Danza
L’affresco e il bunker di Giulietta
di Marinella Guatterini
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Un festival se ne va, un altro se ne viene. A “Oriente Occidente”, vetrina proprio oggi destinata a salutare i suoi molti e calorosi spettatori in vista della prossima edizione, Angelin Preljocaj, il ben noto coreografo franco-albanese, ha presentato La Fresque, l'ultima fatica per dieci splendidi danzatori della sua compagnia. Tra tre giorni, con il suo ormai storico Roméo et Juliette (1990) e un numero doppio di ballerini, battezzerà “Torinodanza 2017”. Troppi anni e troppe messinscene corrono tra i due debutti/ ritorni, ma i paragoni non sono impossibili. Il linguaggio dell'artista così celebre si riconosce pur calandosi in musiche e racconti diversi.

La Fresque , balletto narrativo proprio come Romeo e Giulietta, si ispira a La Pittura sul muro, un antico testo cinese. L'autore prova a distribuirlo in quadri, ma senza appesantirlo di scene e costumi, al punto che di primo acchito potrebbe sembrare una pièce astratta. Giovani in chiaro, scuro, beige e qualche brillante colore (i costumi sono chic, di Azzedine Alaïa) danzano solo tra misteriosi filamenti bianchi come cirri: nuvole capaci di farsi capanna, di disperdersi nel firmamento della scena nuda, e di appallottolarsi per diventare pianeti in una volta piena di piccole stelle. In più, chiome femminili, lunghe ed elettriche, rincorrono il vento spezzando tenebre e bagliori: in queste s'imbattono Chu e Meng, due viandanti, invitati da tre monaci a visitare un tempio e il suo affresco quasi venusiano.

Nel sacro interno, cinque interpreti dai lunghi capelli si muovono sopra una panca, quasi al rallentatore, con sensuale e carezzevole lentezza, pari solo alla forza gioiosa dei due nomadi entrati in scena carponi, pancia a terra, ma poi salterini, ebbri di corse e giochi prima di immobilizzarsi davanti alle sinuosità muliebri del dipinto musivo. Uno dei due nomadi s'innamora dell' unica giovane biancovestita; entra per metafora nel suo mondo, rincorrendola quando non interrotto da monaci con maschere bianche sul viso, da danza tribali e musiche battenti e ripetitive e dall'andirivieni del gruppo esterno al suo tempio e al suo amore immaginario. Tuttavia, in almeno cinque passi a due gli amanti “impossibili” si incontrano, si abbracciano, si divincolano, spezzando l'andamento rigido e convenzionale della danza neo-accademica di gruppo, o quella tribale proprio come i tre assoli riservati ai protagonisti, tra cui quello di un monaco infervorato da una musica bruttina.

Infine, tre divinità dorate, annunciate da un gran fragore, cacciano brutalmente in proscenio quell'innamorato che aveva portato rose alla sua amata e danzato con lei in un valzer matrimoniale. Costui ritroverà il compagno dell'inizio, ma ormai depredato della sua illusione e del suo sogno, ove spiccano soprattutto tableaux vivants, girotondi antichi, e quell'acconciare la sposa come fosse un perno: le compagne reggendole in alto i capelli le girano attorno, montandole un chignon da sposa. Con questa pettinatura, impreziosita dalla rosa, l'amante della “pittura sul muro” si congeda dall'affresco ingannatore. E Preljocaj, creando con i suoi meravigliosi cirri una Caverna di Platone, dà fondo alle idee: visioni devastanti e dolorose, o necessario nutrimento d'arte per una vita altrimenti piatta e noiosa? Chissà.

Il primo Preljocaj, quello che con Roméo et Juliette ottenne fama mondiale, aveva aspirazioni forse meno filosofiche e più politico-sociali. Nel dramma shakespeariano - rispettato ma non del tutto: mancano, ad esempio, i genitori dei due giovani sfortunati - emergono ricordi di un'Albania offesa dall'indigenza e dalla sopraffazione. Romeo è povero; Giulietta aristocratica. I Capuleti appartengono alla genia dei potenti armati, i Montecchi, invece, alla tribolata schiera dei senza casa che nulla potrebbero contro i detentori della legge se non fossero meglio e più dotati di affetti, ovvero di movimenti, ben valorizzati sui brani per mandolino di Sergej Prokof'ev.

Nel suo danzare Gulietta risente non poco della meccanicità del suo ceto; s'innamora di un Romeo morbido, flessuoso e felino come un gatto. Invece, i potenti sono rigidi come soldatini e Tebaldo, cui Romeo risparmia la vita,- forse perché disarmato e non violento -, si atteggia ad eroe del Realismo socialista e sembra imbracciare il fucile anche quando volteggia a mani vuote. Così la vicenda, ingabbiata entro la caliginosa scena, ideata da Enki Bilal, disegnatore di fumetti jugoslavo nonché collaboratore del regista Alain Resnais, si risolve in uno scontro coreutico; Romeo gioca con Giulietta nel bunker dove non trapela mai un raggio di sole e Giulietta re-impara persino a camminare. L'amore tra i due è un esercizio didattico; poi tra i fumi, forse mefitici, ove domina il colore grigio e bronzeo, diventa simulazione dell'atto sessuale.

Non siamo così lontani da La Fresque: Preljocaj continua ad amare movimenti contrastanti: rigidi e sinuosi, per buoni o cattivi, o solo per appartenenti ad etnie e ceti differenti. Nel suo schema c'è posto per una punta di prevedibilità (e talvolta più d'una), per citazioni riconoscibili - dalla Caverna di Platone (La Fresche) a Orwell ma anche Alien, il film (Roméo et Juliette) - per picchi geniali e fragilità enfatiche sempre tollerabili grazie alla freschezza degli interpreti, alla sapienza tecnica e al rigore del loro “capo”, ormai, nella danza, un maestro della tradizione del nuovo.

“La Fresque”/Cie Angelin Preljocaj, “Oriente Occidente”, Rovereto; “Roméo et Juliette”/Cie Angelin Preljocaj, Teatro Regio per “Torinodanza”, 12-13 settembre.

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