Teatro
Il Bello secondo Strehler
di Quirino Principe
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Dopo aver visitato, tra sabato 2 dicembre 2017 e domenica 4 febbraio 2018 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, la mostra-laboratorio dedicata a Giorgio Strehler e al suo rapporto con due fra i prediletti punti di riferimento, Goldoni e Mozart, ci è parsa ancora più incredibile l’ottusità di un fronte d’opposizione che in anni sciagurati parlava di quell’uomo con fastidio e con l’intento, a dire il vero in po’ arduo, di “ridimensionarlo”. Rammentiamo il vertice di suprema insipienza che quegli stizziti oppositori raggiungevano quando davano alla propria “presa di distanze” malcerte e confuse motivazioni politiche o, peggio, ideologiche. In verità, Strehler coltivò sempre un’ideologia destinata a suscitare imbarazzo: l’ideologia della Bellezza, tanto più penetrante e pervasiva quanto più essa si accompagna alla felicità della conoscenza. Allora, dinanzi all’esponenziale crescita numerica dei partigiani del Brutto che, a partire dalla nefasta Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, non si è mai arrestata, si poteva contrattaccare anche soltanto deridendo quegli arcigni risentimenti anti-strehleriani. Oggi, soprattutto dopo lo scempio perpetrato sul palcoscenico di un grande teatro d‘opera da un “regista” che si accosta alla sublime storia di Eros e Thanatos senza mai avere letto o capito il V canto dell’Inferno dantesco, rimpiangiamo di non avere clonato Strehler, a suo tempo, per lo meno in un centinaio di esemplari.

Sempre in nome della Bellezza, ci conforta che la mostra di Palazzo Reale, concessa a Milano dallo smisurato impegno di lavoro, dalla conoscenza senza limiti né “gabbie”, dall’infallibile capacità di scoprire e di scegliere che è una delle doti intellettuali di Lorenzo Arruga, ora ritorni a risplendere in un magnifico libro firmato da Arruga e pubblicato da Skira. La tentazione più insidiosa (cederle sarebbe, dopo tutto, lodevole) è quella di abbandonarsi al flusso dell’iconografia, e di esserne travolti. Consigliamo di cedere, ma dopo avere letto il testo che scorre attraverso e intorno alle immagini. Anche il testo di Arruga è pericoloso. Infatti, ci coglie continuamente di sorpresa. L’autore, nella sua vita di studioso, di maestro di una miriade di giovani e di uomo di teatro, si è sempre implacabilmente collocato al centro delle sue ricerche, delle sue pagine scritte, delle sue lezioni. Ne risulta, in ciò che egli scrive, un continuum che potremmo definire “sceneggiatura dell’esistenza” o “palinsesto della vita”. È veramente difficile scoprire tracce di forzature e di artificiosità nella tecnica narrativa con cui Arruga usa ciò che in musica sarebbe la “modulazione” o la “transizione”, quando egli lega le trame dei capolavori mozartiani con l’aura goldoniana e con le vicende, a molti di noi fin troppo note, della vita teatrale, sia essa milanese o italiana o europea o di più vasto orizzonte. Quelle tracce, in verità, se ci fossero, non le avremmo ancora scoperte. Proprio per questo, le rare ma pertinenti pagine in cui Arruga chiama in causa episodi di un suo diretto rapporto professionale con Strehler volano con leggerezza, assolutamente libere da ogni protagonismo.

Concludiamo con due considerazioni. La prima riguarda il valore di questo libro sotto l’aspetto storiografico. Certo, scrive l’autore, «vent’anni ci separano dalla vita di Giorgio Strehler, se li avessino dedicati, io e il gruppo dei miei collaboratori, a studiare la sua vita, per informarvi, ancora non sarebbero bastati». Ciò che poco fa, in un rapporto tra il più giovane e il più anziano, era ancora “memoria della cronaca”, oramai è storia. Ciò detto, Arruga sa perfettamente che i fatti sono indefinibili, non fissabili. Non appena si compiono, già non esistono più, non si possono riverificare né ricertificare. E poi, che cosa significa “compiersi”? Arruga narra, consapevole di questa possibilità che il già trascorso ritorni ad essere, almeno in parte, presente, e colma la scissura insanabile con ciò che è una sua arma sempre affilata: il conoscere, la capacità innata ed esercitata di orientarsi nel mondo del teatro e delle idee sul teatro, il mondo che egli ama e che, in molti, tentiamo di amare come è giusto, se siamo fedeli alla nostra cultura e civiltà.

La seconda considerazione è aperta a ciò che verrà, e al lavoro di ricercatore e d’autore che Arruga intraprenderà (o, verosimilmente, ha già intrapreso) dopo la pubblicazione di questo luminoso libro. Egli ha reso omaggio, nel corso della vita, ad alcuni grandi maestri. Ma noi, ora, vediamo un maestro in lui. Di lui si deve scrivere, sul suo lavoro, sui suoi criteri di studio, sulle sue predilezioni intellettuali si deve meditare. La maggior parte di coloro che ambiscono a governarci, e che troppo spesso osano infilare le loro maldestre mani in ciò che esige intelletto e conoscenza, da cittadini pensanti e dediti a un lavoro alto e profondo, da lui e da chi è come lui, devono imparare.

Lorenzo Arruga, Strehler fra Goldoni e Mozart, Skira, Milano 2018,
pagg. 166, € 25,00

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