Arte
Pollock, l’Icona dell’incertezza
di Paolo Legrenzi e Armando Massarenti
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Nei quadri di Pollock le sgocciolature si susseguono con un margine di casualità, ma poi il risultato finale «non poteva che essere quello». Nella vita delle persone il caso via via si riduce, se guardiamo la vita a posteriori, quando siamo diventati vecchi e ci sembra che la nostra vita «doveva» essere quella. Questo è l’effetto che Robert Musil, lo scrittore del romanzo-saggio L’uomo senza qualità, chiama «carta moschicida»: «le persone adottano la persona che è venuta loro, la cui vita s’è incorporata alla loro vita, giudicano le sue vicende ed esperienze ormai come le espressioni delle loro qualità, e il suo destino diventa merito o disgrazia loro. Qualcosa ha agito nei loro confronti come la carta moschicida nei confronti di una mosca: qui ha imprigionato un peluzzo, là ha bloccato un movimento, e a poco a poco li ha avviluppati, finché sono sepolti in un involucro spesso che corrisponde solo vagamente alla loro forma originale».

Analogo effetto si può ritrovare in un quadro di Pollock con una semplice prova che ho ripetuto più volte con la Foresta incantata. Se vi avvicinate molto al quadro, circa dieci centimetri, potete perdere la visione d’insieme e seguire la traiettoria di una sola sgocciolatura nera. Essa si presenta come un segno autonomo, con il suo destino. Se vi allontanate gradualmente, essa subisce l’effetto «carta moschicida» perché interseca molte altre linee ed è intersecata creando un effetto di destino comune, ben noto in percezione. Così, alla fine, quella porzione di quadro è vincolata, non c’è più nessuna casualità. Non poteva essere in altro modo, perché ogni linea ha incontrato le altre che hanno innescato, appunto, il destino comune.

La realtà emerge dal caos delle possibilità, le possibilità che Pollock ha fatto sue, come nel montaggio di un film, dove quel che si scarta, prima della scelta, aveva la possibilità di far parte della storia tanto quanto quel che è diventato, alla fine, il film. Terminato il montaggio, tutte le altre possibilità scompaiono e ogni traccia di casualità è scomparsa.

I quadri di Pollock, gesto dopo gesto, sono come un film di cui non si è visto il montaggio, sono l’unica realtà. E tuttavia, se esiste il senso immediato di questa nuova realtà, come dice Musil nell’Uomo senza qualità, deve esistere anche il senso della possibilità, dove regna la volontà di costruire: «Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso delle possibilità [...]. Un’esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un’esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione».

I quadri di Pollock costruiti con il dripping ci mostrano l’intreccio tra la realtà finale del quadro e le possibilità via via scelte nella costruzione, l’effetto di un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà perché ne crea una nuova. I gesti del dripping circoscrivono lo spazio delle possibilità, secondo l’effetto «carta moschicida».

Se c’era stata incertezza, questa non c’è più nell’opera terminata. C’è solo forza, emozione. È la stessa forza con cui noi affrontiamo gli altri e la vita. In certi momenti questa forza si coagula, si concentra, e illumina un pezzo della realtà che assorbe le nostre emozioni. Allora il nostro mondo si espande, il nostro io evapora, scompaiono i nostri gesti, non ci sono più scelte personali, scelte decise da noi. Siamo catturati da «chiamate», e quello che «chiama» lo abbiamo incontrato nel mondo: un quadro, una persona, un libro. Tutte le nostre risorse cognitive ed emotive sono assorbite da quel punto nello spazio, fuori dal tempo. Dobbiamo immergerci in quel pezzo di mondo che ci comanda con un ordine definitivo, finale, ineludibile, impellente.

Non siamo noi ad avergli rivolto l’attenzione, è il mondo che l’ha richiesta. La cultura dominante presuppone una dicotomia tra la testa che risolve, bene o male, i problemi preesistenti e la descrizione delle «chiamate», delegata a teologi o a letterati. Soltanto lì trovate un abbozzo di «teoria delle chiamate». Alcune s’inverano all’istante come nel racconto Feuille d’Album di Katherine Mansfield. Si narra del pittore Ian, sereno e solo: «Ian fissava il palazzo dall’altra parte della strada [...]e all’improvviso, come in risposta al suo sguardo, i due battenti di una finestra si aprirono e una ragazza uscì sul minuscolo balcone [...]il cuore di Ian cadde giù dalla finestra del suo studio, e finì sul balcone 19 del palazzo di fronte». Ecco una chiamata improvvisa e la simultanea risposta. Altre volte una chiamata resta sospesa per tutta la vita nel cuore della protagonista del racconto.

Alice Munro termina così Ortiche: «Un amore non utilizzabile, che sapeva stare al suo posto [...]un amore che non rischia niente, ma che si mantiene vivo come una goccia di miele, una risorsa sotterranea». Altre volte, infine, costretti dalle circostanze e dal mondo a cui apparteniamo, abbandoniamo la chiamata. Un esempio di questo tipo di storia è in Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Il protagonista lascia l’amante Tamara. Torna al suo mondo: «Ma penso di avere più rimorsi per il male che ho fatto a Tamara che non a mia moglie. Ho tradito la mia natura, o qualcosa del genere. È come se non avessi risposto a una chiamata, a essere qualcosa di più di un mediocre insegnante di inglese in una cittadina polverosa».

L’unico abbozzo di teoria psicologica delle «chiamate» parte dalla nozione di «invito» usata per spiegare situazioni in cui gli oggetti della quotidianità «chiedono» di eseguire un’operazione con essi. Per esempio, un nuovo tipo di schiaccianoci, mai visto prima, «chiede» di essere preso per i manici; un sasso tondeggiante e piatto chiede di diventare un sedile, e così via. Anche gli oggetti d’arte possono invitare: nel giardino della Collezione Peggy Guggenheim, a Venezia, c’è una sorta di trono antico che invita ogni bambina o bambino a sedersi per trasformarsi, per un istante, in una regina o un re. Quello che fanno i quadri di Pollock, in questa prospettiva, è un invito alle nostre emozioni «pure», prive di funzioni strumentali, come avviene quando una nuova realtà, incontrata per la prima volta, chiama.

Paolo Legrenzi

Regole e caso di Paolo Legrenzi - di cui anticipiamo uno stralcio - e Generare Dio di Massimo Cacciari sono i primi titoli della nuova collana de il Mulino «ICONE. Pensare per immagini», in libreria dal 12 ottobre e curata dallo stesso Cacciari. Autori di diversa formazione interrogano alcune grandi icone della nostra storia culturale (da Mantegna a Pollock, da Caravaggio a Kiefer) capaci di rispecchiare questioni fondamentali per il nostro tempo. Quella di Legrenzi, psicologo cognitivo ben noto ai nostri lettori, è una scelta illuminante e sorprendente. Commentando un quadro di Jackson Pollock (Number 1/A) - e la famosa tecnica con cui lo ha realizzato, il dripping, o sgocciolamento, essenza dell’action painting, o dell’espressionismo astratto, le due diverse etichette con cui i critici definirono il pittore americano, - egli affronta in profondità, entro la cornice del caso e delle regole, temi che riguardano le nostre scelte quotidiane, il rapporto tra rischio, certezza e incertezza, il senso della narrazione della nostra vita, la possibilità di esserne protagonisti e non semplici comparse, il senso della storia, le emozioni che scaturiscono dalle immagini, anche le più astratte, i meccanismi dell’attenzione e le sue trappole, il musiliano «senso della possibilità» da coltivare accanto all’altrettanto necessario «senso della realtà», l’improvvisazione nel jazz, i falsi nell’arte e le tecniche per smascherarli, il funzionamento del collezionismo e del mercato dell’arte; e ancora, il senso di premi Nobel per l’Economia come quelli dati a Douglas North e a Daniel Kahneman, l’incertezza nei mercati finanziari e i modi migliori per non esserne travolti diventando antivulnerabili, in maniera non tanto diversa da come in generale, nella vita, affrontare nel modo più saggio un futuro costitutivamente incerto.

Tutti questi argomenti si trasformano infine in un invito a usare il pensiero critico, passando per l’esperienza - da proporre a voi stessi e ai vostri bambini - di realizzare il vostro personale Pollock Number 1/A. Perché - scrive Legrenzi al termine di un’analisi cognitiva sui meccanismi di riconoscibilità di ogni Pollock acclarato come vero – «la garanzia della sua autenticità è nell’invenzione e nell’uso personale di una nuova tecnica che potreste imitare per produrre Pollock verosimili». La sostanza, insomma, sta nel processo compositivo. Pollock «diventava una sola cosa con le sue opere, mentre le costruiva. E tuttavia l’automatismo del singolo gesto, e l’incertezza incorporata nella tecnica del dripping, non devono indurci a pensare che tutta l’opera sgorghi in modo non consapevole, una sorta di automatismo innescato dalla prima pennellata. Era piuttosto un processo per prove ed errori, e l’essere nel quadro non esclude il procedere per correzioni successive fino al risultato finale». Un processo in cui, come nel jazz, per dirla con Thelonious Monk, «si possono fare errori giusti e errori sbagliati». Pollock è «un’icona dell’incertezza». In lui la bellezza trova una nuova forma di espressione e, come dice Hans Ulrich Obrist, capiamo che la vera arte è ciò che è in grado di ampliare la stessa definizione di ciò che è arte. Pollock, come icona dell’incertezza, scrive Legrenzi, «è la fine di quel percorso, nella storia delle idee, che ha tentato (inutilmente) di trasformare tutta l’incertezza in rischi misurabili e prevedibili» e, dunque, assicurabili. Ne scaturiscono 20 consigli pratici per tutti. Citiamo il quarto: «Non preoccuparsi della fortuna e della sfortuna: entrambe sono sotto controllo se si accetta l’incertezza dell’esistenza».

Armando Massarenti

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