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Così si proteggono gli investimenti dal protezionismo dell’era Trump
di Maximilian Cellino
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Addio globalizzazione, benvenuti nel mondo dove le frontiere che si credeva abbattute per sempre tornano a rivestire un ruolo fondamentale nel separare i Paesi, anche e soprattutto nel mondo dell’economia e dei mercati. Niente come il motto «America first» con cui Donald Trump si è presentato al mondo interno è forse più adatto a impersonificare la tendenza verso il protezionismo: uno schema che si candida appunto per sostituirsi a decenni di marcia verso la globalizzazione e che ovviamente comporta anche una serie di scelte (non semplici) di riorganizzazione del portafoglio per l’investitore, piccolo o grande che sia.

«Come ci si protegge dal protezionismo?», viene dunque da chiedersi, e le risposte sono diverse e soprattutto complesse quando si guarda a quelle obbligazioni che rappresentano una fetta ancora preponderante dei risparmi degli italiani. Anzitutto è utile ricordare che le politiche protezionistiche sono quelle tese a favorire i produttori di beni e servizi nazionali a svantaggio della concorrenza straniera, attraverso l’imposizione di barriere all’entrata nel mercato interno che solitamente assumono la forma di dazi, imposte e trattamenti normativi meno favorevoli nei confronti delle importazioni e dei produttori esteri.

Un gioco «a somma zero»
A livello globale, come ricorda Ubs in uno studio pubblicato proprio oggi, misure del genere possono risolversi in un gioco «a somma zero»: l’eventuale applicazione da parte degli Stati Uniti di dazi per il 10% all’ingresso e di sussidi all’export di pari misura si tradurrebbe - secondo la banca d’affari elvetica - in un aumento del Pil americano dello 0,9% e in un contemporaneo rallentamento della crescita nel resto del mondo dello 0,4 per cento. La reazione ideale, sotto l’aspetto teorico, sarebbe quella di privilegiare attività made in Usa, siano esse azioni oppure obbligazioni, ma la faccenda non è poi così semplice.

Occhio all’inflazione
Il problema è che un effetto tutt’altro che secondario delle politiche protezionistiche è dall’aumento dell’inflazione interna, dal momento che le imposte sulle importazioni finiscono per gravare, del tutto o in parte, sui consumatori. Sempre secondo Ubs, l’indice dei prezzi al consumo Usa potrebbe subire una spinta al rialzo ulteriore dello 0,8%, un impatto che rischia invece di essere diametralmente opposto (-1,4%) nel resto del mondo soprattutto a causa del possibile apprezzamento del dollaro. La possibile reazione della Federal Reserve a questo nuovo scenario non poi così propizio per gli Usa pone qualche grattacapo in più ai possessori di bond, perché porterebbe con sé un aumento dei loro tassi e quindi una diminuzione dei prezzi di ciò che si ha in portafoglio.

La «polizza assicurativa»
Ridurre sensibilmente, o fare addirittura a meno, della componente obbligazionaria (siano essi titoli di Stato Usa, o più probabilmente europei e italiani) in una fase come questa potrebbe rivelarsi però una scelta poco efficace, e soprattutto controproducente. Se il pericolo principale derivante dall’introduzione dei dazi Usa è appunto l’aumento dell’inflazione accoppiato con l’arretramento del commercio globale (e quindi della crescita) che può portare alla tanto temuta «stagflazione», il miglior antidoto restano i titoli a reddito fisso che «possono comunque funzionare da “polizza assicurativa” in un portafoglio bilanciato, riducendo la volatilità complessiva e contribuendo a ottenere rendimenti costanti», sottolinea Andrea Iannelli, Investment director per l’Obbligazionario di Fidelity International.

L’emittente conta ancora di più
In un contesto simile, sottolinea ancora Iannelli, «le obbligazioni indicizzate all’inflazione come un prezioso strumento che può contribuire a diversificare il rischio di tasso d’interesse, mantenendo d'altro canto la sicurezza di una bassa correlazione con le azioni». Ma è forse all’emittente che si deve guardare, più che alla tipologia di titoli che si hanno in portafoglio, perché in un mondo non più globalizzato le differenze fra i vari Paesi possono divenire ancora più significative. «Economie diverse fra loro reagiscono in maniera differente all’inasprimento delle barriere commerciali e altrettanto faranno le diverse banche centrali e i titoli di Stato: trovandosi ad affrontare un calo della loro principale fonte di crescita, i Paesi che hanno una forte propensione all’esportazione vedranno probabilmente contrarsi le aspettative in termini di crescita e rendimenti nominali. Le loro banche centrali dovranno quindi allentare la politica monetaria per supportare la crescita, aiutando a loro volta i mercati nazionali del reddito fisso», aggiunge Iannelli.

Un nuovo paradigma
Un ragionamento simile porterebbe ad accrescere l’esposizione verso il debito dei Paesi vittima del protezionismo penalizzando in maniera speculare chi invece (come gli Usa) ne è l’attore principale. Un apparente paradosso, insomma, che però è viziato da una visione tradizionale del mondo finanziario, diviso perfettamente a metà tra mercati sviluppati e mercati emergenti, che forse non ha più ragione di esistere. «Se a livello superficiale - sottolinea Iannelli - si potrebbe pensare che le politiche protezionistiche siano in linea di principio molto negative per tutti i mercati emergenti - vista la stretta integrazione di questi mercati con le catene di produzione globale - questo non vale per tutti quei Paesi, così come in modo analogo, all’interno dei mercati sviluppati ci sono paesi che hanno molto più da perdere di altri dalla contrazione del commercio e da prezzi più elevati».

Attenzione ai falsi miti
Come procedere dunque alla scelta in questo nuovo contesto? «Gli investitori dovrebbero favorire i Paesi che vantano buone tendenze demografiche, indipendenti in termini di domanda interna e che non fanno eccessivo affidamento sul commercio globale e sui flussi di capitale per sostenere e finanziare la crescita», spiega Iannelli, che vede nel Brasile un esempio che soddisfa molti di questi criteri, nonostante i problemi politici affrontati di recente. Al contrario «un’economia aperta e con bassi livelli di disoccupazione, come il Regno Unito, sarebbe più sensibile a una tendenza protezionistica generalizzata, a causa anche del suo modello di crescita orientato alle esportazioni e alla dipendenza dai flussi di capitale esteri». In un mondo ormai ribaltato occorre non falsi sedurre dai falsi miti.

14 FEBBRAIO 2017 | 15:19
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