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Quella stabilità da public company che ancora Tim non ha trovato
di Antonella Olivieri
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Public company Telecom non sarà mai, finchè avrà un azionista alla soglia dell’Opa, come è Vivendi. E non basta un consiglio con la maggioranza fatta tutta da numeri 1 indipendenti a evitare le ambiguità di una governance transgenica. Dove la minoranza del cda, oltre ad avere le tutele delle minoranze, ha anche quelle che le derivano dal fatto di essere una maggioranza relativa nell’azionariato, forte di una quota del 23,94%.

Tra l’armamentario legale a disposizione del socio che controlla oltre un quinto del capitale, c’è la possibilità di proporre a ogni assemblea di bilancio, e senza preavviso nell’ordine del giorno, la revoca degli amministratori e l’azione di responsabilità che, se approvata, farebbe immediatamente decadere il cda. Ed è probabilmente questo il motivo per il quale l’indipendenza degli amministratori di maggioranza, almeno per ora, non è destinata a essere insidiata dall’attribuzione di deleghe personali.

La nuova governance comincerà comunque a prendere forma oggi con la costituzione dei comitati, gli stessi di prima - comitato strategico, controllo e rischi, nomine e remunerazione (per quest’ultimo le voci danno per probabile alla presidenza il top manager di Fca Alfredo Altavilla) - con l’aggiunta di un comitato per i rapporti con parti correlate. E con l’esercizio dei poteri collegiali del consiglio, cui, in primis, spetta il compito di verificare l’adeguatezza della struttura organizzativa e l'esistenza di adeguati presidi di gestione e valutazione rischi. Con ciò la maggioranza ha potenzialmente in mano la possibilità di “correggere” la formazione della squadra selezionata dall’ad Amos Genish che, da quando è arrivato in Telecom, ha cambiato volto all’organigramma di vertice.

Neppure, dunque, si può dare per assodata la stabilità manageriale, sebbene l’ad voluto dai francesi sia stato confermato, e con pieni poteri, dal nuovo cda. Genish, come tutti, dovrà essere messo alla prova dei risultati, ma l’insostituibilità non è un dogma, tanto più che, con l’avvicendamento alla guida di Vodafone, quest’autunno tornerà sul mercato un manager con competenze internazionali del calibro di Vittorio Colao.

Difficilmente comunque Telecom potrà recuperare quella stabilità che, nel dopo privatizzazione, non ha mai avuto, se non ci sarà un riassetto coerente con le premesse. O tornerà in sella Vivendi, la cui gestione passata non ha entusiasmato il mercato, o la quota di maggioranza relativa finirà a un terzo soggetto (magari un incumbent europeo) che detterà la linea. La public company - qualcosa di più simile a un’espressione di establishment come è Telefonica, che non invece alla formula anglosassone dell’azionariato diffuso - sarebbe probabilmente il meglio per Telecom, ma anche il percorso più irto di ostacoli. Senza contare che si può aspirare a conquistare in modo stabile un assetto da public company se si è leader e protetti da performance e dimensioni. Telecom - negli ultimi anni alla vana ricerca dell’Araba fenice - ha perso molto di quello che servirebbe a proteggerla. Basti ricordare che mentre la capitalizzazione di Vodafone sfiora i 60 miliardi (con il titolo che è quasi radoppiato negli ultimi dieci anni), quella di Telecom Italia supera di poco i 16 miliardi, includendo anche i 4 miliardi delle azioni di risparmio.

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