimestre del 2018 gli stranieri occupati sono il 62,2%, mentre gli italiani sono il 58,7 per cento.

La top ten dei mestieri: due binari paralleli
Osservando la distribuzione degli occupati italiani e stranieri per tipologia di lavoro emerge chiaramente la differenza tra i due gruppi.
La maggioranza degli stranieri è occupata in lavori di media e bassa qualifica. In particolare, oltre un terzo degli immigrati (34%) svolge professioni non qualificate. Il 28% degli stranieri ricopre funzioni da operaio specializzato e solo il 7% è un professionista qualificato. Quattro italiani su 10 invece ricoprono ruoli qualificati e tecnici, il 31% è impiegato o addetto alle vendite nel commercio e nei servizi, il 22% è operaio o artigiano, mentre l’8,3% è rappresentato da personale non qualificato.

Colf e badanti: sono i due mestieri in cui la presenza degli stranieri è al top, mentre quella degli italiani è ridotta al lumicino. Sette colf su dieci non sono italiane, al pari del 57% delle badanti. Due lavori, questi, che gli italiani sembrano snobbare. «La maggior parte dei lavoratori nel campo dell’assistenza alle famiglie - conferma Gianni Scaperrotta, direttore generale dell’agenzia Articolo1 specializzata nel recruiting di questo tipo di figure - arriva dai Paesi dell’Est Europa e prima di cominciare il lavoro spesso seguono dei corsi di formazione mirati».

Tra i venditori ambulanti, invece, è un testa a testa: gli stranieri sono 47%, gli italiani al 53 per cento. Gli italiani invece svettano nelle professioni tecniche, tra i docenti delle scuole superiori, tra informatici, matematici e contabili.

«L’elevata segregazione occupazionale degli immigrati - sottolinea Tronchin - viene evidenziata anche dal fatto che le prime 10 professioni per specializzazione di stranieri raggruppano il 52% degli occupati stranieri, mentre le prime 10 degli italiani solo il 17% degli occupati italiani».
Se a livello generale gli occupati stranieri rappresentano (come detto) il 10,5% del totale, questa incidenza sale al 30,4% tra gli operai edili, al 32% tra i braccianti agricoli e addirittura al 69% tra i collaboratori domestici. «In altri termini - aggiunge Tronchin -, senza la manodopera immigrata scomparirebbero badanti, colf, braccianti agricoli, muratori e manovali, professioni poco appetibili per i giovani italiani».

In Italia sono occupate 9,5 milioni di donne e di queste oltre 1 milione sono straniere (con un'incidenza dell’11,3%). Le prime 4 occupazioni per specializzazione straniera occupano il 62% delle occupate straniere. Tra le collaboratrici domestiche (colf), le straniere sono il 66%; tra le “badanti” il 57,4%.

«La crisi economica ha evidenziato alcuni rischi di competizione al ribasso tra lavoro degli immigrati e lavoro dei cittadini italiani delle classi sociali più basse - commenta Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale dell’università Cattolica di Milano - ma come mostrano i dati della Fondazione, il lavoro tende ad essere più complementare che sostitutivo». Un lavoro legato ai servizi per le famiglie, in risposta all’aumento degli anziani, assorbito in prevalenza da settori che difficilmente troverebbero manodopera senza immigrazione. «Nella prospettiva di un Paese che vuole tornare a generare sviluppo, in uno scenario demografico che vedrà ancor più invecchiare la popolazione e ridurre le fasce d'età lavorative centrali - aggiunge Rosina - l'immigrazione va considerata un fattore strategico a sostegno dei processi di crescita. Ma questo solo a condizione di inserimento positivo dell’immigrazione all’interno di un piano di sviluppo solido e coerente del Paese, che consenta sia di tutelare gli immigrati dal rischio di sfruttamento, sia di contribuire ad alimentare un circuito virtuoso in cui lavoro crea lavoro e allarga la torta per tutti».

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