Quando nel 2008 è uscito l'adattamento cinematografico di Frost/Nixon, ricordo di aver pensato che era un film grandioso e, anche, che in Italia non avremmo mai potuto rapportarci in modo così libero alla nostra storia.

Frost/Nixon racconta la vicenda incredibile e vera di come un presentatore tv australiano ritenuto un po' superficiale sia riuscito a strappare a Nixon, già deposto, la famosa intervista in cui dice «se lo fa il Presidente, diventa legale». Il giudizio della storia su Nixon debole e corrotto vi traspare perfettamente; eppure, lo spettatore esce dalla visione non infiammato nella sua giusta collera, ma affascinato dalla grandezza del personaggio di Nixon. Il fatto che il giudizio sul suo conto sia univoco non è visto come una professione di ortodossia da ribadire a tutti i costi, ma come qualcosa che a questo punto si può dare per scontato: concentrandosi sul complicare le cose, sul mostrare le luci dove tutti conoscono le ombre.

Un film del genere in Italia sarebbe stato fatto a pezzi. Sarebbe stato visto come revisionista, agiografico; la complessità psicologica di Nixon sarebbe stata criticata come fumo degli occhi. Nel nostro rapporto con la storia italiana (pensavo) siamo troppo partigiani per accettare di farne un'epica, in cui anche agli ingiusti può essere concessa una forma di grandezza (l'emarginazione toccata a Giuseppe Berto è esemplare in questo senso). Da pochissimo sono usciti due romanzi che mi hanno fatto ricredere. Sono L'appartamento, di Mario Capello (Tunué) e La circostanza, di Francesco Paolo Maria Di Salvia (Marsilio), e in apparenza non hanno in comune niente.

La circostanza è un romanzo collettivo lungo e complesso, incentrato sulla vita di un ex partigiano, ex maggiorente del Pci, ex industriale in bancarotta, che a novant'anni si racconta a un trentenne di oggi cercando di giustificare il proprio idealismo bellissimo, giustissimo e tragicamente fallimentare. Tutt'intorno c'è la sua famiglia, una dinastia salernitana di imprenditori del caffè, ballerine collaborazioniste, preti vicini ai servizi segreti e artisti in fuga negli Stati Uniti; e intorno a loro si agita la grande storia del Novecento – dal referendum per la Repubblica italiana all'assassinio di Kennedy, dai moti del 1968 all'11 settembre alla crisi del 2008. Di Salvia mostra un gusto narrativo degno di Don DeLillo e un umorismo felicissimo e a tratti demenziale; mostra soprattutto un amore per la realtà – piena di grigi, indecidibile, fondata su scommesse e intuizioni più che su dogmi – che né il suo protagonista, né chi prova a raccontare la storia d'Italia ha sempre saputo avere.

L'appartamento ce l'ha, anche se in una forma molto diversa. È un romanzo breve e terso, la cui estetica controllata e rarefatta fa pensare alle descrizioni desaturate di Michel Houellebecq e ai racconti di Italo Calvino. Parla di un uomo fra i trenta e i quaranta che, dopo una separazione, ammette di dover abbandonare un sogno letterario e ricomincia come agente immobiliare nella provincia d'origine (e cioè: accetta la propria circostanza). Stringe un legame con uno dei suoi primi clienti, che gli racconta la propria vita e si rivela una pedina – quasi inconsapevole, quasi incolpevole, come una persona normale – dei piani di golpe nero dell'Italia degli anni Settanta. Nel romanzo di Capello la storia d'Italia, nei suoi momenti più cupi e complessi, appare come fatta di cose piccole, una storia titanica e collettiva che però ha anche una dimensione quotidiana. Non ci sono richiami ai burattinai delle stragi di Stato, non ci sono fumogeni e bandiere. Ci vogliono, per carità: ma non nei romanzi, non solo. C'è una parte della realtà italiana che può essere raccontata nel dettaglio senza giudizi proprio perché il giudizio è già formulato, ed è di questa che parla L'appartamento.

Il fatto che formalmente questi due romanzi siano così diversi (l'esuberanza comica da una parte, l'essenzialità e una certa malinconia dall'altra; DeLillo e Calvino; il PCI e Gladio) non fa che sottolinearne la comunanza di fondo, che mi pare un progetto di riconquista letteraria: de-ideologizzare il romanzo storico italiano. Paolo Sorrentino ha avuto bisogno di virare Il Divo nei toni caricaturali di un western psichedelico per poter dare complessità alla figura di Andreotti (e ci è riuscito alla grande); Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, per parlare dei prigionieri di guerra in Kenya in Point Lenana, hanno dovuto sottolineare che molti erano così fascisti da essere a stento umani (uno di essi, curiosamente, era mio nonno).

Mentre scrivo aspetto con impazienza la prima puntata di 1992, la serie tv su Tangentopoli, ma leggo su La Stampa che Mattia Feltri l'ha vista in anticipo, e commenta, positivamente: «niente è definitivo, i peggiori diventeranno i migliori, i pessimi risultati saranno prodotto delle buone intenzioni: è l'ambiguità morale che fa parte della nostra vita». Di questa ambiguità parlano anche Di Salvia e Capello; quella per cui dopo sessant'anni da comunista non sei certo che non sia stata tutta una maschera della pigrizia e dell'individualismo; quella per cui alla fine usi i soldi che ti hanno dato i golpisti per prendere casa per tuo figlio. Forse sono sporchi ma, be', il mattone non si svaluta mai.