Letteratura
La pecora nera e il pesce fuor d’acqua
di Lara Ricci
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«Un manifesto attira la mia attenzione. Raffigura tre pecore bianche su un placido praticello rosso con una croce bianca. Una delle pecore bianche, sorridendo, caccia da questo spazio, a calcioni, una pecora nera. Sul manifesto troneggia la scritta CREARE SICUREZZA». Omosessuale nel Camerun - dove anche solo la parola è tabù (sua mamma dice che «ha degli stati d’anima») - e nero nella bianca e rossa Svizzera, Mwána è abituato a sentirsi un pesce fuor d’acqua, anche all’asciutto nuota con disinvoltura. Ma no, di essere una pecora nera non era mai venuto in mente al protagonista di La Trinità bantu, del trentaduenne scrittore camerunese Max Lobe, trapiantato a Ginevra. Se ne accorge dopo che ha perso il lavoro (in nero) con cui si era mantenuto durante gli studi in Svizzera. Infatti il suo capo, concittadino del «Bantuland» (così Lobe chiama il suo Paese), appena diventa elvetico lo scarica. Fiero del suo master, Mwána diffonde cv ma non riesce a trovare «nemmeno un lavoretto da cani». «La gallina che razzola non dorme mai affamata» sostiene Monga Míngá, la sua adorata mamma, ma anche i proverbi a Ginevra funzionano in modo diverso.

E mentre i giornali starnazzano un tasso di disoccupazione sotto al 3% e il suo compagno pel di carota Ruedi accusa frontalieri e stranieri di rubargli il lavoro, il nostro eroe e il suo «piccolo grigionese» si ritrovano a pancia vuota. Per fortuna Dominique ogni tanto invita uno di loro due a cena (perché la loro più che una coppia è una «troppia») e Mwána viene preso per uno stage di tre mesi «in una piccola Ong di lotta contro le discriminazioni razziali... ops! Discriminazioni a causa dell’origine e promozione della diversità» (assunto probabilmente solo «perché rientro in tutte le loro quote»). Qui si combatte contro il manifesto incriminato al grido di «NON SIAMO PECORONI».

I soldi dello stage non bastano neanche per l’affitto e Mwána si rende conto che «non mangia colui che ha fame, ma colui che ha cibo». Per di più la portentosa mamma Monga Míngá, drammatizzatrice di professione, si becca una malattia da ricchi - un cancro alla gola - e questa volta minimizza. Quando infine la sorella di Mwána riesce a farla venire in Svizzera dal Bantuland, «annerita», «attaccata alle sue ossa», ormai non riesce più a deglutire nulla e il figlio prostrato (e ancora digiuno) si chiede come ci si sente quando non si riesce a inghiottire più niente. Memori del detto del Bantuland: «La iena che passa il suo tempo a urlare non avrà mai la sua preda», madre e figlio ridono caparbiamente della loro sfortuna - del resto chi meglio di Mwána può cogliere le contraddizioni della vita? Così, mentre Lobe gioca coi paradossi e la sua ironia laconica, il lettore è trascinato in una comicità - ma anche in una tragicità - leggera e sapiente, mai superficiale, che la traduzione riesce a rendere (salvo poi cadere su falsi amici come terrasse nel senso di tavoli all’aperto, tradotto in italiano con «terrazze estive»). «Per quanto in alto si possa lanciare qualcosa, finirà sempre per cadere qui a terra» dice un giorno Mwána a sua sorella. «Questo accade quando si è andati alla scuola del bianco. Da noi bantu, può anche fermarsi per aria» lo rimprovera lei. Aspettatevi dunque un finale a sorpresa.

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