Religione
Poverello senza ciak
di Giafranco Ravasi
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Abbozzo di sceneggiatura per un film su san Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione). Roma 22-28 maggio 1968. Così Pier Paolo Pasolini intitolava un brogliaccio che restò in gestazione per alcuni anni, fu ripreso nel 1974, alla vigilia perciò della fine tragica dello scrittore avvenuta nel 1975, e che rimase senza sbocco se non nella pubblicazione postuma del testo nel 1977 col titolo San Paolo ad opera di Einaudi. L’idea di fondo era suggestiva perché l’autore intendeva trasferire la figura dell’Apostolo nella nostra contemporaneità, facendolo viaggiare nelle nuove capitali oltre Roma, cioè New York, Londra, Parigi, la Germania. Pasolini era, infatti, convinto che Paolo «demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».

E continuava: «Il film, però, rivelerebbe la contrapposizione tra “attualità” e “santità”: il mondo della storia che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante». Era una considerazione per certi versi provocatoria, che colpiva una convinzione diffusa anche tra i credenti: san Paolo sarebbe solo un teorico astratto; Gesù, invece, un caloroso interprete dell’umanità. Era la tesi sostenuta già nel 1869 da Renan che identificava la genealogia ideale discendente dall’Apostolo «nell’arido Tommaso d’Aquino, nel tetro calvinista, nel bisbetico giansenista». Una tesi ribadita “laicamente” da Gramsci per il quale Paolo era sbrigativamente classificabile come «il Lenin del cristianesimo». Pasolini, a ragione, riteneva che il messaggio paolino fosse invece dirompente a livello storico e culturale, capace di offrire con la sua visione sistematica un nuovo modello non solo alla sua ma anche alla nostra società.

Noi, però, abbiamo ora evocato il progetto cinematografico del regista del Vangelo secondo Matteo per un curioso parallelo, anche nel suo esito fallimentare, con un’altra proposta molto significativa. Naturalmente i protagonisti sono diversi. Da un lato c’è Michelangelo Antonioni, un regista capace di interpretare i fenomeni socio-culturali in modo incisivo e distaccato al tempo stesso, passando dalle tematiche post-belliche del neorealismo fino alla nebbia dell’alienazione contemporanea. D’altro lato, c’è lo scrittore Roberto Roversi, anch’egli emiliano di origine e ugualmente incline a decifrare la realtà storica in cui siamo coinvolti e un po’ travolti, convinto com’era di una deriva verso una «degradazione collettiva» che ci fa avvicinare paurosamente al ciglio della voragine di un pessimismo esistenziale radicale.

I due s’incontrano nel 1983 per un progetto di collaborazione ed è Antonioni a proporre al narratore e poeta di stendere una bozza per un film su san Francesco di Assisi. Roversi si mette al lavoro e traccia una sceneggiatura dal sapore teatrale, avvalendosi della sua passione di lettore di testi del passato (non si deve dimenticare che per oltre sessant’anni egli era stato di professione un libraio antiquario). Antonioni, leggendolo, comprende che l’opera esige una rielaborazione più marcata in chiave filmica e convoca Tonino Guerra, un altro emiliano (romagnolo), straordinario sceneggiatore di Fellini, dei fratelli Taviani oltre che naturalmente di Antonioni. Tutto è ormai pronto ma, come era accaduto a Pasolini (e in tanti altri casi), il progetto sfuma e rimane solo quel testo roversiano primigenio del 1983 che ora l’editrice bolognese Pendragon pubblica nella sua freschezza e intensità, spoglio di apparati esegetico-ermeneutici.

L’unica guida è una bellissima quarta di copertina dello stesso Roversi che, come è noto, è morto nel 2012 quasi novantenne, nello stesso anno in cui si spegneva ultranovantenne Guerra, preceduto nel 2007 da Antonioni a 95 anni. Ebbene, il poeta bolognese in qualche modo ripropone, senza ovviamente ricalcarla, l’intuizione pasoliniana su san Paolo: «La figura di Francesco è vitale e moderna, anzi attuale come se ci precedesse... non come un esempio (non solo come un esempio), ma come una tensione costante della nostra vita». La trama del dramma, pur essendo ancorata al fondale medievale, ai suoi spazi e personaggi, persino al canto trobadorico, ai colori e agli odori di un piccolo mondo antico, si trasfigura in un palinsesto per il nostro oggi apparentemente così distante. In realtà, Francesco conosce, precorre e percorre tutti i crocevia sui quali noi ci attardiamo, senza però banalizzarli o drammatizzarli come spesso facciamo, bensì versando su di essi la luce del trascendente.

È uno sguardo divino che trapassa la superficie degli eventi, anche i più angosciosi, trasformandoli sempre in una epifania o almeno in una possibilità di salvezza e speranza. Non per nulla le ultime parole del santo – che ha condiviso bellezze e brutture della storia, che ha decifrato il creato come fosse una pergamena del Creatore, che ha abbracciato e sollevato miserie e dolori, che ha mangiato e goduto dei frutti della terra, che ha vissuto amicizie, affetti e tradimenti – sono: «Io ho compiuto il mio dovere; Cristo vi insegni quanto resta da fare a voi». E Roversi commenta: «Nessun altro personaggio, oggi, sembra più direttamente nostro e per noi, di questo piccolo uomo delle alture e delle foreste umbre».

Una vicinanza universale che aveva attirato non solo Dante, che lo celebra in modo appassionato nei canti XI e XII del Paradiso, ma anche i semplici pellegrini di tutti i tempi che ascendono dalla Porziuncola al Sacro Convento di Assisi, talora con lo stesso occhio stupefatto di Giotto. Certo, i film su Francesco non sono mancati, dal Francesco giullare di Dio di Rossellini (1950), al Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli (1971) fino al duplice Francesco di Liliana Cavani (1966 e 1989) e altri ancora (come il “cinemascopico” Francesco d’Assisi di Michael Curtiz del 1961). Spiace, però, che sia mancato lo sguardo originale freddamente appassionato e pacatamente acceso di Michelangelo Antonioni.

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