Storia
Intellettuale Capitale
di Mario Ricciardi
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Nell’aprile del 1895, Antonio Labriola comincia a redigere quello che diventerà uno dei suoi scritti più famosi: In memoria del Manifesto dei comunisti. A spingerlo a intraprendere questo lavoro è l’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell’opuscolo di Marx ed Engels la cui «forza germinativa» – l’espressione è di Labriola – avrebbe dato un contributo decisivo alla trasformazione di uno dei tanti gruppuscoli rivoluzionari che davano filo da torcere alle autorità europee intorno alla metà del diciannovesimo secolo in una forza politica di straordinaria efficacia, che avrebbe segnato, nel bene e nel male, la storia del mondo per più di un secolo.

Rileggere le pagine del saggio di Labriola oggi, quando ci accingiamo a celebrare i duecento anni della nascita di Marx, e abbiamo da poco superato i centosettanta dalla pubblicazione dello stesso Manifesto, è di straordinario interesse. Labriola ci restituisce un mondo che per molti versi ricorda quello in cui viviamo, plasmato da una fase di globalizzazione dell’economia che stava trasformando profondamente i modi di produzione, i costumi sociali e le istituzioni. Lo scritto di Marx ed Engels era stato ispirato dall’esplosione dei moti del 1848, che avevano alimentato negli autori la speranza che la rivoluzione che avrebbe portato al crollo del Capitalismo, e all’instaurazione di una nuova società, fosse a portata di mano. La delusione provocata dal fallimento di quelle insurrezioni, che condussero invece al consolidarsi delle monarchie continentali e al trionfo della borghesia come nuova classe dominante, avrebbe spinto Marx ad approfondire lo studio dell’economia politica, che aveva intrapreso all’inizio degli anni Quaranta, e all’avvio del cantiere intellettuale che lo avrebbe tenuto impegnato per il resto della vita: lo studio del Capitale, e delle sue “leggi” di formazione e sviluppo. La discussione delle tesi del Marx maturo, e il dialogo con Engels, furono determinanti per la formazione degli intellettuali della generazione di Labriola. Consolidando in essi la convinzione che il 1848, come sarebbe stata più tardi la Comune di Parigi, fossero passaggi necessari di un lungo travaglio, le convulsioni finali della trasformazione che avrebbe alla fine vendicato la previsione di Marx relativa all’avvento inevitabile di una nuova era in cui lo sfruttamento sarebbe stato superato grazie all’avvento del comunismo. Pochi anni dopo la pubblicazione del saggio di Labriola, il successo della rivoluzione bolscevica sarebbe diventato il puntello di questa convinzioneper la generazione successiva.

Quando, nel 1918, si celebrarono i primi cento anni dalla nascita di Marx, avvenuta a Treviri, in Renania, nel maggio del 1818, l’anniversario ebbe un carattere del tutto peculiare. Per i seguaci non si festeggiava semplicemente un intellettuale e un attivista politico, ma una figura di culto, il profeta di un nuovo mondo. Per gli avversari, il capo di una setta, l’untore che aveva messo in circolazione un virus che correva il rischio di erodere le fondamenta dell’ordine sociale. Difficile trovare un esempio migliore di come la prospettiva storica condiziona il nostro giudizio sugli eventi. Nel 1918 era quasi impossibile, anche per gli osservatori più lucidi, distinguere Marx dalla storia degli effetti delle sue azioni e delle sue opere. Intrecciati in modo inestricabile per amici e nemici. Oggi la situazione è cambiata in modo significativo. La stessa crisi che ha condotto, dopo un’altra rivoluzione europea, nel 1989, al crollo dei regimi sovietici, è sottoposta al giudizio della storia, come mostra il bel libro di Timothy Snyder pubblicato nelle scorse settimane, e questo ci restituisce la libertà di leggere e valutare Marx in modo nuovo, senza proiettare sulla sua straordinaria vicenda umana e intellettuale gli effetti di eventi politici che lui ha senza dubbio contribuito in modo decisivo a mettere in moto, ma di cui non può certo portare la piena responsabilità morale.

Un contributo prezioso a questa nuova lettura di Marx portano due lavori di recente pubblicazione, la splendida biografia di Gareth Stedman Jones (Karl Marx. Greatness and Illusion, Penguin, Londra 2017) e il saggio critico di Jonathan Wolff (Perché leggere Marx?, Il Mulino, Bologna 2018). L’autore del primo è uno storico delle idee, che è riuscito, forse per la prima volta, a scrivere una biografia di Marx che sfugge alle tentazioni opposte dell’agiografia e della requisitoria d’accusa, ricostruendo la genesi e lo sviluppo del pensiero di una figura che è molto difficile catalogare in base alle nostre categorie odierne. Marx è infatti filosofo, economista, attivista politico, ma ciascuna di queste attività aveva nel diciannovesimo secolo confini meno definiti di quelli che le attribuiremmo oggi in base alle nostre convenzioni accademiche.

La filosofia di Marx è quella di un “giovane hegeliano” che non si rivolge a un pubblico di professori, e non scrive per riviste con peer review. L’analisi sfuma nell’invettiva, la scienza non è una professione ma un complemento di una vita tumultuosa, che cerca di dar senso e direzione all’indignazione e alla rabbia suscitate dalle ingiustizie di un modo di produzione che sembra ridurre l’essere umano a una merce tra le altre. Le pagine più appassionanti del libro di Stedman Jones sono quelle che coprono gli anni giovanili di Marx, fino al 1848, il suo corpo a corpo con Hegel, la scoperta di Feuerbach, la prima formulazione del materialismo storico. Esse ci restituiscono in pieno la voce di un giovane poco più che ventenne, che esplora il mondo delle idee con la foga di chi non si accontenta di descrivere il mondo, perché vuole cambiarlo. Ciò che ne viene fuori è un pensiero pieno di intuizioni vitali – come quelle sull’alienazione dei manoscritti filosofici del 1844 – e di “sentieri interrotti” che lo condurranno a un confronto serrato con l’economia politica dei classici, in particolare Smith e Ricardo. Questo è forse l’aspetto del pensiero di Marx che meno ha retto l’usura del tempo. La rivoluzione intellettuale avviata dai marginalisti a partire dalla fine del diciannovesimo secolo ha eroso i pilastri su cui si ergeva, in equilibrio precario, l’edificio incompiuto del Capitale. La teoria del valore, come aveva visto con lucidità Vilfredo Pareto già al volgere del secolo, sembra resa obsoleta dal nuovo paradigma che finirà per dominare il Novecento. Anche se non sono mancati, anche di recente, come nel caso di Piketty, tentativi di riportare al centro della riflessione economica le idee di Marx, si fatica a credere che essi possano avere successo. Così come risulta arduo rivalutare il Marx politico, la sua fiducia nella rivoluzione, la sua disinvoltura – che va ben oltre quella di Hegel – nel considerare la violenza come la «levatrice della storia».

Riportandolo al suo contesto storico, Stedman Jones ci fa capire che Marx è inevitabilmente diverso da noi. La sua esperienza di agitatore, rifugiato, intellettuale impegnato porta in primo piano ciò che nella democrazia parlamentare è – per fortuna? – marginale. Ciò non vuol dire certo che il pensiero di Marx sia per noi privo di interesse. La critica del modo di produzione capitalistico che egli propone, liberata dalla pretesa di aver scoperto le leggi di sviluppo della storia, entra in dialogo fecondo con le teorie contemporanee della giustizia, come mostra il bel libro di Wolff, un filosofo di Oxford con un grande talento di divulgatore. Soprattutto, essa è un salutare antidoto all’autocompiacimento dei liberali, all’illusione che la storia sia finita negli anni novanta del Novecento. Anche oggi, come nel 1848, spettri si aggirano per l’Europa. Marx, che aveva un talento nel riconoscere i sintomi della crisi, non ne sarebbe stupito.

Gareth Stedman Jones, Karl Marx. Greatness and Illusion, Penguin, Londra, pagg. 750, € 14,61

Jonathan Wolff, Perché leggere Marx?, il Mulino, Bologna, pagg. 118,
€ 10,20

Vilfredo Pareto, Il capitale, Aragno, Torino, pagg. 68, € 10

Timothy Snyder, Roads to Unfreedom: Russia, Europe, America, Tim Duggan Books, New York, pagg. 369, € 18,91

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