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Quanto manca alle Borse per rivedere i record? Alla Germania il 2%, all’Italia il 150%, al Giappone 28 anni
di Vito Lops
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A giorni la Borsa tedesca potrebbe ritoccare il massimo storico raggiunto il 10 aprile 2015, a quota 12.390 punti. Grazie al +5% messo a segno da inizio anno il listino azionario principale in Germania, il Dax , è a soli 2 punti percentuali dal ritornare laddove il territorio che ne segue è inesplorato. Lo stesso vale per le Borse di Londra e New York che sono a meno di un punto percentuale dal top che però hanno già aggiornato in questo 2017, qualche seduta fa.

Questi tre listini (Usa, Regno Unito e Germania) stanno vivendo il loro momento più alto. Ma non è così per tutte le Borse. Il Cac 40 di Parigi dovrebbe salire del 38% per riportarsi nella sua espressione più alta, quei 6.944 punti toccati il 4 settembre del 2000. Anche Piazza Affari dovrebbe fare un salto quantico nel tempo per respirare aria di record. Sono passati oltre 17 anni (era il 6 marzo del 2000) da quando il listino delle blue chip milanesi toccò 50.108 punti. Oggi naviga a quota 20.000: vuol dire che necessita di un balzo del 150% per mettersi in pace con la storia.

Ci sono poi casi ancor più eclatanti come quello della Borsa di Lisbona, a cui manca una performance del 226% per tornare in auge (o, se vogliamo, ha perso il 69% dai suoi momenti più felici) e quello della Borsa di Atene che dista il 905% dal picco che risale al 17 settembre del 1999.

A livello temporale c’è però chi batte la Grecia. L’indice Nikkei di Tokyo annovera la sua peak performance addirittura al 29 dicembre del 1989, 28 anni fa. Per riproporsi su quei livelli dovrebbe raddoppiare il proprio valore. Mentre alla Cina manca un +54% per riesplorare i massimi del 2015.

L’analisi dell’andamento delle Borse spesso aiuta a raccontare anche la storia economica e l’andamento dei singoli Paesi. Da questa speciale “classifica di distanza dei valori azionari dai picchi” possiamo ricavare che il Giappone sta pagando ancora la “giapponesizzazione” dell’economia, oppure che Stati Uniti e Germania sprizzano salute. Così come che Atene e Lisbona arrancano mentre l’Italia è ingessata, ancora lontana dal momento di massimo fulgore.

Non bisogna però commettere l’errore di associare algebricamente la Borsa di un Paese al cuore dell’economia di quel Paese. In un’economia sempre più globalizzata - dove le multinazionali dichiarano utili nei Paesi dove è più agevole ottenere risparmi fiscali - le carte si rimescolano un po’. E non sempre i listini sono rappresentativi dell’economia domestica. Ad esempio la maggior parte delle aziende quotate sul listino spagnolo hanno una forte connessione con l’economia brasiliana. Quindi se l’indice Ibex corre non è necessariamente detto che i cittadini spagnoli stiano, in quanto a standard di vita, correndo di pari passo.

Un altro fattore che può distorcere il collegamento tra una Borsa e lo stato di salute generale delle imprese domestiche riguarda il sovrappeso che un settore può avere nella composizione di un indice. Ad esempio il Ftse Mib di Milano - che calcola l’andamento ponderato dei 40 titoli più importanti - è sbilanciato sui titoli finanziari che hanno un peso superiore al 30%. Quindi se le banche se la passano male, l’immagine dell’intero listino ne risulta oltremodo penalizzata.

Il fatto che un indice non sia necessariamente lo specchio di un Paese emerge chiaramente anche dal confronto del Ftse Mib con il Ftse-Italia All Stare. Al primo, come detto, manca un +150% per rivedere i massimi. Al secondo - che annovera anche imprese più piccole, di media capitalizzazione, ma più rappresentative del tessuto produttivo italiano, occorre “appena” un 17% per tornare al picco del 20 luglio 2015.

twitter.com/vitolops

17 MARZO 2017
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