Danza
La danza di Elisabetta, étoile tra tradizione e modernità
di Marinella Guatterini
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La prematura e improvvisa scomparsa di Elisabetta Terabust (nata a Varese il 4 agosto 1946 e deceduta a Roma nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 2018), étoile internazionale e direttrice di molti Corpi di Ballo italiani, ha sconvolto il mondo della danza. Aveva 71 anni e non ha retto a un tumore alle vie biliari. Minuta, scura di capelli, con profondi occhi da cerbiatta e “il sorriso più smagliante”, come ha affermato Alessandra Ferri ringraziandola per aver riempito la sua vita d’ispirazione, gioia, amicizia, Terabust (il cui vero cognome era Magli) ispirava a chiunque simpatia e tenerezza: era resoluta e fragile, anticonformista e rigorosissima.
La sua carriera sulle punte aveva avuto inizio alla Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma di cui era attualmente la direttrice onoraria e nella quale si era formata sotto la direzione di Attilia Radice. Dopo essere entrata a far parte del Corpo di Ballo capitolino, nel 1966, ne divenne Prima ballerina e nel 1972, étoile. Il suo trionfo danzante spesso a fianco dei partner più celebri come Erik Bruhn, Peter Schaufuss, Rudolf Nureyev, Patrice Bart, Michail Barysnikov, Fernando Bujones, Patrick Dupond, Vladimir Derevianko, Jay Jolley, Paolo Bortoluzzi, si consumò tuttavia soprattutto all’estero, quando tra quegli anni Settanta e l’inizio dei Novanta fu ospite del London Festival Ballet, oggi English National Ballet (1974) per poi legarsi al Ballet de Marseille di Roland Petit che creò per lei il suo Schiaccianoci e di cui interpretò Le Loup, Carmen, Coppélia, Notre Dame de Paris, sino a Charlot Danse avec nous (1991) e Valse triste (1992).
Abituale stella ospite dell’Aterballetto, sotto la guida di Amedeo Amodio, interpretò il suo Romeo e Giulietta con le scene di Mario Ceroli e la voce recitante di Gabriella Bartolomei, Ai limiti della notte, Sphinx di Glen Tetley, coreografo americano a cui fu sempre legata, e tra l’altro il celebre Schiaccianoci di Amodio tornato da poco in circolazione con le stesse scene e i costumi di Emanuele Luzzati, più Artifact di William Forsythe.
Versatile, curiosa, Elisabetta amava la danse d’école ma anche cimentarsi nella modernità e nel contemporaneo, passando senza problemi da Forsythe all’ottocentesco stile danese “Bournonville”, appreso da Peter Schaufuss, e di cui è stata una delle interpreti italiane più apprezzate. Per lei il National Ballet of Canada allestì prima Napoli, ossia il pescatore e la sua sposa, creato da Schaufuss ma a partire da Bournonville (e ripreso al Teatro di San Carlo nella stagione 1988 - ’89), poi La Sylphide, in seguito rappresentata al Comunale di Firenze, sempre con la coreografia di Bournonville/ Schaufuss.
Nel 1989 incominciò la sua seconda carriera, quella di direttrice alla Scuola di Ballo dell’Opera di Roma, indi e contestualmente della compagnia del Teatro romano. Nel 1993 il salto a Milano per la direzione del Corpo di Ballo della Scala coincise con un incredibile incremento delle recite di balletto salite a cento, con la scoperta di giovani di talento tra cui Roberto Bolle. “A diciannove volle farmi debuttare in Romeo e Giulietta”, ricorda il divo, “la ringrazio ancora oggi perché quel ruolo nella versione di Kenneth MacMillan, in repertorio nelle maggiori compagnie: mi spalancò le porte della ribalta internazionale. L’ho danzato a Londra e da lì in tutto il mondo”. Purtroppo i tempi non erano ancora pronti per accogliere passaggi di grado fuori delle gerarchie coreutiche e Terabust che elesse a Primo ballerino della Scala Massimo Murru, se ne andò dal Teatro milanese risentita dopo quattro anni di lavoro intenso e di successi a fianco anche della Ferri, tornata dagli States proprio per danzare con quella compagnia di tenore internazionale.
Passata nel 2000 a dirigere MaggioDanza, gruppo stabile del Maggio Musicale Fiorentino: vi restò solo per due stagioni, soffrendo dell’instabilità generale delle istituzioni ballettistiche di allora. Più lunga, ma non meno tormentata, la sua permanenza al Ballo del Teatro di San Carlo di Napoli, dove rimase sino al 2006. Indi il ritorno alla Scala: un soffio (2007-2008) ma ora il gran Teatro la celebra con un minuto di silenzio (stasera), prima della rappresentazione di Goldberg Varitionen di Heinz Spoerli e il 10 marzo le dedicherà un corposo Trittico con Roberto Bolle per la prima volta interprete del Boléro di Maurice Béjart. Un testo pubblicato da Gremese e steso da Emanuele Burrafato, “Elisabetta Terabust- L’assillo della perfezione” , lascia tracce pubbliche di lei, ormai ritirata a vita privata nella sua bella casa di Campo dei Fiori, a Roma. Vi si raccontano con dovizia di particolari tutti i passaggi della sua vita, sino al 2013. L’ultima frase, vale l’intero percorso. “L’amore per la danza mi ha accompagnato e sostenuto sempre…grazie a questa immensa passione io non ho mai capito dove, nella mia vita, finesse il sogno e dove iniziasse la realtà”.
La Fondazione Teatro dell’Opera di Roma le rende omaggio allestendo domani 7 febbraio, dalle ore 9.30 alle ore 13.00, la camera ardente presso la Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma. I funerali si svolgeranno nello stesso giorno alle ore 14.30 nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, Piazza del Popolo, nota anche come Chiesa degli Artisti. Alla memoria di Elisabetta Terabust sarà dedicato dal Teatro dell’Opera di Roma il trittico contemporaneo Kylián/ Inger/ Forsythe che debutterà il 15 marzo 2018.

06/02/18
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