Letteratura
Alle spalle i genitori, davanti i figli: il grande affresco familiare di Francesca Rimondi
di Serena Uccello
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Dato che considero questo libro convincente in ogni sua pagina, in ogni parola, comincio a scriverne dall’unica cosa che mi ha convinto meno: la copertina. Non perché non sia una bella copertina. La copertina di Non dire cazzo di Francesca Rimondi (Frassinelli pagg.348€ 17.00) è una bella copertina. Tuttavia chi la osservasse curiosando in libreria sarebbe - ho come l’impressione - tratto in inganno. Penserebbe di questo libro che è il solito manuale a metà tra psicologia e pedagogia o l’altrettanto solito memoir da mamma blogger. Invece, invece questo è un romanzo a pieno titolo – un gran bel romanzo - , e la scrittura di Francesca Rimondi è una scrittura pienamente letteraria.

In queste pagine, c’è certo la maternità, ma c’è soprattutto la famiglia, i legami che uniscono gli individui, per spiegare come nessuna alternativa al vivere c’è se non dentro questa cosa che da millenni chiamiamo famiglia e che tenacemente ci ostiniamo a desiderare nonostante, ammettiamolo, le ferite e la voglia di fuggir via. Il sentirsi sopraffatti o depredati di sé. Un grande affresco familiare in cui dietro al racconto della fatica quotidiana, fatta dalle ordinarie incombenze, c’è la restituzione della nostra essenza, ovvero la necessità dell’accudimento: accudire ed essere accuditi. «Lui adesso sta zitto. Tra tre anni ha ottant'anni. Io ne ho quarantuno. Nessuno mi aveva avvertito. Nessuno mi ha detto che dopo i quaranta il tempo ti passa così, ad accudire vecchi e bambini, crescere tutti, cercare tracce nelle loro espressioni, vecchie e bambine, nel loro cercarmi, tutti che ti cercano e io che cerco loro».

La narrazione dunque di Rimondi è irruzione in una esistenza come tante in cui l’aspetto straordinario sta nella sua capacità di costruire una identificazione che è totale e nel suo sguardo, sempre, amorevole. L’ironia è una voce autenticamente compassionevole.

Scena: al telefono, mentre figlio Numero Due cade rovinosamente dal divano.
«Ma il pronto soccorso? L'avete portato al pronto soccorso? Gli avete fatto una tac? Gli avete fatto l'ecg? Gli avete fatto dei controlli per la...»
«No. Semplicemente è diventato scemo» dico io, tranquilla. «Da genio a scemo, così, zac, tutto d'un colpo» dico.
«…»
«Da grande avrà seri problemi, forse un lieve ritardo mentale, tutta colpa della caduta dal divano dell'altroieri.»
«Piantala. Non sei per niente spiritosa.»
«Era orrendo. Sembrava Elephant Man. Non riuscivo a guardarlo, con 'sto bozzo viola sulla fronte.»
«Ma ti sembra che io debba aver fatto una figlia così idiota.»
«Un bozzo enorme. Gli ho messo del ghiaccio, poverino. Sarà compromesso per tutta la vita. Le funzioni vitali, sai, quella roba lì.»
«Idiota. Stupida. Figlia cretina» dice lei.

Il distacco è dolcezza. Nell’ammissione della fragilità e della debolezza c’è un nerbo tenace. Nulla è lineare (la vita non è lo) e la scrittura è coerente, così diventa fulminea come il pensiero che va per associazioni, un atto presente rimanda a una percezione del passato. La parola è inseguimento, si accavalla. Il ritmo alterna accelerazioni ad improvvise pausa. L’uso ossessivo di “cazzo” è la giusta soluzione linguistica per connottare questa lingua e per enfatizzare la rappresentanzione delle nostre contraddizioni. Rimondi tiene la guida con mano sicura. Riesce a ripartire senza sgommare, a frenare senza sbandare. Persino quando usa il timbro del surreale: «...Il bancomat di Clear Valley non è un normalissimo bancomat di strada. È un bancomat figo, il bancomat di Clear Valley. Di quelli con lo spazio tutto per sé, le porte che si aprono quando entri e si chiudono quando sei già entrato. L'escort dei bancomat, penso. Entro e siccome il bancomat di Clear Valley in realtà sono due bancomat, dentro allo spazio tutto per loro, al secondo bancomat c'è un tizio. Il tizio è Mario Draghi».

Gli eventi seguono una successione cronologica che è la crescita di figlio Numero Uno a partire dalla nascita di figlio Numero Due. Poi ci sono “mà” e “pà” che sono gli anziani genitori, c’è un fidanzato che più o meno a metà del libro diventa marito. Poi ci sono le mamme della piscina e quelle dell’asilo. La materia - è evidente - è il corpo, la vita, di Francesca Rimondi. Figlio Numero Uno nella postfazione vuol ”avvertirci” di non cadere nell’equivoco di credere che questa appena letta sia la sua vera vita e la vera vita della sua famiglia. Ok, ora con il dubbio che anche queste righe siano il romanzo, figlio Numero Uno ti credo.

Intanto finito in libro, mi sono sentita sola. Come perdere l’appuntamento quotidiano con una amica che si è trasferita in una altra città. E segno a matita sull’ultima pagina: la famiglia è quella cosa per cui le stesse persone e le medesime situazioni che, un certo giorno ti fanno aver voglia di buttarti dentro uno sprofondo e ti fanno pensare che tutto sia merda, in egual modo, in un certo altro giorno, ti fanno andare alle stelle.

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