Storia
L’eutanasia del duce
di Raffaele Liucci
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Il 25 luglio 1943 fu «una giornata movimentata» nell’alloggio segreto di Amsterdam che da un anno nascondeva Anna Frank e i suoi famigliari. Le pareti della casa vennero scosse da ben tre bombardamenti, un forte odore di bruciato si sprigionò nell’aria, una spessa nebbia caliginosa scese sulla città. L’indomani Anna sarà però svegliata da «una splendida notizia, così belle non ne avevamo udite da mesi, forse mai in tutti gli anni di guerra». Mussolini aveva rassegnato le dimissioni, il Re d’Italia ripreso lo scettro del comando: «Eravamo felici. Dopo tutti gli spaventi di ieri, finalmente qualcosa di buono e… una speranza. Speranza nella fine, speranza nella pace».

In Italia, la notizia s’era diffusa la sera stessa. Il giubilo popolare per la cacciata del duce si sfogherà simbolicamente contro i vessilli e i simulacri del ventennio, in un’ansia catartica che prefigurerà Piazzale Loreto. Come ricorda Emilio Gentile nel suo libro, senz’altro il più approfondito mai dedicato al tema, l’insieme di eventi passati alla storia come «25 luglio» era in realtà iniziato 24 ore prima: allorché alle 17 del 24 luglio 1943 s’era riunito a Palazzo Venezia, nella sala del Pappagallo, il Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo del regime. Dopo più di dieci ore, alle 2,30 della notte, fu votato a maggioranza un ordine del giorno di Dino Grandi (presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni) che di fatto sfiduciò Mussolini. Alle 17,30 di quella stessa giornata, all’uscita da un’udienza con il Re Vittorio Emanuele III, Mussolini sarà arrestato dai carabinieri e sostituito dal maresciallo Pietro Badoglio. Il regime littorio terminava così, sciolto come neve al sole da un colpo di mano militare ordito nelle segrete stanze con l’avallo della Corona.

Par di vederli, i gerarchi riuniti nella sala del Pappagallo, tra velluti blu e quadri d’autore. Seduti ai propri tavoli disposti a ferro di cavallo, con il duce al centro in posizione sopraelevata, contemplavano vent’anni di dittatura. La guerra ormai persa, la Sicilia invasa dal nemico, Mussolini diventato «l’uomo più odiato d’Italia» e i suoi moschettieri alla disperata ricerca di una via d’uscita. Tanto evocato nel nostro immaginario, il 25 luglio resta tuttavia una data fluttuante nella memoria piuttosto che un avvenimento storico accertato in via definitiva. Mancando infatti il verbale della seduta, non potremo mai sapere come andarono effettivamente le cose, se non basandoci sulle diverse testimonianze dei protagonisti. Da Grandi a Federzoni, da Bottai a Cianetti, quasi tutti hanno rievocato quel giorno cruciale.

Gentile ha compulsato e collazionato queste memorie (ben ventidue), giungendo alla conclusione che si tratta di «apocrifi d’autore». Redatti dopo il crollo del regime e rimaneggiati con il senno di poi, offrono «una rappresentazione parziale, lacunosa o semplicemente falsa», essendo ognuno dei comprimari «impegnato unicamente a far risaltare la coerenza, la dignità, il coraggio, la consapevolezza del proprio comportamento. Salvo poi contraddirsi in successive versioni o smentirsi reciprocamente». Il mosaico resta insomma monco, con molte tessere che non s’incastrano. Mutatis mutandis, è quanto accade anche allo studioso che tentasse di ricomporre i «55 giorni» del sequestro Moro basandosi sui resoconti dei brigatisti. Sarà interessante vedere come risolverà il rebus Miguel Gotor, il quale ha in cantiere un volume sul 16 marzo 1978 (strage di via Fani), ospitato nella stessa collana laterziana («10 giorni che hanno fatto l’Italia») che accoglie questo libro sul crepuscolo del fascismo.

Sin qui la pars destruens di Gentile. Ma uno storico non può limitarsi a smontare, attraverso la puntuale esegesi delle fonti, una versione distorta; deve anche giungere, per successive approssimazioni, a una ricostruzione plausibile. In assenza di un verbale ufficiale, non restava che andare alla ricerca di tracce il più possibili coeve. Gentile ha avuto la fortuna (o la sagacia) di rinvenire due documenti inediti nell’archivio del presidente dell’Accademia d’Italia Luigi Federzoni (le note da lui prese durante la riunione e il verbale manoscritto a più mani compilato a casa sua qualche giorno più tardi), cui vanno aggiunti gli appunti raccolti da un altro partecipante, il guardasigilli Alfredo De Marsico, non inediti ma sinora trascurati dagli studiosi. Pur non risolutivi, questi reperti aprono uno squarcio significativo sull’ultima notte del regime, permettendo all’autore di formulare una suggestiva interpretazione degli eventi.

Il «25 luglio», sostiene Gentile, è stato una sorta di grande equivoco. Da un lato, non fu subìto, ma quasi propiziato da Mussolini. In un regime totalitario, infatti, nessun organo dello Stato avrebbe mai potuto sfiduciare il capo supremo. Però il duce era ormai stanco e rassegnato, conscio dell’abisso in cui aveva condotto il paese. Non fece nulla per bloccare quella votazione, che sfruttò anzi come «un espediente», non particolarmente eroico, «per scendere dal treno della storia». Dall’altro lato, gli eterogenei firmatari dell’ordine del giorno Grandi non intendevano abbattere la dittatura, ma soltanto sollecitare Mussolini a restituire il comando delle Forze Armate al Re. Essi stessi rimarranno sorpresi dal colpo di Stato attuato l’indomani dai vertici militari, già in programma, va sottolineato, indipendentemente dall’esito della seduta del Gran Consiglio.

«Tutto quello che è accaduto doveva accadere, poiché se non fosse dovuto accadere non sarebbe accaduto», scrisse Mussolini nel primo dei suoi «pensieri» vergati durante la prigionia. Velatamente, il duce ammetteva dunque che il 25 luglio non vi era stata né una congiura di traditori (o patrioti, come avrebbe detto Grandi), né un suicidio del regime (secondo la lettura di Badoglio), bensì un’eutanasia, da lui scelta consapevolmente. «Quando un uomo crolla col suo sistema», ribadirà ancora Mussolini, «la caduta è definitiva, soprattutto se quest’uomo ha passato i sessant’anni». Allorché il 18 settembre 1943 il duce, resuscitato da Hitler, annuncerà da Radio Monaco il proprio ritorno, «dopo un lungo silenzio», Benedetto Croce annoterà di essere rimasto indifferente: «perché egli prese in me la figura di un fantoccio di pezza, che ha perduto la segatura della quale era imbottito, e pende e si ripiega floscio».

25 luglio 1943, Emilio Gentile, Laterza, Roma-Bari, pagg. XXV-288, € 18

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