Danza
Luciana tra le marionette
di Marinella Guatterini
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È il tempo rassicurante delle stelle che non tramontano; delle étoile che oltre i cinquant’anni tornano a danzare dopo aver dato l’addio alle scene, e dei teatri che, in speciali occasioni, prediligono quelle glorie già capaci, in un passato lungo decenni, di tenere alto il vessillo della danza italiana nel mondo. Lei è l’anti-Fracci e con il suo immutabile fascino dalle settanta primavere e qualche spicciolo in più, danzerà al Teatro Gerolamo di Milano. È un avvenimento nell’avvenimento. La magnifica bomboniera-modello Scala, nata nel 1868 e unica in Europa per la destinazione a marionettisti e marionette riaprirà i battenti l’imminente 15 febbraio, dopo 33 anni di chiusura di cui sei di restauri: ospite d’onore, la compagnia degli uomini di legno Carlo Colla & Figli. Invece, Luciana Savignano andrà in scena in marzo e inaugurerà la sezione danza, a cui pare la Società Sanitaria Ceschina, proprietaria dello stabile di Piazza Beccaria e della sua preziosa sala teatrale da oltre un secolo, voglia riservare uno spazio nei cartelloni futuri.

Cosa danzerà la nostra étoile? Il quesito è apparentemente secondario. Prediletta da Maurice Béjart, amata da Paolo Grassi perché umile, riservata, senza ansie di protagonismo, o pretese da primadonna; esaltata da coreografi come Mario Pistoni, Roland Petit, Alvin Ailey, Aurelio Milloss, la sempre fascinosa Luciana è anche l’emblema di quella “milanesità” di cui il Teatro Gerolamo vorrebbe riaccendere, almeno in parte, la fiammella. «Peccato non l’abbia mai frequentato, quel teatro, quando era ancora attivo-, si rammarica la stella -. Ero concentrata sulla Scala, là dove mio padre, amante dell’opera, mi aveva condotta bambina, gettandomi in una mischia - la selezione per entrare alla Scuola di Ballo (ammessa nel 1953 n.d.r) - per me affascinante e rapinosa, anche se non sapevo, né capivo, se la danza fosse davvero cosa mia».

Magrissima, occhi a mandorla, bocca carnosa, Luciana nata nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, amava scorrazzare nei campi della periferia Nord di Milano; giocava nella natura, insieme ai cani, inseparabili compagni della sua vita, e spiava gli zingari con grande batticuore della madre, «convinta che un giorno o l’altro mi avrebbero rapita». Impressionanti, nonostante i sette anni di differenza, le affinità con Carla Fracci. Per entrambe, inoltre, l’abbandono dei giochi all’aperto, l’addio alla libera infanzia quasi campagnola, le rese due iniziali “vittime” del balletto.

Luciana piangeva spesso, non allacciava amicizia con nessuno; proverbiale timidezza e introversione crearono una sconfinata solitudine. Ma i voti “ottimo”, fioccavano e gli encomi pure. L’allieva era superdotata. Fisico malleabile come un giunco, morbidezza, apertura del corpo degna di ogni acrobazia e quello sguardo misterioso, enigmatico, sopra un volto esotico che le valsero la conquista del Bolero di Béjart, il suo cavallo di battaglia. Strappandola alla Scala in anni in cui tra l’altro di quella prima ballerina dai gesti taglienti, così moderna e inadatta ai classici tradizionali dell’800, il teatro non sapeva cosa farsene - proprio Béjart, il suo vero mentore, aprì un varco nella sua personalità-ossimoro, tracciando un solco sensual-rituale, e in altre pièce, metafisico.

Coreografi diversi, invece, la esaltarono subito come femme fatale, creatura sexy, mangiauomini o prostituta come nel Mandarino meraviglioso di Béla Bartòk, donna sempre forte, istintiva, quasi selvaggiamente animale. Del resto questa è sempre stata Savignano in scena, salvo rare eccezioni: tutto l’opposto della sua delicata interiorità iper-romantica, del suo esprit “conservatore” di affetti, amici, casa, animali e Milano, forse inconsapevolmente Zen. Segreti rivelati nella biografia scritta per lei e con lei da Enrico Burrafato, un successo. Ora alla contentezza per le molte presentazioni del giovane libro si unisce il debutto al “Gerolamo”. Due parti in una stessa serata: la prima ricalca da lontano un cult ballet creato per lei, nel 1976, da Béjart, La luna. È Luminare minus per la coreografia di Emanuela Tagliavia e la musica di Giampaolo Testoni, una fortunata pièce astrale del 2005 in cui si calava nei lunghi manti di Ecate, la luna nera e Selene, la luna bianca e beneaugurante. La seconda parte, una creazione misteriosa: per Luciana una bella scommessa. «La danza ha fatto talmente parte della mia esistenza, che il pensare non possa esserci più non mi fa bene-, afferma -. Trovo patetici quei ballerini che continuano a parlare del passato e di quello che hanno fatto. Non amo vivere nel rimpianto; preferisco concentrarmi sul cambiamento».

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