Arte
Nell’ombra tutto un rifiorir di libri
di Stefano Salis
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Nel pomeriggio di sole accecante di Ginevra, il taxista che mi porta alla Fondazione Bodmer pensa di assecondare la calura con un maldestro reggaeton sparato a tutto volume. La Fondazione, che guarda dal borgo di Cologny alla città distesa sul lago, è, per fortuna, imperturbabile: costruita magistralmente, è uno dei templi più preziosi e sontuosi del mondo dedicati al libro, una collezione del meglio che si possa pensare su questi fantastici oggetti (e sul loro contenuto) che nobilitano l’uomo come nessun altro. E, infatti, appena scendo le scale verso l’esposizione «Des Jardin & Des Livres», la penombra e l’aria condizionata (i libri sono fragili, anche se ci accompagnano da secoli, e amano il fresco) fanno dimenticare l’estate e dopo i ritmi scomposti inizia la sinfonia silenziosa (questa sì, sublime) dei libri esposti nelle teche. Sopra di noi, nella collezione permanente, “vigilano” sui visitatori gioielli clamorosi, la Bibbia di Gutenberg, manoscritti e incunaboli della Comedia, edizioni aldine, e poi, giù giù verso la linea del tempo della parola scritta, fino ad arrivare ai geroglifici e alle avventure in cuneiforme di Enkidu e Gilgamesh. È un’atmosfera magica: e bisogna avere la pazienza di “sintonizzarsi”: purtroppo i libri sono muti e richiedono attenzione e partecipazione, ma, dopo, ripagano dello sforzo: eccome.

Eccola, dunque, questa splendida mostra (fino al 9 settembre), accompagnata da un catalogo altrettanto necessario (pagg. 462, € 65,00, edito dalla Metis Press e stampato in modo egregio a Lavis, che queste cose in Italia le sappiamo ancora fare): curata meticolosamente da Michael Jakob, mette in fila quasi 300 reperti che indagano, in prospettiva storica, spirituale, filosofica, letteraria e, perché no?, dal punto di vista della “pura” manifattura libraria, lo stretto, inscindibile, rapporto che esiste tra libri e giardini. Tanto che il primo, straordinario, giardino (o paradiso, o orto concluso; sinonimi e sfumature si vedono bene ora, ma anche le radici comuni) è proprio questa sala ricolma di testimonianze. Non pensate a una parata di manuali di giardinaggio, di eccelsi libri sulla natura, di bellissime illustrazioni botaniche, di architetture e labirinti per magnificare l’arte topiaria, agricoltura, erbari, i piaceri della villeggiatura (un capolavoro eccezionale per tutti: Le Delizie della Villa di Castellazzo, 1743, di Marco Antonio Dal Re), o i segreti «de li giardini di Roma»: sì, c’è tutto questo. E molto di più. I classici del pensiero e della letteratura: l’incanto del giardino ha affascinato, in modi diversi, e da sempre, scrittori di ogni genere. E, certo, il capolavoro di Basil Besler, l’Hortus Eystettentis (Altdorf, 1613) fa fiorire le sue pagine enormi anche nel buio; il disegno delle Liliacées di Pierre Joseph Redouté, il “Raffaello dei fiori”, come lo chiamavano, è addirittura rorido, e, che lo scrivo a fare?, il misterioso Polifilo, edito da Aldo, e vero antesignano del genere, forse persino guadagna altri punti, anche con cotanta vicinanza. No: non è solo questione di bellezza e raffinatezza delle illustrazioni.

È anche il pensiero che c’è dietro. Stillano freschi sulla carta versi, e idee, e riflessioni. La raffigurazione della mandragora nel Giardino della Salute di Wonnecke von Kaub (Magonza, 1485) riporta alle credenze di un tempo: a quelle radici, in sembianza umana, erano attribuite virtù magiche. Ma non si pensi che la zoologia fantastica sia cosa passata se ancora qualche decennio fa, per esempio, si favoleggiava di uno strano e ibrido “lupo andino” (e non sulla base di disegni, ma su di un reperto, una pelle, che poi si scoprì essere, forse, quella di un crisocione, la volpe o lupo con i trampoli, un canide nobile e solitario non abituato a ingrufolarsi con altri suoi simili, figuriamoci con ignoti). La incredibile sensualità dei fiori dipinti nel Temple of Flora di Robert J. Thornton (1807), che consiste anche nel ritrarli nel loro habitat, non solo naturale ma, per così dire,”sentimentale”; l’intersezione, continuamente ricordata, tra l’esperienza concreta dei giardini e la cultura libresca e della lettura: un tema toccato da Jakob nella introduzione che trova, ovviamente, la sua massima e celeberrima espressione nell’ultima riga del Candido di Voltaire (presente in originale): «il faut cultiver notre jardin». Forse questo intreccio, come un basso continuo, che riesce a staccare la innegabile scientificità di molte opere, ma le riporta, al tempo stesso, ineludibilmente, a una dimensione più letteraria, e umanistica in senso lato, è pregio tra i più alti della mostra. Libri e giardini sono inseparabili.

Non posso nemmeno elencare tutti gli scrittori presenti (e l’importanza bibliografica delle loro opere: si parla sempre di edizioni originali o di grande prestigio): ditene uno, e c’è. Boccaccio, Petrarca, Shakespeare, Milton, Spenser, Ariosto, Bembo, Goethe, Balzac, Wilde o Proust (rappresentato dalle emozionanti correzioni delle bozze della Recherche: un vero e proprio giardino selvatico ricolmo di erbacce letterarie da estirpare, e l’autore falcia senza pietà...) e così via. Il gran finale (oltre le 27 teche, in altre dedicate specificamente alla letteratura) porta verso i nostri tempi e ritroviamo, ancora, libri che ci sono cari, per la loro storia editoriale, per la loro qualità, per la loro innegabile presenza nelle nostre vite. Ecco che si arriva a pagine di D’Annunzio, Gide, Zola, la Woolf, Vita Sackville-West (naturalmente), uno strepitoso “libro-in-giardino” di Hesse, Garcia Lorca, Lawrence, e i giardini dei sentieri che si biforcano di Borges, che non potevano certo mancare. Ci sono anche degli italiani: fa piacere il Boboli dei Canti Orfici di Campana, c’è il Giardino dei Finzi Contini di Bassani e una lettura sorprendente e pertinente del Calvino di Ultimo viene il corvo. E poi, sì, c’è Montale, e questo me lo aspettavo: poeta che conosceva fin troppo bene il valore della natura. Gli Ossi, pagina aperta su «Meriggiare pallido e assorto». Eppure: rimango della mia idea. Non c’era una scelta migliore dei «Limoni», e non tanto per il verso, promessa di felicità, di quelle strade «che mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni»; quanto per il suo mantenimento, struggente momento di verità umana, che a tutti noi, spero, è toccato almeno una volta: la gioia, quando, «da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità». Sarebbe stato, semplicemente, perfetto.

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