Scienza e Filosofia
Addio a Hawking, l’astrofisico che spiegò l’universo (con humor)
di Leopoldo Benacchio
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Se n’è andato tranquillamente nella sua casa di Cambridge, dove aveva svolto negli ultimi anni la maggior parte del suo lavoro, immobilizzato com’era dalla malattia terribile che gli era stata diagnosticata a 22 anni e che avrebbe dovuto lasciarlo in vita solo qualche mese. Invece, con una forza di volontà impressionante, Stephen Hawking, una delle menti più brillanti della fisica e della scienza in generale che abbia illuminato il passaggio del millennio, è riuscito ad arrivare all’età di 76 anni. Quasi la vita fosse un gioco o forse - per lasciarci un ultimo esempio, non voluto, del suo noto humor britannico - se n’è andato il 14 marzo, che il mondo anglosassone scrive come 3.14 ed è celebrato in tutte le scuole e nei vari club di appassionati come il giorno del Pi greco, il numero (quasi) magico le cui cifre non hanno mai fine. Come forse il nostro universo.


D’altronde, per continuare in questa involontaria Cabala, era nato l’8 gennaio 1942, nello stesso giorno in cui era morto Galileo secoli prima, quasi una ideale staffetta fra due menti che infinitamente più di altre ci hanno aperto la porta dell’universo. E oggi, 14 marzo, è anche la ricorrenza della nascita di Albert Einstein. Senza andare oltre queste curiose coincidenze, Stephen Hawking ha ben altri motivi per essere ricordato, sia per quanto riguarda la sua attività di scienziato che per quella più recente, altrettanto intensa, di divulgatore sempre appassionato nonostante la malattia che lo deformava nel fisico. Molto amato dal pubblico che, anche quando stentava a seguirlo percepiva comunque l’intensità del suo pensiero al di là del pesante diaframma che la deturpante malattia frapponeva. Di esempio era anche il «normale» grande coraggio e la forza di volontà con cui ha sempre affrontato le sue progressive difficoltà fisiche. Spesso ripeteva nelle sue conferenze, assieme a qualche battuta tipicamente britannica, che «occorre guardare in alto le stelle, non in basso verso propri piedi» per andare avanti, frase semplice ed efficace, oggi riportata da tantissimi nei social media. Forse perché lui era la dimostrazione che si può e deve fare, e non solo per la malattia, ma perché riuscì ad aprirci una finestra sull’universo che, senza le sue incredibili intuizioni e capacità matematiche, sarebbe per noi ancora chiusa.

La cattedra di Newton a 37 anni
Ottenne la cattedra di Isaac Newton a Cambridge, la più prestigiosa al mondo per quanto riguarda matematica e fisica a soli 37 anni, quando le limitazioni fisiche erano ancora accettabili seppur gravi, la malattia peraltro gli fu diagnosticata nel 1963, una forma di sclerosi laterale amiotrofica che, secondo i medici, gli avrebbe lasciato pochi anni, se non mesi, di vita. Riusciva a scherzare anche su questo, invitando a diffidare, in senso positivo, degli scienziati troppo sicuri. Lui stesso ritornò qualche volta sulle sue idee, specie sulla fine dei buchi neri, cosa che peraltro se può essere letta dal grande pubblico come incertezza è normale nella scienza, quando via via si approfondiscono elementi tanto complessi. Lo fece anche un suo pari, Albert Einstein, per quello che riguarda la teoria della relatività. «Di Hawking quello che è veramente notevole e per certi versi impressionante è la sua capacità matematica decisamente superiore, la capacità di intuire e visualizzare fenomeni estremamente complessi, che gli permise di stabilire il suo famoso teorema per cui il Big Bang parte da una cosiddetta singolarità», dice Gianfranco De Zotti, cosmologo italiano suo contemporaneo. In sostanza il Big Bang proviene da una modalità in cui non valgono in nessun modo le leggi della fisica che varranno poi per tutta l’evoluzione dell’universo, anche ora.

L’evaporazione dei buchi neri
«Dall’altro lato potremmo citare il suo apporto alla dimostrazione del fatto che i buchi neri di piccola massa possono perdere energia evaporando», termina De Zotti. Come si è originato l’universo insomma e come potrebbe finire, ammesso poi che finisca. Sono temi in cui la mente si inabissa e che richiedono quella capacità e profondità matematica che fu propria di Stephen Hawking che, assieme a Roger Penrose, stabilì con precisione le basi della moderna cosmologia, tentando anche di mettere insieme meccanica quantistica e teoria della gravitazione di Einstein, in quella Teoria del tutto, malamente interpretata da molti come un peccato di superbia e celebrata anche in un recente film.
Non si contano le reazioni rispettosamente affettuose e grate di grande istituzioni, come Nasa, e grandi scienziati come Richard Dawkins l’evoluzionista, grandi divulgatori come Neil Tyson o del suo compagno di corso all’università, Sir Martin Rees, Astronomo Reale della Corona britannica.

Asciutto ed elegante il messaggio Twitter dell’Università di Cambridge che ci mostra la foto di un Hawking in chiaroscuro, sorridente per quanto può, così come sorridente e gioioso è il tweet della banda del famoso serial Tv Big Bang Theory, lo ebbero nella loro trasmissione

Il successo di «Breve storia del tempo»
A Hawking piaceva rapportarsi con il pubblico lo fece prima con molti libri, la sua Breve storia del tempo di non facilissima lettura, del 1988, fu il suo lavoro più letto, venduto in 10 milioni di copie, cifra fantastica e mai raggiunta da opere di scienza. Fu uomo tutto d’un pezzo, anche se costretto in una carrozzina e inabile a parlare, restituì al governo l’onorificenza di cavaliere che gli era stata data alla fine del 90, per l’atteggiamento dell’esecutivo stesso che, come vediamo anche ai giorni nostri, continuava a erodere i finanziamenti per la scienza e la ricerca, unico mezzo secondo lui per sfuggire alla imminente catastrofe finale, sia per inquinamento che per un’altra sconsiderata guerra globale. In questo lui forse risentiva di una latente paura nei confronti del futuro, famosa la sua presa di posizione verso la mania di cercare segnali extraterrestri nel cosmo: «Forse potrebbero non essere pacifici e amici», la sua uscita rivolta a entusiasti e altrettanto allibiti ricercatori di intelligenza aliena che, ingenuamente, non ci avevano mai pensato. Riuscì perfino a scommettere con Kipp Thorpe, premio Nobel dello scorso anno, sulla fine dei buchi neri, la famosa «radiazione di Hawking», una copia dell’enciclopedia Britannica. Più British di così non si può.
Visionario, intelligente, appassionato, profondo, lucido, testardo. Nelle stazioni della metropolitana di Londra stanno apparendo cartelli con sue frasi. Spicca fra tutte: «La mia missione è solamente quella di capire come è fatto l’Universo». Una vita ben spesa, esempio non solo per la Scienza.

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