Cinema
Un’icona e i suoi gesti
di Antonio Audino
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Non è certo un caso se Petrolini, indossando il frac di Gastone, indicava fra i tratti peculiari del grande attore dei primi anni del Novecento “i gesti alla Borelli”, non potendo non citare quella presenza, anche se femminile, che aveva lasciato un segno profondo sulla scena e sullo schermo, in un’epoca pur popolata da straordinari interpreti.

A partire dal primo settembre, con la cura di Maria Ida Biggi, si terranno una serie di manifestazioni che ci consentiranno di ricostruire il profilo di questa figura, non a caso realizzate a Venezia, città in cui l’attrice visse a lungo, dopo il suo ritiro dall’arte avvenuto nel 1918 in seguito alle nozze con l’industriale Vittorio Cini che la porterà con sé in laguna. Una mostra si terrà proprio nel palazzo in cui la coppia visse, a San Vio, con documenti, immagini e fotografie stereoscopiche da lei stessa realizzate, con la ricostruzione di alcuni suoi celebri costumi di scena e diversi ritratti di noti pittori dell’epoca. Contemporaneamente si terrà una rassegna dei suoi film, mentre è già disponibile un volume edito dai Fratelli Alinari, Il teatro di Lyda Borelli, curato dalla stessa Biggi e da Marianna Zannoni, con un attento percorso attraverso la sua carriera scenica accostato a un vasto e importante apparato iconografico. Dunque, innanzitutto Lyda Borelli veniva considerata una donna di sublime bellezza, e le tante immagini del volume ci consentono di comprendere il perché di questa fama. Era certo una bellezza, la sua, che sembrava davvero disegnata secondo i canoni della sua epoca, di gusto preraffaellita, si diceva, con una grazia Art Nouveau nella snella sinuosità della sua figura, e con un misto di ingenuità e di determinatezza, come tante eroine del decadentismo. Così almeno ce la descrivono i testimoni dell’epoca, sempre con toni di profonda venerazione. C’è da dire, inoltre, che davvero la Borelli sedusse non soltanto un vastissimo pubblico, ma tutta la cultura dell’epoca, promossa così a musa ispiratrice anche su fronti radicalmente opposti. E se il suo primo grande successo è a 17 anni nel ruolo di Favetta ne La figlia di Iorio di D’Annunzio, cosa che comporterà la devozione eterna del Vate, Boccioni qualche anno prima di dar vita al Futurismo dichiarerà «Se potessi studiare su quella donna potrei forse trovare quello che cerco», e persino il grande antagonista di tutti gli “ismi” contemporanei, Guido Gozzano le scriverà. «Voi che date alla ribalta una così intensa visione di vita, lasciate in chi v’accosta nella vita il vago sospetto di avervi soltanto sognata». Non a caso anche in teatro l’attrice spazierà tra stili e forme diverse e il suo cospicuo repertorio attraverserà tutti i generi teatrali, toccando le più varie direttrici della drammaturgia contemporanea italiana, anche se il suo cavallo di battaglia resterà la scabrosa Salomè di Wilde. Sarà poi il passaggio alla nuove arte, muta e impalpabile, del grande schermo a conferirle per sempre l’aura della divinità.

Bella e adorata da tutti, dunque, ma quello che i suoi contemporanei ci tenevano a sottolineare era che si trattasse comunque di un’attrice vera, seria, tutta dedita allo studio e al lavoro. Del resto Lyda è figlia d’arte, il padre Napoleone aveva recitato in importanti compagnie così come la madre Cesira Banti, che poi si era ritirata per seguire la sua celebre creatura e la sorella Alda, anche lei votata all’arte drammatica. E Lyda, immediatamente notata da tutti, entra a far parte giovanissima di compagnie prestigiose, lavorando con Virgilio Talli e con Maria Melato, con Irma Gramatica e con Ruggero Ruggeri, trovandosi in un paio di occasioni persino accanto alla Duse. Vero è che una gran parte di spettatori, e soprattutto di spettatrici, andava a teatro anche per vedere cosa avrebbe indossato la Borelli. Lei si veste a Parigi, si diceva, spende cifre folli per i suoi abiti e passa ore a consultare modiste e sarte, è lei tra le prime ad importare in Italia la jupe-culotte una sorta di gonna pantalone in verità un po’ goffa, alimentando per giorni non solo le conversazioni dei salotti ma intere pagine di cronache e commenti giornalistici. La stessa Lyda, però, sentirà il bisogno di ridefinire la sua dignità artistica dichiarando «La mia persona ha un po’ corso il pericolo della Pisanella dannunziana: morire artisticamente sotto una metaforica pioggia di rose» dove il rischio nel suo caso è di essere sepolta dalla «reclame smodata alle mie toilettes e con una sottile e talvolta impertinente fisiologia dei miei connotati fisici». Cosa nei confronti della quale sente di doversi ribellare: «Ma questa protesta io l’ho, sempre che ho potuto, affidata all’arte che amo, alla quale dedico ogni mia forza, ogni mio studio, ogni mia energia della volontà e dell’ingegno. Il teatro per me è una fonte di gioia spirituale, di ardua idealità creativa e non una vetrina». Certo, a defilarsi dal fronte pressoché unanime di ammiratori ed estimatori troviamo proprio le due voci più attente e consapevoli della critica del tempo. Così soltanto Silvio d’Amico e Antonio Gramsci non cadono nella trappola della seduzione e indicano a chiare lettere i limiti interpretativi ed espressivi dell’attrice. Un tratto che però oggi appare evidente è la personalità di una donna capace di decidere da sola della sua vita, dei suoi gusti e dei suoi interessi, che ama guidare l’automobile e compie persino un giro in aeroplano, curiosa dei suoi tempi, quindi, interessata a conoscere e frequentare i poeti e i letterati di quel periodo. Fino a decidere poi di dedicarsi soltanto al matrimonio e alla famiglia, lasciando fama e folle osannanti, scontrandosi anche con la sofferenza per la morte del figlio Giorgio, deceduto nel ’49 in un incidente aereo, in memoria del quale i genitori daranno vita alla fondazione che porta il suo nome sull’isola veneziana dedicata al santo omonimo.

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