Scienza e Filosofia
Riconoscere la felicità
di Riccardo Piaggio
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La felicità ci appartiene. «Non cercheremmo di essere felici», ci ricordava Sant’Agostino, «se non conoscessimo già la felicità». O almeno la sua idea. In un’epoca senza disciplina e in cui le discipline sono (per fortuna) permeabili le une alle altre, il mestiere dell’antropologo appare come il più indicato a raccontare quella bomba emotiva, esistenziale e sociale che conosciamo, pur senza averne fatto mai l’esperienza diretta, con il nome di felicità. Che è una cosa seria, se è vero che la depressione è al momento (ma le cose stanno peggiorando) la seconda malattia al mondo, dopo un’altra questione di cuore, le patologie cardio-vascolari.

Sembra che, nel mondo, siano oltre sessanta milioni i bipolari e oltre quattrocento milioni i depressi. Lo dice l’OMS e i dati (lo scorso anno) sono già superati. Che fare, dunque? La parola felicità ha innumerevoli definizioni possibili, forse uguagliata solo da altre blasonate parole contenitore - ad esempio la parola cultura - che servono sovente a perorare cause e pulsioni addirittura contrapposte. E a coprire i vuoti dell’esistenza. Pensate alla parola identità, il mantra concettuale dei movimenti separatisti e di quelli nazionalisti. È stata la parola cardine degli ultimi tre papi e di Che Guevara.

A squarciare il velo dell’ambizione ad «una vita tranquilla e modesta», che «porta più gioia del perseguimento del successo legato a un’agitazione perenne» (ecco la definizione che Einstein appuntò, come sua abitudine, su un foglietto in un hotel di Tokyo, valsa recentemente 1,56 milioni di euro ad un’asta a Gerusalemme) prova ora Marc Augé. Con ogni probabilità, il migliore antropologo vivente old school, ma non per questo meno fresco e vitale, tecnicamente parlando, di molti emaciati colleghi da dipartimento. Augé, l’inventore dei non luoghi, intesi come luoghi in assenza di relazioni, ha preparato una ricetta della felicità (non ispirandosi alla cucina francese), che proveremo a scoprire. Momenti di felicità non è un essai, ma un memoir scritto in primissima persona, in cui l’autore si racconta, si svela e scrive a noi una lunga lettera, non definitiva, di dolce addio.

Un libro per essere felici, aspettando la felicità. Che nasconde una ferita: la felicità non è mai a prescindere, ma sempre nonostante. Cioè, si è felici sempre nel mondo con le sue incertezze e tragedie e contemporaneamente si è felici nonostante queste. Il segreto? La felicità non è sostenibile a lungo ed è qualcosa che si misura necessariamente con la dimensione del tempo. «Esistere significa approfondire l’istante», scriveva il grande filosofo Karl Jaspers.

La felicità è una questione di memoria e dopo di attesa; anche se dura un attimo, Augé suggerisce che non è l’attimo a fuggire da noi, ma noi da lui: «I momenti di felicità fugace sono rivelatori: non appena scompaiono, ne avvertiamo impellente la necessità. Inchiodati a un letto d’ospedale, misuriamo il valore di una pur breve passeggiata in città. Quei momenti ci rivelano inoltre qualcosa che riguarda il legame sociale e la solitudine, il passato e il futuro. E così pure qualcosa dell’odierna disparità dei destini: forse anche gli emigranti senza speranza conosceranno alcuni momenti di felicità, eppure rimangono condannati a vivere soltanto il tempo futuro».

Così ci informa la più recente ricerca nell’ambito delle neuroscienze: la felicità dipenderebbe dalla lunghezza di un gene (5-HTTLPR) deputato a trasmettere dosi di serotonina al cervello e addirittura è misurabile con un test neuro-elettrico (il BEAM). Tutto qui? Cambiando angolatura, le scienze sociali ci hanno abituati a confrontarci con questa perifrasi, un poco ipocrita: «Stati di benessere soggettivo», che anche se arriveranno a dirci come facciamo esperienza della felicità, non ci diranno il perché. Né cosa sia la felicità. Ci ha provato a lungo la filosofia, da Epicuro («Ogni piacere è un bene, ciò nonostante non vada scelto ogni piacere; così come se ogni sofferenza è un male, ciò nonostante la sofferenza non va rigettata a priori») a Montaigne («In vita mia ho visto centinaia di umili lavoratori vivere più saggi e felici di molti rettori di Università»). Mentre Spinoza, forse il filosofo che ha costruito più concetti sulla parola felicità, poneva al centro della questione il desiderio, «essenza dell’uomo» e la ricerca della bellezza, il sentimento più raro e prezioso al mondo.

Lo ha spiegato bene il filosofo francese Frédéric Lenoir nel suo saggio sulla Felicità (Bompiani, 2014); alla fine, è una semplice questione di conflitti interni: «La felicità assume l’aspetto di tutto ciò che non possediamo». Augé, invece, ci riporta nel mondo delle relazioni, affermando che la felicità è lo sguardo incrociato, non può esistere senza l’altro. Si è felici solo in relazione con qualcuno. E non si può esserlo neppure senza quel piccolo, residuale ascolto di sé, che ci fa vivere la pienezza del benessere nei piccoli e rari momenti quotidiani, accessibili a prescindere da classe e successo sociale. Il cervello fa il resto, abituandoci ad attendere e a ricordare. È - né più ne meno - la solita, burrosa madeleine di Proust. Solo che, oltre le briciole, ci sono sempre, almeno, due persone (Proust le mangiava da solo, e non era felice). L’invito di Augé è balsamico, ma non è un tutorial. In questa ricognizione narrativa sui momenti di felicità, possiamo essere accompagnati con pragmatico beneficio dall’abbecedario sulla psicologia positiva dello psichiatra Christophe André, Non dimenticare di essere felice (Mondadori, 2015), che ci pone di fronte a una tremenda responsabilità: la felicità (e con questa, la psicologia positiva che ci guida a sceglierla), è insieme una convinzione, una scienza e una pratica. L’invito è a non concentrarsi sui problemi, sulle patologie, ma sulle proprie risorse. Non serve riparare, ma coltivare quello che già funziona. Nei Momenti di felicità, è un invito che prende la forma di brevi epistole al lettore, secondo una mappa concettuale chiara, piacevole e coerente: si parla di fenomeni e di concetti, ma soprattutto si entra nella carne della vita vissuta; nelle canzoni, negli album di famiglia, nell’età che inesorabile avanza, nei viaggi e nei paesaggi. Nelle relazioni, al centro di tutto.

Il memoir racconta momenti privati, è un catalogo di sensazioni, dove ogni cosa - giunti all’età dell’autore (82 anni a settembre) - scompare o appare per come è. La felicità è anche una questione etica. Augé, da antropologo, non crea concetti, ma si interroga sul fenomeno, sull’atto pratico che può farci felici: «Mi domando perché mai, da qualche tempo, mi stuzzica, mi provoca, mi tenta – pur con una vaga inquietudine – la voglia di scrivere qualcosa a proposito della felicità o, meglio, dei momenti di felicità. Non di momenti ormai sepolti, scomparsi - di quel «bonheur fané» la felicità appannata di cui canta Charles Trenet in Que reste-t-il de nos amours? - bensì di una felicità presente. Si badi, non intendo lanciare un appello e men che meno un’ingiunzione: «Siate felici!». Non di questo si tratta: vorrei invece parlare dei momenti di felicità – dove, paradossalmente, il plurale conferisce al termine “felicità” una certa modestia rispetto al singolare. Vorrei parlare dei momenti felici che oppongono resistenza all’epoca presente, al terrore, all’invecchiamento o alla malattia: sono quelli che definirei «momenti di felicità nonostante tutto».

E il tutto è tanto, dalla disgregazione sociale, alla crisi dell’umanesimo (ormai da 500 anni), all’assenza di empatia (fenomeno che crea casi di patologia morale), alla morte del futuro, per cause ambientali, economiche, politiche e militari. Et cetera. Tanto che il prossimo essai (o memoir) di Augé potrebbe essere, per coerenza, dedicato al male, come radice sia della infelicità che della sua nemesi (sarà la felicità?). «I felici non hanno storia», recita un proverbio francese. Marc Augé ha una timida risposta, che non compare nel libro:«La felicità è sempre molto vicina all’infelicità». Ecco perché ha deciso di scrivere a noi questa lunga lettera. Che ci porta via l’alibi per essere infelici, nonostante tutto.

13 NOVEMBRE 2017 | 14:42
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