Letteratura
Lo «stravedere» del colorista
di Paolo Febbraro
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Una celebre poesia di Emily Dickinson dice nei suoi primi versi che «There’s a certain Slant of light … / That oppresses … / Heavenly Hurt, it gives us – / We can find no scar, / But internal difference, / Where the Meanings, are»; ovvero, più o meno, «Vi è una certa inclinazione della luce … / che opprime… / un colpo celeste è ciò che dà – / non troviamo cicatrice / se non un’interna divergenza / dove sono i significati». C’è dunque una tale angolazione nel modo in cui la luce a volte colpisce una scena che ci trattiene dal percorrerla inconsapevolmente, aggancia la nostra immaginazione e la satura misteriosamente di ogni significato, mostrando il mondo con una chiarezza integrale e umilmente magnificente. Va da sé che per cogliere questi momenti epifanici occorre un poeta, poiché la poesia è esattamente quella distratta concentrazione dello sguardo che sospende il mondo dall’uso che ne facciamo e lo vede per quel che è, nell’incontro autentico di uno spazio e di un tempo privi d’intenzione e densi di energia statica.

Queste ed altre sono le riflessioni che desta la lettura di un’antologia italiana dei versi di Anthony Hecht, poeta tra i più grandi del secondo Novecento americano. Proprio «light», infatti, è la parola che più numerosamente ricorre nei suoi componimenti, come se quella speciale inclinazione dickinsoniana, quel taglio atmosferico, fossero per lui molto spesso l’adito al «mondo così com’è», agli istanti di assoluta pregnanza che svelano il risvolto delle cose. Nato nel 1923 da genitori ebrei tedeschi, vissuto da insegnante universitario sino al 2004, Hecht ebbe in sorte dal destino un’avventura indelebile: soldato durante la Seconda guerra mondiale, partecipò alla liberazione del campo di sterminio di Flossenbürg, e fu scelto per interrogare i prigionieri francesi rimasti in vita, ascoltando e vedendo con la mente scene inconcepibili. Forse questo fece slittare dentro di lui una faglia della coscienza, aprì a una tormentosa doppiezza della vista, che si dispose ad accogliere il perenne sospetto di una verità a più dimensioni. Ne venne probabilmente quella tipica contiguità col disastro, quella porosità del reale e presenza nascosta dell’inquietante che percorre tutta l’opera di Hecht, capace di esprimere il fondo brutale che spunta dietro le apparenze, come di un numero elevato a potenza che inglobi la propria radice quadrata.

Tratte da sei delle sette raccolte poetiche di Hecht, i componimenti scelti da Joseph Harrison, che firma l’introduzione, e da Damiano Abeni e Moira Egan, che forniscono la versione italiana, coprono un periodo che va dalla data del secondo libro, The Hard Hours (1967), a quella dell’ultimo, The Darkness and the Light (2001). Fa bene Harrison a sottolineare l’appartenenza di Hecht a una generazione che ha fatto grande la civiltà poetica degli Stati Uniti, comprendendo nomi come quelli di Ashbery, Merrill, O’Hara, Merwin, Wilbur. Di certo, fra questi il nome di Hecht spicca per l’ampiezza dell’immaginazione, per la cultura non solo libresca, per la abilissima flessibilità della maestria metrica, per la profonda simpatia nel risalire all’indietro e raccontare i destini, in articolate, luminose allucinazioni. Hecht è un grande colorista, capace di dissezionare un raggio di luce a partire dall’ondulazione, dalla frequenza, dalla consistenza materiale degli oggetti su cui esso cade, dando e prendendo aspetto. La sua lingua è ricca, frastagliata, senza essere opulenta; pedina con un rigoroso entusiasmo i vari cromatismi, le più friabili variazioni del paesaggio naturale o urbano, senz’ombra di compiacimento o preziosismo. Ogni riferimento di partenza a un quadro celebre, a un romanzo o a un versetto biblico è uno stimolo alla messa a punto dei propri strumenti doviziosi; un lessico amplissimo e sempre a fuoco si dispiega per rappresentare l’identità fra stato delle cose e stato di coscienza. Fin dalla poesia iniziale, la mirabile Una collina, quello di Hecht è uno “stravedere”: vedere tutto, in lode e consapevolezza del particolare, del dettaglio momentaneo che riassume una vita, a volte la rivela, sempre la perturba.

Una delle modalità principali della poesia di Hecht è la prosopopea, in cui un personaggio prende la parola direttamente. Si leggano L’uva, confessione di una cameriera d’albergo alle prese con l’esatto culminare della propria grigia sorte; o L’uomo trasparente, in cui un’epifania viene narrata in termini più corsivi e arresi, ma sempre dando conto di un momento in cui il rapporto con il mondo si concentra in un nucleo aderentissimo di verità. In questa poesia una malata terminale rivela a una pietosa visitatrice qualcosa di semplicissimo ed essenziale: di aver visto nell’impenetrabile intrico dei rami degli alberi, in una vicina foresta, il segno dell’inestricabile complessità del mondo, il legame profondo di ogni cosa con ogni cosa. Da bambina, ricorda, giocava con l’uomo trasparente, un giocattolo in cui poteva osservare la riproduzione colorata degli organi interni: metafora di uno sguardo abituato dall’infanzia alla deviazione ottica del «looking beyond», del guardare oltre.

Da parte loro, alle prese con queste emergenze di sontuosa essenzialità, Abeni e Egan hanno scelto di disviluppare la lingua appositiva di Hecht, la sua sintassi sinuosa e cospicua. Ogni verso italiano sembra una riuscita estrazione di luminosi minerali, riccamente incastonati nella roccia compatta. I traduttori stendono e dispiegano, accolgono generosamente, più che sintetizzare, cosa a volte necessaria nella nostra lingua polisillabica. Nei componimenti in rima si spingono sino a inventare soluzioni brillanti, autorizzati e sospinti dalla carica energetica dell’originale. Per la qualità dell’incontro, dunque, questa edizione italiana rappresenta una pietra miliare nella storia recente della nostra poesia.

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