Letteratura
Elogio dell’idiozia (ragionata)
di Lara Ricci
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«L’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa» recita l’esergo proustiano (da All’ombra delle fanciulle in fiore) di un romanzo però intitolato L’idiota, che parla di un’adolescente. L’apparente contraddizione non deve irrigidire, insieme a un’ironia sagace e singolare, è uno degli strumenti utilizzati dall’autrice Elif Batuman per scavare nell’età dell’antinomia per eccellenza.

La protagonista, Selin, è nata negli anni ’70 in New Jersey da genitori turchi ed è una matricola di Harvard come lo è stata Batuman. Del suo aspetto sappiamo solo che calza il 43, ha occhi neri e capelli incontrollabili. Di quel che pensa però sappiamo tutto. E pensa parecchio, come del resto la sua amica Svetlana, che parla ancora più di quanto pensi ed è la tanto egocentrica quanto brillante figlia di un famoso psicanalista serbo.

Diciottenni in un’università che «sapeva di ore piccole e rapporti intensi, libri antichi e nuovissimi» si sono riconosciute agli antipodi fin dal primo incontro: «Mi scrissi il suo numero di telefono sulla mano, mentre lei si scriveva il mio sull’agenda. Ero già io quella più impulsiva nella nostra amicizia – quella più incurante delle tradizioni e della sicurezza personale, che valutava ogni situazione da zero – mentre Svetlana era quella che sottostava alle regole e ai sistemi, che scriveva le cose negli spazi prestabiliti, e si vedeva come l’erede di secoli di storia e responsabilità umane. Ci stavamo già confrontando per vedere quale approccio fosse il migliore. Ma non era tanto una competizione quanto un esperimento, dato che nessuna delle due era capace di agire in maniera diversa, e ciascuna guardava l’altra con un’ammirazione che era inseparabile dalla pietà».

L’anticonvenzionale Selin la pensa a modo suo su tutto ed è sempre in fuga «dalla prigione della banalità delle conversazioni» . Scrive ma non vuole leggere i suoi racconti in pubblico perché nessuno pensi che li trova belli e, con cipiglio e spirito dissacratore verso cotanto ateneo, inizia a seguire i corsi di linguistica e altri che le capitano a tiro. «Studiammo tutti i vari motivi per cui Noam Chomsky aveva ragione e B. F. Skinner aveva torto - scrive, non senza ironia -. (...)Studiammo l’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua che parliamo influisce sul nostro modo di elaborare mentalmente la realtà. Studiammo che era sbagliata.(...) I chomskiani vedevano l’ipotesi di Sapir-Whorf come la più abietta delle calunnie: non solo errata, ma odiosa – come dire che le diverse razze avevano diversi quozienti intellettivi. (...) In cuor mio, sapevo che Whorf aveva ragione. Sapevo di pensare diversamente a seconda che lo facessi in turco o in inglese: e non perché il pensiero e il linguaggio siano la stessa cosa, ma perché le diverse lingue ti costringono a pensare a cose diverse. Il turco, per esempio, ha un suffisso, -miş; lo attacchi ai verbi per indicare qualcosa a cui non hai assistito personalmente. Dichiari sempre il grado di soggettività. Ci pensi sempre, ogni volta che apri bocca».

Decisa ad andare a fondo sull’argomento Selin frequenta il laboratorio di psicologia del linguaggio. Si iscrive anche al corso di russo tenuto dall’insegnante Irina, «che aveva un intero villaggio centroamericano cucito sul maglione». Qui conosce l’ungherese Ivan, come lei, come Svetlana, come tanti coetanei, tutto arruffato in ragionamenti complicatissimi. Per lui le parole sono «il secondo stadio della creazione, riempiono lo spazio vuoto e il deserto: sar[anno] pure un mezzo per raggiungere un fine, ma quel fine è l’inizio di tutto».

Ivan infatti studia matematica («la matematica la si scrive esattamente come la si pensa») e suscita l’interesse di Selin. Una notte lei gli scrive una e-mail su quanto la convincesse l’ipotesi di Sapir-Whorf. «Una volta premuto Invia, mi incamminai verso il fiume coperto di neve, mi sedetti su una panchina e mangiai degli anacardi. Il cielo sembrava un carico di biancheria grigiastra ma brillante che qualcuno aveva messo in lavatrice insieme a una maglietta rossa».

Ivan le risponde parlando di determinismo, destino e libertà, temi che - come le riflessioni sulla grammatica universale o quelle sul rapporto tra etica ed estetica - torneranno di continuo nel romanzo, abilmente calate nella vita di tutti i giorni (un talento che Batuman ha già mostrato nel precedente I posseduti). Ivan «sembrava molto preoccupato dalla possibilità che gli esseri umani non avessero il libero arbitrio. C’erano di mezzo Lucrezio e la teoria quantistica. Per come la vedevo io – e tanto più nei momenti in cui mi ritrovavo a guardare il cursore verde sullo schermo nero, nel tentativo di scrivere un’e-mail per Ivan –, il libero arbitrio era l’unica cosa che avevo. L’idea che potesse essere in qualche modo limitato mi dava soltanto sollievo».

Infatti un giorno, finita la lezione Ivan le ha chiesto: «E adesso tu che fai?». «Sembrava una domanda esistenziale» ha pensato lei. È solo uno dei sottili spostamenti di senso con cui l’autrice fa intuire ciò che la lingua non dice, e che perciò la cerebrale Selin non sa come affrontare: per lei è iniziato il deragliamento, la perdita dell’infanzia. Si è innamorata di Ivan, ed è un amore a perdere perché lui si specchia in lei come Narciso nello stagno. «Mentre il treno accelerava uscendo dalla stazione, le porte si spalancarono di nuovo, come se si fosse aperto un buco nel mondo».

Così - mentre al lettore stava per sorgere il dubbio che l’autrice stesse solo cercando un pretesto, un’architettura per reggere i suoi brillanti aneddoti e ragionamenti del tempo dell’università, senza che però questa struttura riuscisse a prendere un significato di per sé, un significato che superasse la semplice somma dei suoi elementi, quando insomma il lettore incomincia a chiedersi se il libro non sia solo un divertentissimo ma algido sfoggio di erudizione - comincia il lento naufragio di Selin e il romanzo prende un altro passo.

La sua sicumera si scioglie. La ricerca di senso si fa forsennata mentre tutto sembra diventare sempre più oscuro. Anche le amate parole. «C’era qualcosa di fondamentale, nel linguaggio, che aveva cominciato a sfuggirmi». Divenuta afasica, còlta dalla vertigine di «cadere fuori dal linguaggio», la fu strafottente Selin scivola inesorabilmente tra le braccia della vita.

E alla fine, nonostante all’inizio si potesse pensare che fossero più interessanti le parti che il tutto, nonostante una seconda metà troppo dilatata, la cosa più bella del romanzo riesce ad essere proprio il romanzo, che è anche un elogio dell’intelligenza, della curiosità, dell’umiltà della conoscenza. Con il minuzioso e finissimo scavo psicologico di Selin, Ivan e Svetlana, con un uso della lingua e delle immagini sapiente e sorprendente, fatto di puntiglio e invenzioni ardite, Batuman riesce a farci rivivere con maggiore consapevolezza e molta tenerezza tutta l’impotente potenza della feconda età delle fanciulle in fiore.

L’idiota

Elif Batuman

Trad. di Martina Testa, Einaudi, Torino, pagg. 432 € 21, in libreria dal 4 settembre

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