all’alto ">
Economia e Societa
In piazza con Pancho Villa
di Franco Avicolli
Img Description

Dall’alto della terrazza panoramica del Monumento della rivoluzione, Città del Messico mostra un profilo della modernità che sembra esaurirsi nello slancio della sfida verso il cielo. A questa altezza, i grattacieli incombenti sono dirimpettai e non riescono a trasmettere la potenza che li ha spinti verso l’alto. I profili puliti e freddi, atteggiano perplessità in un rimirarsi fra di loro in cerca di radici. Sullo sfondo e verso la corona dei monti che tutt’intorno chiudono la valle di Anáhuac, l’immensa città oltre le cimase degli edifici, appare ancor più lontana della distanza spaziale.

In basso, nella Piazza della Repubblica che supera di duemila metri quadrati i tre ettari della Piazza della Costituzione considerata tra le più grandi del mondo, una folla vivace di ragazzi sfida i getti d’acqua via via più energici di una fontana. E le famiglie con loro e con gli asciugamani pronti, e altri sul selciato dove i giovinetti si distendono per asciugarsi al sole. Non lontano il Museo Nacional de Arte dell’italiano Silvio Contri propone l’evento culturale del momento, la mostra Caravaggio, un’opera, un’eredità aperta fino al 20 maggio e costruita attorno a La buona ventura del grande pittore italiano di cui si sottolinea l’influenza con sedici opere di altri artisti. Lungo il Paseo de la Reforma sono esposte una decina di statue multicolori dell’arte huichol. Decine di mostre, concerti e conferenze arricchiscono l’offerta culturale della città.

E tuttavia, il grande evento culturale è quello che si produce tutti i giorni nelle strade, nei mercati, nelle piazze, negli spazi urbani animati dalla molta gente che li invade e dice del senso comunitario di una cultura che si reca in questi luoghi forse per ritrovarsi.

La moltitudine si riunisce nella piazza, vi sosta e poi si distribuisce per le strade. Si perde, si cerca e si riunisce nel grande parco dell’Alameda chiuso dal Palacio de Bellas Artes del ferrarese Adamo Boari, si assembra attorno ai carretti che vendono tacos, alle bancarelle che si succedono innumerevoli con oggetti, frutta, libri e di tutto, va e viene da e verso altra folla, verso un qualche altro spazio aperto ed è come una proposta di cammino nella città e oltre. C’è una specie di eco nell’andirivieni tutt’altro che silenzioso della gente, che riporta alle truppe di Pancho Villa, alla sua División del Norte, un esercito popolarmente chiamato la bola, dove c’erano anche le famiglie con le loro Adelitas, soldatesse che seguivano i mariti e portavano con sé i bambini, come mostrano i gruppi di statue che propongono l’esercito del rivoluzionario di Durango in una sala del Monumento. E si tratta di eventi e storie entrate a far parte dell’immaginario collettivo anche infantile, che Antonio Zúñiga ha fatto sue nell’opera teatrale Pancho Villa y los niños de la bola.

Non c’è smarrimento nella folla che si muove in più direzioni o che sosta; è un fiume multicolore dell’andare contrapposto e scomposto che invade la superba pedonale Madero e sfocia infine nello spazio assoluto della Piazza della Costituzione che tutti chiamano Zócalo per un basamento che doveva ospitare la statua equestre di Carlo IV rimasto però vuoto per l’arrivo delle truppe degli Stati Uniti nel 1847 e dopo eliminato.

Nella piazza la gente si ferma, si guarda intorno, si saluta tra la Cattedrale, l’antico palazzo presidenziale, i portici di edifici ottocenteschi e il Templo Mayor, memoria di altre presenze, tempi riuniti attorno all’imponente area che poi in un angolo si riapre verso quello che era il lussuoso mercato del Parián demolito e sostituito dal popolare mercato della Merced, forse il più grande del mondo che, senza soluzione di continuità, conduce fino al pittoresco mercato di Sonora con cui finisce per confondersi.

Qui c’è il condensato della città-Stato di prima e dopo la Conquista, questo è il luogo del riconoscimento e del progetto, qui sono riuniti gli emblemi del passato azteco, dell’evangelizzazione e del potere politico. Qui si ritrovano le speranze e le offerte di piccoli mestieri urbani, rurali e casalinghi. A meno di un centinaio di metri si incontrarono Cortés e Mocteuzoma e un poco più in là Fidel Castro e il Che Guevara.

La Piazza della Costituzione rappresenta nella forma più alta il senso dello spazio aperto e del riconoscimento: vi si innalzano frequentemente i grandi tendoni che ospitano mostre in più mesi dell’anno o la Fiera del libro in ottobre o anche una pista di ghiaccio, in prossimità delle feste natalizie; viene allestito l’altare della ofrenda dove giunge il lungo corteo del giorno dei morti.

Dalla seconda metà del secolo scorso, sono stati realizzati numerosi interventi urbani di grande rilievo con la creazione di altri poli di riferimento e di attrazione. Negli anni 50 è la volta della Universidad Nacional Autónoma de México (Unam) che lascia il centro per occupare una vastissima area verso il sud della città; poi l’Auditorium, il Museo di Antropologia e, negli anni 90, il Centro Nacional de las Artes a Coyoacan, un grande complesso che riunisce nomi importanti dell’architettura del Paese fra cui Ricardo Legorreta, Teodoro González de León, Luís Vicente Flores ed Enrique Norten; nel marzo del 2011, infine, viene inaugurato il Museo Soumaya, costruito nella zona signorile di Polanco su progetto di Fernando Romero per la Fondazione di Carlo Slim Helú, l’uomo più ricco del Messico.

E tuttavia i mercati sono luoghi che continuano ad esprimere in alto grado il fervore creativo popolare come già notarono al loro arrivo in queste terre l’inviso conquistador Hernán Cortés, il fondatore dell’università Francisco Cervantes de Salazar e il cronista Bernal Díaz del Castillo.

Lo spazio aperto è un dato significante della cultura del Messico, la Chiesa lo comprese e, per dare corpo all’opera di evangelizzazione, inventò l’atrio e la cappella aperta, dove i nativi potevano partecipare alle cerimonie religiose nel rispetto del loro credo che collocava la divinità all’aperto. Il concetto vale anche per il fenomeno tutto messicano del Muralismo. Chiamati a raccontare il Paese, gli artisti lo raffigurarono sui muri delle strade e delle piazze con la luce delle campagne, con i volti sudati di comunità impegnate nei lavori agricoli, con le attività femminili. Comparve allora una terra laboriosa e attiva e con essa il passato, i costumi di un’identità coperta dal tempo urbano che aveva dimenticato il Paese. Come immaginare l’opera di David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e José Clemente Orozco senza gli spazi aperti e le moltitudini?

Hai raggiunto il limite di 10 articoli gratuiti disponibili questo mese.
Abbonati a Il Sole 24 Ore Mobile per avere accedere illimitatamente a tutti i contenuti del sito mobile
Inserisci il tuo numero di cellulare per attivare l'offerta o, se sei già abbonato, per continuare a leggere.
Altre informazioni