Arte
Il ritorno del Mondo che fu
di Alfredo Sessa
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Leggere una storia a fumetti di Marino Neri è come partire per un affascinante viaggio verso l’ignoto. Perché l’alchimia del racconto dell’artista modenese, classe 1979, sa combinare sapientemente elementi di forte realismo con improvvise deviazioni verso il surreale. Così la narrazione, giunta al bivio realtà-fantasia, riparte verso nuove e sorprendenti direzioni. È questa, per esempio, la formula narrativa che Neri ha utilizzato per “Il Mondo che Fu”, il racconto breve scritto e disegnato per la Domenica del Sole 24 Ore (in edicola il 19 marzo). Nel “Mondo che fu” si parte da una realtà fredda, disumana, per poi sfociare, con poche vignette forti e dense, in un finale inatteso, che vibra di speranza e di poesia. Dietro le quinte si scorgono i grandi interrogativi sul mistero dell’esistenza, sul rapporto dell’uomo con la natura, sul passato e sul futuro, che da sempre danno spessore e qualità alla produzione artistica di Neri. Dal graphic novel “Il re dei fiumi”, del 2008, a “La coda del lupo”, del 2011. Per continuare con “Cosmo”, il racconto in immagini uscito nel 2016 per Coconino Press- Fandango.

Nelle tue storie si nota spesso un’umanità triste e composta, che si confronta con il mistero della vita, della natura, del futuro. Come nasce questo tuo modo di raccontare?
Non penso che l’umanità raccontata nelle mie storie sia fondamentalmente triste. Certo si interroga, e spesso chi si fa delle domande è portato ad affrontare temi dolorosi. Sono consapevole che siamo in un’epoca in cui è più facile usare toni cinici e scanzonati, o raccontare le piccole idiosincrasie del quotidiano. Ma a me piace pensare che ci sia ancora posto per storie dove i protagonisti si confrontano con i grandi temi di sempre, che poi per forza di cosa sono e rimangono misteriosi e insoluti. Tutto questo però tenendo presente quanto diceva Calvino nelle sue lezioni americane sulla “leggerezza”. Penso che i miei protagonisti siano soprattutto leggeri, quasi eterei, da questo forse quella “compostezza” che dici.

Nelle tue realizzazioni il rapporto degli uomini con la natura è spesso mediato dagli animali. Perché?
Penso agli animali come a figure ambigue e misteriose, sono “materiale opaco”: nella narrazione possono diventare simboli, totem, immagini di alterità o fratellanza, e tutte queste cose assieme. Mi piace molto disegnarli, è una cosa che mi accompagna da sempre.

Il realismo del tuo tratto grafico contrasta spesso con il surrealismo che, all’improvviso, dà un colpo d’ala al racconto e capovolge la trama, crea l’imprevisto e la sorpresa. È tutto scritto prima di disegnare o improvvisi strada facendo?
Vorrei che il lettore, leggendo i miei fumetti, a un certo punto perdesse le coordinate. Sono molto contento quando anche io, da lettore-spettatore, provo una sensazione simile nei confronti di un racconto, un film o un fumetto. Sono cose che pianifico già mentre scrivo (lavoro a una specie di racconto-trattamento che poi uso come traccia) anche se dopo con il disegno le cose possono cambiare di molto. Il passaggio da realismo ad altro, però, mi sembra sia una caratteristica fondante del disegno: è una sua capacità “naturale” capovolgersi da forma realistica a segno e forma astratta. Allora, forse, è la storia che segue il disegno.

Cosa c’è nei tuoi lavori che nessuno ha mai notato, e che vorresti invece che fosse messo in rilievo?
Scrivo e riscrivo i dialoghi e i testi molte volte. Un lavoro di cesello per la scelta delle parole che modifico fino all’ultimo momento, poco prima di andare in stampa. Il tutto poi per far sì che le parole e i testi suonino spontanei. Ma se nessuno ne accorge è meglio così: significa che va tutto liscio.

Pensi che il fumetto sia più parente del cinema, del teatro, della televisione o dei videogiochi?
Penso che abbia molte caratteristiche in comune con tutti questi linguaggi (non so dire dei videogiochi perché non sono un appassionato, nelle sale giochi ero quello che rimaneva a guardare). Il fumetto ha la forma del libro, le inquadrature del cinema, la sintesi del teatro…Ma penso anche che se siamo ancora qui a chiedercelo è perchè il fumetto ha delle caratteristiche ancora inesplorate e del tutto indipendenti da questi altri media…

Che formazione hai seguito? Quali sono i tuoi fumetti preferiti?
Ho una formazione da grafico pubblicitario e per molto tempo ho anche dipinto. Per i fumetti invece sono autodidatta. Cambio fumetti preferiti ogni mese. In questo periodo la serie “Love and Rockets/Locas” di Jaime Hernandez, “Trovare e Ritrovare” di Munoz e Sampayo e poi qualsiasi cosa di Osamu Tezuka.

Come sta cambiando il mondo del fumetto? Che ruolo ha il web?
Mi pare che sia un buon momento. C’è più consapevolezza e ci sono ottimi autori, qua in Italia sopratutto. Faccio un po’ fatica a leggere fumetti interi sul web. Certo si vedono cose molto belle, ma molto del linguaggio del fumetto si gioca sul “girare la pagina”. Nel web, a mio parere, bisogna ancora capire come impostare tecnicamente la cosa. Però ultimamente, assieme a Pietro Scarnera, ho disegnato una storia sul caso Regeni per il sito Graphic News, e devo dire che confrontarsi, e cercare di adattare il fumetto al web, è stato molto interessante.

Qual è la tua idea di felicità?
Mi piacerebbe dire fare fumetti e raccontare storie, che è per me il mestiere più bello del mondo. Ma ad ogni storia finita rimane una sorta di insoddisfazione che ti costringe a buttarti subito su una cosa nuova, per questo motivo non so se parlerei di felicità… Forse la vera felicità è altrove, e allora me la cavo con una citazione da Bunuel:”Per essere felice mi basta un bosco di querce”.

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