Teatro
Oscar Wilde alla sbarra
di Renato Palazzi
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In un’epoca in cui scopriamo che tanti non conoscono la vicenda di Anna Frank, chissà quanti - e non soltanto fra le ultimissime generazioni - saranno al corrente dell’ignobile persecuzione giudiziaria subìta da Oscar Wilde? Raramente, forse, nella storia, si è assistito a un così accanito e sistematico tentativo di fare a pezzi un uomo e un artista. Riportare oggi in luce quell’agghiacciante episodio è dunque una scelta non solo meritevole, ma anche in qualche modo doverosa, un memento, un invito a non abbassare mai la guardia di fronte a un’attitudine al linciaggio che, magari in altra forma, potrebbe sempre e comunque ripetersi.
Atti osceni, il testo dell’americano Moisés Kaufman che Ferdinando Bruni e Francesco Frongia hanno messo in scena all’Elfo Puccini, è d’altronde per molti aspetti un tipo di testo che sembra rientrare naturalmente negli orizzonti attuali della compagnia milanese. Inquieto, graffiante quanto basta, ma basato soprattutto su quella formula per così dire epico-didascalica - basata su una incalzante ricostruzione cronistica degli avvenimenti - che ha caratterizzato in questi anni alcune delle maggiori produzioni dell’Elfo, da Frost/Nixon ad Afghanistan, alimentando quelle robuste macchine narrative che sembrano attrarre irresistibilmente il pubblico della multisala di corso Buenos Aires.
Nella sua pièce, tutta ambientata in un’aula di tribunale, Kaufman ricostruisce con scrupolo documentario i tre processi che a diverso titolo hanno avuto al centro lo scrittore irlandese, basandosi su verbali, testimonianze, lettere, articoli di giornali, interventi di amici e nemici. Al di là del panorama di accuse, prove, interrogatori si delinea l’affresco di una società aggrappata ai propri riti e ai propri pregiudizi: raramente, come in questo caso, si sente parlare di scuole d’élite, di circoli aristocratici, di ristoranti alla moda, come se la raffinatezza dei luoghi frequentati e l’elevato pedigree culturale fossero tali da autorizzare di per sé una libertà di comportamenti che dall’insieme di quel mondo non è però riconosciuta.
Molta parte del testo vive ovviamente dei contraccolpi processuali, delle bassezze dell’accusa, degli errori della difesa, a partire dalla sciagurata idea iniziale da parte dello scrittore, che per compiacere il suo giovane amante, lord Alfred Douglas, querela l’odiato padre di costui, il marchese di Queensberry, pronto a diffamarlo in ogni sede e in ogni circostanza per porre fine alla relazione, esponendosi però alla sua ritorsione e al ribaltamento della propria posizione giudiziaria. Non sono certo, però, che questo montaggio di materiali sia tutto condotto con mano felice, ed esente da ridondanza ed indugi ripetitivi che attenuano la squassante drammaticità della trama.
C’è un aspetto del lavoro di Kaufman, in particolare, che mi pare irrisolto: ho come l’impressione che egli non abbia del tutto deciso se descrivere e analizzare un atroce attentato alla libertà sessuale, o un sinistro attacco alla libertà della creazione artistica. Il primo aspetto è certo il più evidente, ma forse anche il più scontato, e avrebbe richiesto probabilmente ulteriori riflessioni, ad esempio sul senso dell’anacronistica legge voluta nel 1885 dalla regina Vittoria per estendere le pene detentive agli amori fra maschi, e sul rapporto di questo provvedimento con la società inglese dell’epoca.
Il secondo mi pare francamente il più interessante e denso di sviluppi: inquisire Wilde, ad esempio, per alcune pagine del Ritratto di Dorian Grey giudicate immorali, confondendo l’invenzione letteraria con le condotte personali, è un’aberrazione estetica, una mostruosa confusione di prospettive, in tutto indegna di una cultura evoluta. Di sicuro, nel caso di Wilde, arte e vita tendono a coincidere: ma ogni volta che il testo sembra voler perorare il diritto di ogni essere umano a coltivare liberamente le proprie pulsioni naturali, passa a parlare di scrittura, e ogni volta che sta per rivendicare la libertà della scrittura sulla morale corrente torna agli “atti osceni”, con esiti abbastanza inconcludenti.
Che il testo possa essere gravato da qualche eccesso di rigidità parrebbe anche dimostrato da certe forzature interpretative che i due registi impongono ai giovani attori impegnati a moltiplicarsi nelle parti secondarie. L’impianto è scarno, essenziale, qualche sedia, delle transenne di metallo che rimodellano lo spazio, dietro le quali avvengono arringhe e deposizioni: ma il tono di questi interventi, alternati a raccordi puramente narrativi, viene spinto spesso verso l’esasperazione grottesca, soprattutto da Ciro Masella, che fa del marchese di Queensberry una specie di orco dei cartoni animati, togliendo ovviamente pathos all’insieme. Da sottolineare, invece, la bella prova di Riccardo Buffonini, che tratteggia con sensibilità la sfuggente figuretta di Lord Douglas.
A reggere tutto lo spessore tragico di questa immane persecuzione umana e politica è però il bravissimo Giovanni Franzoni, che con pochi tocchi disegna la maschera di uno straordinario Oscar Wilde insieme fedele al personaggio e oggetto di una profonda trasposizione interiore. Sul suo volto cereo, nelle sue dichiarazioni ambiguamente reticenti passa una gamma di sentimenti mutevoli, orgoglio di sè, coscienza delle proprie debolezze, consapevolezza di mentire e di tradirsi mentendo sulle proprie inclinazioni, smisurata fede nel primato della bellezza e straziante percezione che in questo caso la bellezza non potrà salvarlo. E su tutto, dall’inizio, un dolore incombente, silenzioso, senza nome.

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman. Regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Milano, Elfo Puccini, fino al 12 novembre

10 NOVEMBRE 2017
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