Danza
Un match tra movimento e suono
di Marinella Guatterini
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A breve il via al Festival Monteverdi - quest’anno impreziosito dalla ricorrenza 450: la nascita del “divino” Claudio il 9 maggio 1567. Cremona, città della musica e degli strumenti ad arco e il suo teatro, il “Ponchielli” , potevano forse lasciarsi sfuggire l'occasione di abbinare partiture live al movimento di qualcuno dei gruppi impegnati nella lunga corsa della sua XXIX rassegna di danza? Chi ha accolto la sfida in Play&Play: An Evening of Movement and Music è stata l’americana Bill T. Jones & Arnie Zane Company, a dialogo con il Quartetto Noüs, primo figlio, e incantevole per qualità e leggerezza del suono, del celebre Quartetto di Cremona. Due violini, viola e violoncello se ne stanno giù dal palco in Ravel:Landscape or Portrait?, un debutto italiano, mentre in Story (2013) lottano vis-à-vis coi danzatori in una conversazione tutta schubertiana.
Osservando la docile flessuosità e morbidezza del linguaggio, qui formalistico ed evocativo di Bill T. Jones, occorre dimenticare la vena narrativa, verbale, talvolta verbosa e da acceso polemista delle sue coreografie “scandalo” . In trentacinque anni di carriera, questo maestro della Post Modern Dance statunitense ha riletto l’edulcorata Capanna dello Zio Tom “dalla parte dei neri” con cinquanta corpi nudi, denunciati al Festival di Spoleto 1982 per oltraggio al pudore. Ben altri esiti, oggi, per i nudi di Emma Dante, ma si sa, oppure non si sa - e comunque non si dice - quanto il teatro debba alla coreografia anche remota…Nella sua danza “di tutte le lotte” , nata da un fervente credo antirazzista e da un’ostentata fierezza omosessuale, Jones è riuscito a esprimere i baratri della sofferenza e la normalità del dolore, facendo collaborare i suoi danzatori con malati terminali di cancro e di Aids nell'esemplare Still/Here (1994). Uno schiaffo alla coreografia del suo Paese, «così affezionata all'astrazione da sfiorare l’ipocrisia», diceva in quell’epoca il coreografo, seguace di Martin Luther King e Malcolm X.

Danze “pure” che creano poesie visive
Oggi il vento sembra cambiato e vira tante volte anche per lui, -comunque autore di danze antimilitariste e di omaggi a Lincoln, il presidente che ha posto fine alla schiavitù -, verso l’astrazione. Ma non c’è ombra di ipocrisia nelle rincorse, nei lift in orizzontale dei suoi otto interpreti internazionali e multicolori nella pelle e nelle chiome. Anzi, le sue danze “pure” creano poesie visive. Così il Ravel: Landscape or portrait?, iscritto entro il perimetro rettangolare di un parallelepipedo solo proiettato, insegue l’omaggio del ventisettenne compositore a Gabriel Fauré “mon cher Maître”, nel suo unico quartetto d’archi, con adolescenziale gaiezza, tra raggruppamenti subito disciolti in fughe disordinate.
Il moto febbrile ha un che di voluttuoso e di volutamente artificiale (la cifra di Ravel) in specie quando le proiezioni di Janet Wong , anche direttrice artistica associata della compagnia, invadono il terzo movimento del quartetto (il più ricco di accenti e sfumature espressive) con una tappezzeria a fiori fitti e dalle tinte notturne. Qui l’intero parallelepipedo acquista solidità nell’assolo di una danzatrice recalcitrante e nel successivo terzetto dai graffi per terra, e poi la perde nel finale privo di decorazione, con il gruppo a un lato del palco e un danzatore che, sollevato in alto, vi sbuca fuori. Paesaggio o ritratto? Chissà.
La musica di Schubert, lontana mille miglia da Ravel, è di sicuro una Story: quella del Lied La morte e la fanciulla, presente nel secondo movimento dell’eponimo e celeberrimo quartetto. Qui, insolitamente, non si fronteggiano due personaggi, bensì due gruppi entrambi sul palco, questa volta segnato da un reticolo di strisce bianche. La terra accoglie la danza, i suoi rotolii, la sua gioia di fanciulla, ma anche le profferte della musica (metaforicamente la morte, ma quanto viva!). All’occorrenza i danzatori si beffano dei musicisti, con un “eh eh eh”, e con un battito di mani, tipici delle danze popolari. Non si intacca, però, lo scorrere delle note sui dolci e melanconici archetti cremonesi: anche il testo di Matthias Claudius prescelto da Schubert, nel 1817, per ricamare il suo Lied ha rapide suggestioni folk e Jones sembra averle ben in mente, anche se il quartetto nel suo insieme (del 1824) non ha canto, non ha parole.
Veloce la danza resiste alla musica grazie ad una Contact Dance che trascina i corpi e li disperde nello spazio, ma poi cede alle sue lusinghe. I danzatori paiono finire tra le braccia dei musicisti, o in una simbiosi che attutisce a terra i cinerini pensieri di questa danse macabre, così come e il paesaggio/ritratto di Ravel portava tutto in alto. Tra tintinnati aspirazioni future e saldi ricordi del passato.


Play&Play: An Evening of Movement and Music/Bill T. Jones/Arnie Zane Company/Quartetto Noûs, Teatro Ponchielli Cremona con Cie Accrorap, 8 aprile e Aterballetto, 19 aprile .

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