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Telecom, il destino della rete Tim in bilico tra spin-off e Ipo
di Antonella Olivieri
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Telecom smentisce che l’ad Amos Genish abbia parlato di separazione della rete al ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ha incontrato due volte nell’ultimo mese. Ma Calenda non fa marcia indietro e spiega che «la discussione oggi non è sul controllo della rete ma sulla struttura, se cioè debba essere una sola società o due». Con Genish, ha aggiunto il ministro, «abbiamo avuto una discussione molto costruttiva, penso stiano considerando tutte le diverse opzioni. Per quanto attiene l’interesse nazionale si tratta di avere una rete ancora più neutra». Il che coinciderebbe con quanto riferito da alcuni gestori che hanno partecipato giovedì scorso alla conference organizzata da Morgan Stanley a Barcellona, secondo i quali l’ad di Tim avrebbe detto che tutte le opzioni sulla rete sono sul tavolo.

Mentre il titolo prende il volo in Piazza Affari, recuperando quota 0,7225 euro: +4,48% in chiusura, dopo un massimo di 0,7345 euro, e una sospensione per eccesso di volatilità. Alla base del rialzo lo scenario dello spin-off, corroborato della notizia che il progetto di scorporo della rete sarà portato all’esame del consiglio, chiamato il 5 dicembre a discutere le linee strategiche del gruppo. A quanto risulta a «Il Sole-24Ore», gli uffici Telecom sono stati allertati proprio l’altro ieri per preparare un’informativa sui pro e i contro di un’ipotesi di separazione societaria della rete, un progetto che era già stato avviato nella fase finale della gestione di Franco Bernabè e che potrebbe, perciò, essere ripreso in mano e completato in tempi relativamente brevi.

L’apparente confusione è dovuta probabilmente al fatto che ancora non tutte le visioni sono allineate. Genish era arrivato in Telecom con la ferma convinzione che la rete fosse il cuore del core business dell’incumbent, esponendo la sua posizione sia al management interno, sia all’esordio con il mercato e con la stampa italiana. Lunedì 13 aveva spiegato che Tim non avrebbe impostato alcuna operazione finanziaria sulla rete e che comunque per andare oltre il modello di equivalence già adottato si sarebbe dovuto appurare prima che il livello di “neutralità” dell’infrastruttura non era sufficiente a garantire parità di trattamento a tutti gli operatori. Dalla frenata totale sulla societarizzazione della rete, si è passati pochi giorni dopo - appunto giovedì scorso - a un altro messaggio: «Telecom vuole il controllo della rete, ma non serve il 100%», aveva detto Genish alle agenzie internazionali a Barcellona. Il che presupporrebbe non solo di trasferire la rete in una società separata, ma di cederne anche una quota. Ben oltre quindi il modello di separazione funzionale che ha adottato British Telecom con Open Reach.

Cosa è cambiato nel frattempo? È possibile che l’azionista col controllo di fatto, Vivendi, che a sua volta fa riferimento a Vincent Bolloré, presidente e primo azionista della media company transalpina con quasi il 30% dei voti, stia considerando davvero tutte le opzioni e che il cambio di registro del management sia dunque da attribuire a questo. Tant’è che alcuni consiglieri (10 su 15 sono espressi dai francesi) hanno chiesto di portare la questione all’esame del cda già in calendario per il 5 dicembre. Il tutto in un contesto in cui Vivendi deve ancora risolvere il contenzioso con Mediaset e adempiere alle prescrizioni dell’Agcom che non consentono di mantenere il piede in due scarpe, in Tim e nel Biscione, col peso attuale. Da Parigi continua a filtrare la volontà di ricostruire un rapporto con il gruppo che fa capo a Fininvest, coinvolgendo anche Tim. Ma, a quanto risulta, tra tutte le opzioni sul tavolo di Bollorè c’è anche il piano di scissione, di cui ha dato conto «Il Sole-24Ore» il 30 luglio scorso, che, rimasto finora nel cassetto, potrebbe tornare d’attualità se il tentativo di riavvicinamento con Mediaset dovesse fallire. L’operazione consisterebbe nel distribuire le azioni della società della rete agli azionisti Telecom, che si troverebbero in mano due diversi titoli Telecom (uno della società dei servizi, l’altro della società infrastrutturale), permettendo nel contempo ai francesi di monetizzare una parte dell’investimento con la cessione delle azioni della rete, e dall’altra di rientrare forse sotto i tetti regolamentari per tornare all’attacco su Mediaset, prima che il peso politico di Silvio Berlusconi possa rafforzarsi con la verifica elettorale. Per Telecom, però, questo significherebbe perdere il suo asset portante e mettere a rischio, secondo stime interne, qualcosa come 20mila posti di lavoro in Italia. Non a caso i piccoli azionisti di Asati, che per la maggior parte sono anche dipendenti Telecom, hanno invocato una presa di posizione della politica: sì al modello Inwit, che porterebbe vantaggi finanziari senza ridimensionare il ruolo dell’incumbent, ma no secco alla scissione, che comprometterebbe il futuro del gruppo.

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