Economia e Societa
Note stonate in Europa
di Marco Onado
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Un maiale si aggira per le strade della capitale d’Europa. Questo spunto narrativo surreale è al centro del prologo in cui sfilano i protagonisti di uno dei romanzi più insoliti degli ultimi tempi, fatto di tante storie intrecciate fra loro. C’è un misterioso assassinio in un albergo: c’è la nota grottesca (il killer uccide l’uomo sbagliato); ci sono i servizi segreti che tessono trame torbide; c’è il ricordo terribile del passato che torna implacabile alla memoria di un sopravvissuto di Auschwitz; c’è il terrorismo con la rievocazione del vero attentato nella metropolitana; ci sono il lavoro e le passioni di donne e uomini descritti con efficacia e tocco leggero.

Ma il vero protagonista è lo sfondo, cioè Bruxelles e le istituzioni europee. L’autore è un convinto europeista che ha capito da tempo che il solco che si stava scavando fra la politica della Commissione e l’opinione pubblica era irreversibile e destinato a portare al potere partiti nazionalisti o addirittura di ultradestra. Ha fatto un lungo periodo di studi presso la Commissione, ha letto le carte dei padri fondatori e alla fine ha prodotto quest’opera, che si può definire un pamphlet in forma di romanzo.

Menasse ci ricorda che l’Europa è nata al termine della Seconda guerra mondiale per superare i nazionalismi che erano stati alla base degli orrori nazisti e garantire un futuro di pace. Ma quell’ideale si è progressivamente perso per strada perché gli interessi nazionali dei singoli Paesi hanno finito per prevalere e mettere in comune un mercato o anche la moneta è condizione necessaria ma certo non sufficiente per creare una comunità sovranazionale.

Uno dei filoni narrativi del romanzo riguarda una funzionaria in carriera che nel rimescolamento di carte successivo all’insediamento della nuova Commissione si trova assegnata al gabinetto della cultura con suo grande disappunto. La cultura nella gerarchia di valori della burocrazia europea è infatti l’ultima ruota del carro. Nonostante questo, si getta a corpo morto in un progetto per liberare la commissione da un’immagine di burocrati fuori dal mondo: celebrare i 50 anni della Commissione ad Auschwitz, simbolo delle atrocità provocate dai nazionalismi del passato. Un’idea forte, tanto che il primo presidente della Commissione e poi Delors e Prodi avevano tenuto lì il loro discorso inaugurale.

L’idea accolta con freddo entusiasmo dalle altre direzioni, viene progressivamente demolita per strada e così impariamo tutti i trucchi dei delitti perfetti di una burocrazia capace di colpire a morte un progetto senza lasciare il minimo indizio e cioè «come tutto viene triturato dalle ruote grandi in alto e da quelle piccole in basso». Alla fine la proposta verrà affossata per il veto di interessi nazionali di bassa cucina: un caso esemplare.

Ma ci sono altre storie edificanti, magari incidentali, come quella del funzionario che quando compra biancheria per andare ad Auschwitz scopre che l’Europa ha regolamentato anche le mutande di lana. Oppure quella ancora più significativa che riguarda la politica commerciale, ad esempio in materia di maiali (il suino del prologo è infatti arrivato al seguito di una protesta di allevatori). Non solo perché scopriamo che ben tre direzioni si dividono le competenze con ovvie sovrapposizioni e litigi, ma soprattutto perché l’Europa rinuncia ad un unico trattato con la Cina (e quindi alla sua domanda sterminata) perché gli Stati preferiscono firmare trattati bilaterali anziché un unico trattato europeo: si rinuncia ai benefici del mercato globale creando una situazione interna di eccesso di offerta che porta a premi per ridurre la capacità produttiva, quindi il reddito e l’occupazione.

E ancora in materia di sicurezza, le informazioni cruciali per prevenire sanguinosi attentati non sono mai messe in comune. Testualmente: «Ogni Stato vuole sapere tutto dell’altro, ma nessuno vuole far trapelare niente. Se c’è un attacco terroristico, dietro le porte chiuse di molte casseforti c’erano tutte le informazioni che sarebbero state utili a impedirlo. Solo che non sono state messe insieme».

Menasse ha individuato il movente: gli interessi nazionali che hanno progressivamente allontanato l’Europa dai suoi ideali. Ma chi sono gli esecutori materiali? Non tanto i burocrati di Bruxelles, come potrebbe sembrare che – come tutte le burocrazie – recitano il copione che viene loro assegnato, ma i maîtres à penser, che alimentano i tanti gruppi di esperti chiamati a distillare saggezza sui temi più disparati e a redigere ponderosi rapporti di proposte. Tutti convinti europeisti, ma quasi sempre ossessionati dal timore di tendere troppo l’elastico del consenso. Tutti quindi votati al compromesso, autentici «esperti dello status quo». La critica è rivolta in particolare agli economisti del neoliberismo dominante e messa in bocca al vecchio professore che tiene un discorso dirompente ai suoi colleghi, un vero e proprio testamento spirituale.

È un romanzo pessimista? Si sarebbe portati a dire di sì perché la parte construens (una vera economia sovranazionale, l’abolizione dei parlamenti nazionali) è molto vaga e non a caso attribuita ad un improbabile economista belga. E forse lo straordinario successo del libro in Germania è da attribuire ad una lettura frettolosa di critica feroce ad una situazione non più recuperabile. Non era però questa l’intenzione dell’autore (il primo ad essere stupito dei risultati commerciali) che voleva soprattutto mostrare come l’ondata nazionalista e di ultra-destra di oggi sia il frutto velenoso di tanti anni di compromessi europei. Se questa diagnosi diventa condivisa, le cose possono cambiare. E infatti la speranza viene dalle ultime parole del libro. À suivre. Non è finita qui, mai arrendersi.

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