Cinema
Da Cuarón e Assayas le due opere più belle viste finora a Venezia
di Cristina Battocletti
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L'universo rovesciato in una pozzanghera di Cuarón e la nostra quotidianità indecifrabile, stesa e ordinata da Assayas, sono le opere più belle di questa fortunata metà iniziale della 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. La prima, Roma, fa parte dell'operazione nostalgia su cui corre anche il film di apertura della rassegna, First man di Damien Chazelle, che racconta l'allunaggio della missione Apollo 11.

L'altra pellicola, Doubles vies, viaggia, al contrario, sul binario della nostra oscura attualità e cerca di trovare il filo nella vita ai tempi di internet, con la crisi del modello democratico, la violenza dei social, l'apoteosi del narcisismo.Il film del regista messicano, premio Oscar per Gravity nel 2014, fa un balzo indietro nel 1971, nel quartiere di Roma a Città del Messico, infiltrandosi in una famiglia borghese come tante. La guarda con gli occhi della domestica Cleo (Yaritza Aparicio), di origine mixteca, che osserva la tempesta che sconvolge la vita sua e quella della famiglia che accudisce. Piccole storie di dolori comuni, accanto alla Storia con la esse maiuscola, con le rivoluzioni sociali e gli scontri della milizia e del governo contro gli studenti. Un po' fiaba felliniana e un po' incubo, girato in bianco e nero con grande delicatezza, Roma svela un universo eroico femminile che reagisce a certo machismo e vigliaccheria maschile, con un'inclinazione autobiografica e universale, che potrebbe molto piacere al presidente della giuria Guillermo del Toro.

Antieroica è invece la ricostruzione del primo sbarco dell'uomo sulla luna, avvenuto nel 1969, dell'altro premio Oscar (per La La Land nel 2016, passato a Venezia come Gravity), Damien Chazelle. Il regista americano calca soprattutto sulla figura dell'astronauta Neil Armstrong, concentrandosi sugli anni che vanno dal 1961 al 1969, sullo sfondo della guerra Fredda. Il metro di Chazelle è quello della lotta in cui si dibatte un uomo che si misura con i suoi limiti psicofisici, come aveva fatto il batterista dello splendido Whiplash (2014). Armstrong non è un predestinato, ma un individuo che inciampa nel suo futuro, mentre infiammano le proteste contro gli esperimenti della Nasa. La sua qualità maggiore sembra la resilienza, scaturita dalla morte prematura della piccola figlia. Pochi anni più tardi, nel 1977, è ambientata Suspiria, remake del film di Dario Argento, firmato da Luca Guadagnino. Siamo nella Berlino dimidiata dal muro dopo la Seconda guerra mondiale e negli eleganti interni Jugendstil della Markos Tanz Company, compagnia di danza contemporanea, accadono strani incidenti alle ballerine. La danza non può più rallegrare, ma far male, spiega Tilda Swinton, incrocio tra Pina Baush e Mary Wigman, alla giovane Dakota Johnson. Non si sa se in questo horror, la cui forza e bellezza della regia colpiscono anche a chi non ama il genere, siano peggio le conseguenze del nazismo o la stregoneria che deforma corpi e menti. Forse nel fondo si equivalgono.

Ambientato nel 1819 ma estremamente attuale per la ridefinizione del termine democrazia è Peterloo di Mike Leigh, in cui il regista britannico, da sempre vicino alla causa degli oppressi, racconta uno dei più grandi massacri della storia britannica, in cui decine delle 60mila persone riunite a Manchester per una pacifica manifestazione a favore del suffragio universale, morirono caricate per il terrore degli aristocratici di perdere i propri privilegi. La parte che antecede la battaglia, davvero spettacolare nel suo essere spaventosamente cruenta, appare inizialmente eccessivamente doviziosa di particolari, ma la si giustifica perché fa comprendere tutte le sfumature del dissenso e dell'estremismo radicate nella paura che è il dna anche di questo nostro momento storico. Un periodo connotato da fragilità e vanità, sull'orlo del precipizio o del cambiamento, come spiega Doubles Vies, in cui (quasi) tutti fanno il doppio gioco. Una sceneggiatura, scritta dallo stesso Assayas, tesissima, vivace nelle contraddizioni della nostra realtà, che racconta di un editore parigino tentato dal convertire tutto il suo catalogo cartaceo in digitale. Attorno a questa decisione fioriscono dibattiti e schermaglie tra chi crede che internet abbia liberato la parola e chi invece pensa abbia dato solo libero sfogo a un flusso di coscienza senza costrutto; tra chi vive di autofiction ma rifiuta la rete, pur nutrendosi della stessa autoreferenzialità, e chi vorrebbe il voto a colpi di mouse. La lotta tra il Bene e il Male, rastremati e ficcati nella lavatrice della quotidianità, è efficacemente rappresentata in un altro film, Frères ennemis di David Oelhofen, che non avrà le doti per convincere appieno la giuria, ma meriterebbe una segnalazione per la sceneggiatura. Il bravissimo Reda Kateb offre il suo volto segnato a quello del poliziotto Driss, che dalle banlieue parigine è passato al “nemico”, la polizia. Da lì fa la guardia ai vecchi “fratelli” coinvolti nel narcotraffico. Li usa per far giustizia ed è a sua volta usato dalla giustizia perché appartiene al mondo franco-magrebino. Fino a che il gioco gli sfugge di mano e assieme agli amici che hanno sbagliato muore anche una parte di lui. Mike Leigh potrebbe apprezzare.

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