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Religione
Sacerdoti con le stellette
di Giovanni Santambrogio
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Come tutti, anche i soldati hanno il loro santo protettore. Si chiama Giovanni da Capestrano (1386-1456), frate minore dell’Osservanza, sodale e devoto di san Bernardino da Siena e, al suo pari, acceso e raffinato oratore. Fu Giovanni a pacificare le città di Lanciano e Ortona nel 1427 estenuate da due secoli di lotte fratricide. Così, come riuscì nella ricomposizione degli animi e delle fazioni irriducibili, con altrettanta abilità seppe persuadere circa diecimila uomini delle più disparate regioni dei Balcani ad armarsi e, da milites Christi , combattere l’avanzata dell’esercito ottomano che tre anni prima, nel 1453, aveva espugnato Costantinopoli, decretando la caduta dell’Impero romano d’Oriente. Disposti alla morte, confortati dalle preghiere dei frati, con in testa il francescano che arringava, difesero Belgrado e il 14 luglio 1456 misero in fuga le truppe del sultano Maometto II. Due mesi dopo il frate morì in fama di santità. Il riconoscimento arrivò nel 1690 ad opera di Papa Alessandro VIII. Quell’impresa gli ha guadagnato il titolo di «apostolo dell’Europa unita».

Religiosi e sacerdoti sui campi di battaglia ad assistere i combattenti portando loro conforto e sacramenti, ma anche impegnati a sostenere con le idee le ragioni del conflitto: come è nata questa presenza? Perché inizia una consistente produzione di testi di catechesi militare dopo la pubblicazione, nel 1569, de Il soldato Christiano con l’istruttione dei capi dello esercito cattolico del gesuita mantovano Antonio Possevino (1569)? Quando e perché sorge la figura del cappellano militare?

Occorre risalire al Seicento e ripescare i testi di un altro gesuita, Giacinto Manara. Pochi anni dopo la fine della sanguinosa Guerra dei Trent’anni, in un manuale datato 1658 e indirizzato al conforto dei condannati a morte scrive: «Tra gli esserciti fa il demonio la sua raccolta». Per salvare la loro coscienza, educare alla fede e avvicinare ufficiali e truppe alle pratiche religiose avanza una proposta: «Nelli esserciti cattolici è moralmente impossibile che non vi sian sacerdoti tanto secolari quanto regolari, e tutte le compagnie è consueto c’habbiano li suoi cappellani, come padri spirituali». La presenza religiosa non era mai mancata, ma avviene una novità: nasce un progetto missionario rivolto ai soldati. Matura e si perfeziona un’idea di esercito cristiano.

Sant’Agostino aveva rassicurato chi sollevava domande sulla ompatibilità della fede con le armi. Il soldato, diceva, svolge un officium lodevole e necessario per la difesa e la protezione dei più deboli. La guerra è legittima se risponde a una giusta operazione di giustizia. San Tommaso d’Aquino poi nella Summa, sistematizzò la dottrina della guerra indicando i criteri che la rendevano lecita e precisando che il clero non doveva macchiarsi con il sangue. Doveva essere presente, ma solo per assistere spiritualmente i militari. Tommaso pone così le basi della secolarizzazione delle dottrine della guerra chiarendo che non si possono dichiarare guerre per mere cause di religione o per punire l’infedele. Idee che nel Cinquecento riprende il portoghese Fernando Oliveira nel saggio Arte da guerra do mar: «Ai sacerdoti si addice andare in guerra e debbono andare non per combattere con il ferro, perché le loro armi sono le lacrime e le preghiere, ma per amministrare i sacramenti e le opere di misericordia ai feriti, confessandoli e dando loro la comunione, prendendosi cura di loro e consolandoli, sotterrando i morti e pregando Dio per le loro anime, tutte cose pietose e molto necessarie in guerra». Dopo il Cinquecento inizia una nuova scuola di pensiero.

Entrare nel territorio, apparentemente marginale, dei cappellani militari significa esplorare il delicatissimo tema del rapporto guerra e cristianesimo portando alla luce un intreccio di relazioni complesse che toccano la morale (liceità della guerra), la teologia (il male e la giustizia), il pensiero evangelico nella storia (ama i tuoi nemici, beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio), l’istituzione chiesa e il Papato, la dottrina cattolica, la storia della chiesa europea e la riforma protestante, l’occidente e l’islam e altro ancora.

Vincenzo Lavenia - docente di Storia moderna a Macerata e autore di un Dizionario storico dell’Inquisizione in quattro volumi (Edizioni della Normale, 2010) – con il suo saggio Dio in uniforme (il Mulino) affronta tutti questi argomenti in una avvincente e documentatissima ricostruzione condotta con l’intento di «tracciare la storia del lessico religioso del soldato cristiano dal tardo medioevo in poi». Dal XVI secolo si registra una crescita della produzione di testi sull’identità militare tesi a sostenere le scelte strategiche e i combattimenti. Si delinea il modello del «soldato cristiano» negli eserciti cattolici, una impostazione disciplinare che influenzerà la stessa formazione degli eserciti professionali dopo la rivoluzione militare della prima età moderna. Sono i secoli dei grandi assestamenti degli Stati assoluti, degli schieramenti accanto o contro il Papato nelle scelte geostrategiche, sono i tempi delle espansioni coloniali e imperiali. La laicizzazione degli Stati con la conseguente separazione tra Stato e Chiesa aprirà invece una nuova riflessione sulla guerra che nel Novecento porterà la Chiesa ad essere coscienza critica: dai moniti di Benedetto XV sul primo conflitto mondiale («Una inutile strage») alle considerazioni del cardinale Alfredo Ottaviani che non si davano più le condizioni per la guerra giusta negli Stati secolarizzati; dall’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963) alla ferma condanna di Papa Wojtyla della guerra in Iraq: «Una avventura senza ritorno». Allora, nel 2003, George W. Bush ricevendo alla Casa Bianca il nunzio cardinal Pio Laghi, gli disse che «era convinto fosse volontà di Dio» quella di marciare contro Saddam. Oggi Papa Francesco non cessa di parlare di Terza guerra mondiale ammonendo che «non si combatte il male con il male».

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