IL Magazine
Nuovi borghesi
di Vincenzo Latronico

Il nuovo romanzo di Francesco Pacifico, Class: Vite infelici di romani mantenuti a New York (Mondadori, in libreria del 2 settembre), contiene una frase che viene ripetuta abbastanza spesso da rendere chiaro che l’autore vuole che sia capita bene. Con una variazione è addirittura la frase che apre il romanzo, il che fa di essa non la morale di una favola, ma l’enunciato di un teorema. Questo teorema è: «La realizzazione personale di un borghese non vale il petrolio che costa». Il petrolio di cui si parla è quello necessario per viaggiare avanti e indietro fra Roma, da cui quasi tutti i personaggi vengono, e New York, dove si svolge gran parte della trama.

I borghesi sono i tre personaggi principali (più molti altri), a galla nelle acque in tempesta dei 30-40 anni: Nicola, giornalista musicale profondo e profondamente insicuro, che alimenta la sua tumultuosa ricerca del piacere, sessuale e intellettuale, con una vasta paghetta mensile; Sergio, che sull’eredità di una madre morta giovane ha fondato una brillantissima carriera da scout letterario, soprattutto al fine di farsi ammirare; Gustavo, che dopo un’adolescenza da maschio alfa ha scelto una vocazione cattolica e trovato una vita da padre di famiglia irreprensibile e insoddisfatto. Si conoscono dall’infanzia, cioè dagli scout ai Parioli, e si trascinano nell’età adulta amicizie e faide che metteranno in moto la trama. Non è borghese la narratrice principale, Daria, ex o amante di tutti e tre, ma lei è morta. La realizzazione personale, infine, è quella che a New York inseguono tutti i personaggi del romanzo, come la lanterna nell’inferno degli ignavi. Non la trova nessuno.

UN MONDO ADULTO

Francesco Pacifico è uno scrittore di grandissimo talento. In questo libro dispiega la stessa potenza descrittiva del suo primo romanzo, Il caso Vittorio (minimum fax). Ha una precisione di sguardo a tratti vertiginosa: basta un gesto, un modo di dire, un abito scelto con poca o troppa cura per svelare l’intera psicologia di un personaggio, la sua posizione sociale e le sue aspirazioni. Se ne Il caso Vittorio queste osservazioni erano confinate al paesaggio tutto sommato omogeneo della post-adolescenza, qui Pacifico abbraccia la gamma più variegata e profonda del mondo adulto. Leggendolo, si ha la sensazione che sia scritto da una persona che ha capito tutto di te, dei suoi personaggi, di sé, e che, come Balzac, più di ogni altra cosa sa come stare al mondo.

Anche la narrazione è portata avanti con grande abilità (e con alcune invenzioni strabilianti nell’ultima parte). In apertura, una romana a New York litiga col marito, e chiede ospitalità a Nicola. Lui la convince a fargli una sega e le fa conoscere Gustavo. Questo evento tutto sommato minore si riverbera sulla vita di ognuno, portandola alla crisi. Dopo varie vicende, Nicola metterà in discussione la propria vita da mantenuto a New York; Gustavo, ossessionato dall’immagine di quella ragazza che la religione gli vieta, comprometterà il proprio matrimonio; Sergio ne trarrà lo spunto per uno scherzo elaborato e crudele, nelle sue intenzioni ai danni di Gustavo ma che, in un vortice di coincidenze, doppi fini e ipocrisie svelate, finirà per impattare, male, tutti i personaggi del romanzo. In Class, chi finisce bene è chi trova una possibilità di imparare dai propri errori. Ma li commettono tutti: e li pagano.

PECCATi E Velleità

Il mondo di cui parla Pacifico è un mondo morale, nel senso che l’infelicità dei protagonisti è presentata al lettore come meritata. Il loro è un peccato di classe: aver fatto guidare la propria vita non dal bisogno o dalla passione, ma dal desiderio di realizzarsi, in un senso velleitario e borghese che significa semplicemente distinguersi.

Nicola ci riesce agli occhi degli altri (un romanziere di successo sta scrivendo di lui – i suoi appunti costituiranno una sterminata nota a piè di pagina), ma non ci crede per se stesso, e con estetismo infelice sbandiera il proprio essere una truffa. In modo contrapposto, Sergio arriva al successo, ma è roso dalla necessità che questo gli venga riconosciuto. Persino Gustavo – che la religione ha vaccinato da tutto ciò – cede alle trappole dello spirito del tempo, all’esempio degli amici, e non trova soddisfazione in ciò che ha scelto. Possono trovare una felicità momentanea nel sesso. Nel libro ce n’è un sacco, raccontato benissimo, di molti tipi. Ma neppure questo è una via d’uscita: ce lo si gode, ma lo si paga su un altro tavolo (l’autostima, la vita familiare o la sanità mentale).

E quindi appare che la realizzazione personale di un borghese è una truffa dell’epoca, l’illusione di una generazione senza coraggio, che l’eccesso di possibilità ha privato del senso della realtà. Non vale il petrolio che costa perché non vale niente.

 

IL SISTEMA della distinzione

Questa è la tesi portata avanti nel romanzo di Pacifico. La forza e il carisma della sua scrittura convincono il lettore a ritenerla fondata. Lo fanno in modo tanto travolgente da incoraggiarlo a sorvolare su alcuni dettagli.

Il primo è che i borghesi che, nel libro, inseguono una realizzazione personale sono i borghesi maschi. Le donne, seppure complesse, tendono comunque a cercarla solo nella sfera della vita di coppia. Quelle che non lo fanno impazziscono o muoiono.

Ce n’è un altro, forse più problematico. Pacifico parla di persone che soccombono – perché non hanno altri bisogni, perché sono viziate – al sistema della distinzione. Questo li porta alla rovina (con, per alcuni, la possibilità di una faticosa rinascita). Eppure la voce narrante del romanzo mostra di padroneggiare con grande perizia proprio quel sistema di distinzione, e di accettarlo. Capisce e descrive così bene i personaggi perché ne identifica all’istante i tentativi, più o meno goffi, di distinguersi. Scovando il dettaglio che da solo svela l’ipocrisia, la pochezza di una persona, il narratore dimostra di essere tanto un abile critico sociale quanto il buttafuori di un club molto esclusivo.

E cioè: è chiaro, in Class, che il crimine dei personaggi è che anziché farsi guidare da qualcosa di “vero” (qualunque cosa sia) si preoccupano di essere fighi. Ma non si capisce se il crimine consista nell’averci provato, o nell’aver fallito; nell’aver ceduto al sistema della distinzione o nell’aver sopravvalutato le proprie possibilità di scalarlo. Se fossero stati un po’ più talentuosi – un po’ più capaci di guadagnare – un po’ più determinati – un po’ più americani, non vi sarebbe stato problema. Da questo punto di vista, Class è un romanzo che mostra l’infelicità della classe borghese scritto in una voce da cui trapela la fiducia che, comunque, alla fin fine, nonostante tutto, la borghesia sia il posto migliore in cui essere. Almeno per chi sa stare al mondo.

EPIGRAFE

Pacifico, in un certo modo, è consapevole di questa lettura, e prova a metterne in guardia. Una delle tre epigrafi di Class è una citazione in cui Florence Mathieu sostiene che gli scrittori non dovrebbero moralizzare, ma occuparsi di non-fiction e materialismo storico. Non penso che sia in contraddizione con quanto appena detto. Moralizzare significa insegnare il giusto e lo sbagliato. Ma in Class il giusto non c’è: e il fatto che tutti pecchino, e siano castigati, induce il sospetto che non peccare sia impossibile, perché il peccato è una conseguenza della classe sociale.

E quindi, in ultima analisi, il romanzo non parla (a livello morale) delle scelte individuali dei personaggi, ma (a livello sociale, Mathieu forse direbbe sovrastrutturale) delle istituzioni e dei valori che le determinano.
«È lo specchio americano», ha scritto Roberto Bolaño in quella che mi piacerebbe pensare come epigrafe aggiuntiva a Class, «il triste specchio americano della ricchezza e della povertà e delle continue metamorfos

25 AGOSTO 2014
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