Storia
Così i sopravvissuti della Shoah ricominciarono a vivere con l’aiuto dell’Italia
di Eliana Di Caro
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Da La Spezia a Taranto, da Vado Ligure (Savona) a Santa Maria di Leuca, da Civitavecchia a Metaponto (Matera): furono tanti i porti sparsi per l'Italia da cui partirono clandestinamente 34 pescherecci carichi di ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, su un totale di 56 imbarcazioni salpate in Europa, per compiere l'Aliya Bet, alla lettera “salita”, il viaggio degli ebrei nella Terra promessa.
Una interessante mostra che si apre al pubblico domani 11 aprile (giornata della Memoria in Israele) a Milano, al Memoriale della Shoah, racconta la storia dell'accoglienza e del sostegno che gli italiani offrirono ai profughi ebrei dal 1945, quando - finita la guerra - per gli scampati alla Soluzione finale si apriva un capitolo nuovo e ignoto, al 1948, anno in cui fu proclamato lo Stato d'Israele. Come documentano le immagini, già esposte nel museo Eretz di Tel Aviv e recuperate con un lungo lavoro di ricerca dalle famiglie dei sopravvissuti, parte dei 250mila ebrei in fuga verso l'Europa centrale approdarono in Italia. Dove, grazie anche al supporto della Brigata ebraica, furono sistemati in campi profughi e, in qualche caso, in strutture in cui si viveva come in un kibbutz, per essere preparati alla vita che avrebbero fatto nel futuro Stato di Israele. Così accadde per esempio ai ragazzini di Sciesopoli, la colonia della Bergamasca in cui circa 700 orfani della Shoah furono educati e cresciuti dal sionista Moshe Zeiri: cambiarono il loro nome, impararono la lingua ebraica, ricominciarono a vivere, come racconta magnificamente Sergio Luzzatto ne I bambini di Moshe (Einaudi).

La prima nave partì da Monopoli (Bari) il 21 agosto 1945. Era la Dalin guidata dal padovano Enrico Levi, e a bordo ospitava 37 ebrei. Furono oltre 21mila, nel corso dei tre anni, i salvati che fecero il viaggio della speranza.

Clamoroso il caso dei due piroscafi bloccati dai britannici a La Spezia, nel 1946 (la Palestina era allora sotto mandato britannico): con oltre mille persone a bordo, il Fede e il Fenice rimasero un mese fermi, e i profughi fecero lo sciopero della fame per ottenere dal governo inglese le autorizzazioni necessarie. In uno dei quattro filmati che si possono vedere in mostra alla Fondazione della Shoah, c'è la testimonianza di alcuni di loro che ricordano come fosse difficile digiunare dopo la loro esperienza, e di come gli italiani ogni giorno sostenessero la loro battaglia (“piangevano e ci portavano del cibo, non potevano sopportare l'idea che non mangiassimo”, racconta un profugo).

La mostra andrà poi a Roma e, si augura la vice ambasciatrice di Israele Ofra Farhi, anche nel Sud Italia. “Certamente - sottolinea Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah dove si potrà visitarla fino alla fine di giugno - Milano ha avuto un ruolo importante, essendo stata un punto di coordinamento, grazie all'attività di Raffaele Cantoni (poi presidente delle Comunità ebraiche, ndr), e smistamento. È nel solco di quella memoria e di quello spirito che dal 2015 la nostra sede ha ospitato 8.500 profughi in fuga dall'Africa e dal Medio Oriente”.

Navi della speranza. Aliya Bet dall'Italia 1945-1948, a cura di Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani. Fondazione Memoriale della Shoah, piazza Edmondo Sraffa 1. Info: 022820975. www.memorialeshoah.it

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