Vino
Italia-Francia giocata col vino: chi esporta di più, chi «vende» meglio
di Francesco Prisco
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Triste il Mondiale senza Italia? Cosa dareste per vedere gli azzurri impegnati ai quarti di finale al posto dell’Uruguay, a sfidare i cugini francesi, rivali di sempre? Con il calcio certe soddisfazioni, quest’anno, non possiamo togliercele. E allora «giochiamo» con quello che ci rimane: il vino, per esempio, prodotto di punta dell’industria agroalimentare tricolore e transalpina. Neanche in questo caso, tuttavia, il confronto è troppo lusinghiero per i colori azzurri: ne esce fuori che l’Italia esporta più della Francia per quanto riguarda i volumi, ma in valore l’export francese è una volta e mezzo quello italiano.

I dati del Food Industry Monitor
Lo rivela l’edizione 2018 di The Food Industry Monitor, l’Osservatorio sulle prestazioni delle aziende italiane del settore agroalimentare elaborato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo in collaborazione con gruppo Banca del Ceresio. Che parte dai numeri: l’Italia, a fronte di una produzione da 50,1 milioni di ettolitri, esporta 20,6 milioni di ettolitri; la Francia produce 43,5 milioni di ettolitri e ne esporta 14 milioni. Partita vinta nettamente dagli azzurri? Neanche per sogno: la differenza la fa il prezzo medio a litro che, nel caso dell’Italia, ammonta a 2,7 euro e in quello della Francia sale a 5,8 euro. Risultato: l’export francese vale 8,2 miliardi mentre quello italiano non supera i 5,6.

La scommessa della qualità
«La differenza non la fanno i quantitativi prodotti - spiega Carmine Garzia, coordinatore scientifico dell’Osservatorio e professore di Management dell’Università di Pollenzo - quanto piuttosto la “capacità di vendere”. E in questo specifico ambito abbiamo tantissimo da imparare dalla Francia, per tutta una serie di ragioni». Che vanno dalla capacità di rendere remunerativa la qualità al peso specifico delle filiere. «L’Italia - sottolinea il docente di Management - insiste molto sulla quantità, la Francia lavora su una classificazione molto più rigorosa del prodotto di qualità. Il nostro prodotto, sui mercati internazionali, si presenta spesso in modo disomogeneo. E ciò costituisce un gap di competitività».

Grandi solisti ma poco gioco di squadra
Il sistema Italia del vino ha grandi solisti, ma fa «poco gioco di squadra» rispetto alla Francia. «Per dirne una: il prezzo, nel caso della vendita oltre confini dei nostri vini, lo fanno fanno gli importatori. Nel caso della Francia - secondo Garzia - sono gli stessi consorzi dei produttori a stabilire il prezzo. Questo aiuta a capire bene a che punto della filiera si fermano i margini che il prodotto genera». E il confronto tra le aziende italiane e quelle del resto del mondo la dice lunga. Il primo gruppo vitivinicolo a livello globale è l’americana Constellation Brands con 6,9 miliardi di dollari di fatturato. Tra le aziende top 15 per giro d’affari non appare neanche un player italiano, ma in compenso ci sono quattro società francesi. Il primo gruppo italiano di settore è Giv con 365 milioni di fatturato.

La Cina deve diventare più vicina
In che direzioni potrebbe crescere l’export italiano? I principali mercati di riferimento sono gli Stati Uniti, con 1,4 miliardi di controvalore, Germania (984 milioni) e Gran Bretagna (810 milioni). La Cina, potenza economica emergente, è il nostro undicesimo mercato, con 129 milioni di prodotto importato. «Inconcepibile - secondo Garzia - che la Cina, con le sue immense potenzialità, si piazzi dietro Danimarca e Olanda. È qui che bisogna lavorare». La filiera è avvisata.

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