Teatro
Wilde, l’importanza di essere pop
di Bruno Olivieri
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“Ma cos'è un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un nome diverso, conserverebbe ugualmente il suo dolce profumo.” Romeo e Giulietta, Atto II Scena II

Difficile individuare quale sia il gioco principale nei significati della commedia di Oscar Wilde L'importanza di chiamarsi Ernesto (The Importance of being Earnest), a cominciare dall'intraducibile Earnest: Ernesto, Franco, onesto, probo. I traduttori ci hanno provato in molti modi, ma era impensabile contenere tutte le sfumature sia del titolo come del testo, inclusa forse quell'allusione all'earning, il guadagnare, il denaro che risulta infine così determinante in chiusura di commedia. In ogni caso è proprio l'inarrivabile gioco allusivo il filo conduttore del testo, quel prevalere del nome sul senso, il gusto del ribaltamento satirico di qualsiasi contenuto, fino all'inversione della poetica shakespiriana, visto che le nubende della commedia rifiutano ambedue di sposare chicchessia a meno che non si chiami Ernesto.

Nella sua collocazione storica, la commedia va in scena a Londra in contemporanea con il primo dei processi che videro Wilde protagonista, prima come attore che chiede ragione di una diffamazione, quindi in un secondo procedimento che lo vede accusato e condannato per omosessualità. Di questi processi l’Elfo ha dato conto nella recente e apprezzata messa in scena di Atti osceni, il testo di Moisés Kaufman che racconta la vicenda processuale e umana di Wilde. L’allestimento de L’importanza di chiamarsi Ernesto si colloca infatti in un più ampio progetto dedicato all'autore irlandese (Wilde era nato a Dublino nel 1854) di cui fa parte anche una lettura interpretata da Ferdinando Bruni de Il fantasma di Canterville. L'accostamento fra la satira raffinata della società vittoriana e lo scandalo – dalla medesima società innescato – che porterà alla rovina l'autore è tanto più significativo quanto eclatante risulta il contrasto tra intelligenza, satira e raffinatezza e la rozzezza ipocrita e materialistica dell'epoca.

Ma andiamo con ordine. La trama è intricata, giocata su equivoci, personaggi doppi o inesistenti. John Worthing, familiarmente Jack, è un giovane gentiluomo di campagna che si è inventato un fratello scapestrato – Ernesto – che gli consente una seconda vita a Londra. Algernon è l'amico londinese, compagno di piaceri nella capitale, il quale troverà modo di farsi passare anch'egli per il fratello Ernesto. Intorno due giovani signorine, Gwendolen e Cecily, entrambe decise a sposare un ‘Ernesto' purché ricco, una vecchia e ricca zia - Lady Bracknell – e su tutto l'ombra degli oscuri natali del protagonista.
La fantasia immaginifica dei registi colloca la piéce in una swinging London, evocata con precisione dagli arredi, dai costumi e dalle citazioni musicali. Su tutto aleggia la proposizione variamente reiterata dell'immagine dell'autore, rivisitata in forma di icona pop. Il tono è graffiante ma leggero, la recitazione è garbatamente sopra le righe e recupera i migliori stilemi dell’Elfo. La ricchezza del testo - archetipo dell’umorismo queer - e la sapienza della realizzazione danno vita a uno spettacolo pregevole e divertente, cui un pubblico partecipe e giovanile tributa finali acclamazioni.
Tutti bravi gli attori, meritano una citazione in più Ida Marinelli che disegna una Lady Bracknell solida e rudemente tatcheriana e Elena Russo Arman, divertentissima Gwendolen; si distingue Riccardo Buffonini che dà vita a un Agernon elegantemente ironico e con una fluidità di movimento e parola degna di nota.

L'importanza di chiamarsi Ernesto
di Oscar Wilde
con: Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Luca Toracca, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Riccardo Buffonini, Cinzia Spanò, Camilla Violante Scheller
Regia scene e costumi: Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
produzione: Teatro dell'Elfo
a Milano, al Teatro Elfo Puccini www.elfo.org
Fino al 10 dicembre 2017

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