Danza
Nella caverna dei sogni e dell’oblio
di Marinella Guatterini
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Una delle tante, possibili, domande dello spettatore rimasto, come noi, ipnotizzato dall’originale raffinatezza e dalla complessiva genialità di Sleep Technique del gruppo Dewey Dell potrebbe riguardare, molto semplicemente, quale possa essere stato il rapporto tra i giovani autori e interpreti della pièce e il tema prescelto per la stessa. Ovvero, l’immaginifica ricostruzione della caverna di Chauvet-Pont d’Arc, in Francia, scoperta per caso nel 1994, e in grado di sconvolgere anche i più recenti studi archeologici grazie alla ricchezza delle sue pitture preistoriche di animali risalenti a 36mila anni orsono, come in parte attesta pure Cave of Forgotten Dreams, nobile documentario (2011) di Werner Herzog.


Ben lontani da ispirazioni, musiche e cliché compositivi e linguistici di solito cari ai giovani creatori di danza italiani, i Dewey Dell si permettono, per loro e nostra fortuna, “di non essere contemporanei”. Non seguono la scia dei temi pressanti eppur tragici, dell’attualità, non si abbeverano ai linguaggi ibridi della danza d’oggi, o alla “verità” dei corpi naturali delle danze cosiddette sociali, cui tutti possono accostarsi. Ricercano altro e in più direzioni, apparentemente ambiziose, eppure scaturite da pura e febbrile curiosità. La coreografa Teodora , il musicista Demetrio e Agata (interprete ma non solo) - figli di Romeo Castellucci e Chiara Guidi, cofondatori del famoso gruppo teatrale Socìetas Raffaello Sanzio -, si sono concessi questo privilegio sin dal 2007, anno d’inizio della loro avventura autonoma da mamma e papà, e per ora nutrita di pochi spettacoli.

Questo Sleep Technique, cui partecipano anche Eugenio Resta, altro componente storico del gruppo, più Ivan Björn Ekemark ed Enrico Ticconi, è costato quasi due anni di lavoro, non fosse altro che per consentire la messa a punto della collaborazione musicale di Demetrio con Massimo Pupillo degli Zu, uno dei gruppi più significativi emersi dall’underground italiano negli ultimi vent’anni. Ma anche per permettere a Guoda Jaruseviciute, la costumista lituana - il gruppo è ormai internazionale e alloggia tra Cesena e Berlino - di reperire le stoffe preziose e grezze delle due tute femminili, avvolte da corde o nastri, dei pantaloni sovrastati da cappe asimmetriche dei tre interpreti maschili e le ornate calotte in cuoio, simili a morbidi elmi con trecce.


La strana comunità atemporale - i costumi non hanno etnia o epoca precisa - si muove sul palco del Teatro della Triennale - sopra una candida collinetta soprastata sul fondo da un buco nero, quasi in rilievo. È l’ingresso della caverna, dalla quale idealmente si esce e solo alla fine si entra - secondo le varie Chamber o Gallery indicate in sovrimpressione come fossero capitoli di una narrazione che comincia dalla fine, perché qui, nella realtà, compare una Venere dal ventre rigonfio e dalle ginocchia piegate all’indentro come tutte le Veneri preistoriche. E in Sleep Technique l'evocatrice di tale divinità, in costume bordeaux, chiuderà il tenebroso pertugio a gambe all’insù.


Nella sua ovattata e oscillante penombra, la pièce avvince subito e non cede mai nel ritmo compositivo grazie anche alla ricerca di un’ immaginifica “archeologia del gesto”, fatta di sensuali rotazioni pelviche femminili, di pugni che battono sulle anche, di continui balzi e rimbalzi all’indietro: ponti maschili anche sovrastanti l’uno sull’altro. E ancora strisciare, scomparire di soppiatto nel buco ancestrale come una vagina, e uscirne, impauriti. Prendendo in prestito certi spunti della mitica Caverna di Platone, ci si muove lasciando spazio alla parte posteriore del corpo: la sconosciuta. Il ricamo di movimento e gesti è comunque sempre inedito: prevede mani che coprono i volti, balzi da belva e rotazioni della testa in estasi o in oblio, passando dall’animalità all’umanità.


La musica avvolge questo dialogo impossibile con un passato più che remoto, grazie ad effetti plurimi: corde di basso elettrico, suoni reali, effetti d’acqua , pietre lanciate, fischi, voci, graffi come di orsi presenti e spaventosi. Si giunge anche a momenti di tensione e congestione dinamica, ma con una grazia priva di terrore. I Dewey Dell sanno quanto e come l’abitante della loro caverna - l’homo sapiens sapiens- fosse in tutto simile a noi, tranne per l’assenza della tecnologia. In un solo momento della pièce compare un effetto neon azzurrognolo nel buco fosco della spelonca: potrebbe essere quell’acqua dell’oceano, dalla quale proveniamo assieme ai nostri lontani compagni. Chissà. Portarli idealmente alla ribalta è coraggiosa ricerca: teatro di danza che sonda nel buio e si spinge oltre l’inimmaginabile.


“Sleep Techniche”/Dewey Dell/ Teatro della Triennale, Milano; Teatro delle Passioni, Modena, 4 Maggio; Teatro Contatto 35, Udine, 7 maggio.

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