Italia
Ma al Pubblico servono competenze
di Giuseppe Berta
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Il rapporto fra lo Stato e l’iniziativa economica privata costituisce un asse portante della storia economica del nostro Paese.
Un asse attivo ancor prima che si costituisse una vasta area di economia pubblica e si affacciasse la questione delle nazionalizzazioni. Del resto, le imprese furono nazionalizzate non in virtù di un disegno, ma a causa di circostanze ed eventi specifici, che obbedivano però a un’impostazione di lungo periodo, imperniata su una forte presenza della mano pubblica. Per circa un secolo è stata questa la logica dominante che ha presieduto allo sviluppo economico italiano, dove coesistevano un polo pubblico e uno privato, con finalità e criteri differenti, in grado tuttavia di interagire positivamente, almeno nelle epoche migliori.

Tutto ciò è venuto meno nell’ultima parte del secolo scorso, quando si è decretata la fine di quell’esperienza, giudicata insostenibile in ragione dei costi di un’economia pubblica considerati non più sostenibili. La stagione delle privatizzazioni, oggi sul banco degli imputati, trasse origine da un giudizio duramente negativo su un sistema delle imprese pubbliche che, da un lato, appariva sempre meno orientato all’efficienza e, dall’altro, aveva dato luogo a un intreccio sempre più stretto e perverso col mondo politico. Nell’opinione di un protagonista della storia economica della seconda metà del Novecento come Guido Carli, per esempio, era questo nodo che bisognava aggredire per bloccare il processo involutivo dell’Italia. Eppure, il giovane Carli si era formato nell’ambiente dell’Iri e c’è da credere, come testimoniano le sue memorie, che non fu facile per lui lavorare all’estinzione di un universo di cui era stato parte.

Con le privatizzazioni, decretate in una situazione d’urgenza in cui si mescolavano ragionamenti economici e sollecitazioni politiche, si giudicò possibile venire a capo di una serie di contraddizioni italiane semplicemente smontando pezzo dopo pezzo la complessa macchina delle Partecipazioni statali. Ciò che non fu chiaro era che così si poneva termine a un modello il quale aveva orientato fin lì l’intero percorso di sviluppo dell’Italia unita. Tuttavia, privatizzare non poteva equivalere solo a un rovesciamento di segno rispetto a quando era lo Stato a gestire le imprese. Si sarebbe dovuto comprendere che, in una nazione con la storia dell’Italia, quest’obiettivo richiedeva una completa ridefinizione del rapporto tra le funzioni dello Stato e l’iniziativa economica privata. Invece, nella realtà, è successo soltanto che lo Stato ha abdicato ai suoi compiti, in contrasto con la sua lunga storia di interventismo. Così non si è verificato proprio quel che le privatizzazioni avrebbero dovuto garantire, cioè una distinzione più netta fra la classe politica e gli interessi economici diretti. Al contrario, siccome non sono state create o rese attive le istituzioni che avrebbero dovuto vigilare sui comportamenti dei soggetti imprenditoriali cui era stata delegata la gestione delle imprese ex pubbliche, ecco che la sfera opaca della collusione fra politica ed economia, lungi dal rarefarsi, si è consolidata.

Come rimediare alla situazione così insoddisfacente che si è creata? Con le nazionalizzazioni, come si propone da più parti con insistenza? Una scelta simile porterebbe a ripristinare una condizione d’origine con un’operazione praticamente impossibile. Anzitutto, perché lo Stato imprenditore non esiste da tempo e non è più in possesso delle dotazioni necessarie a governare complessi meccanismi d’impresa. Del resto, già negli anni ’80 era evidente che aveva dissipato buona parte dei suoi talenti. E dunque?

La strada, certamente difficile e impegnativa da percorrere, rimane quella di una revisione complessiva dei rapporti fra Stato ed economia. Si tratta di avere la consapevolezza che lo sviluppo economico italiano si è eretto su un forte ruolo dell’intervento pubblico. È evidente che oggi non può essere interpretato come ai tempi in cui Giolitti nazionalizzò le ferrovie. Ma esso va riqualificato e rivitalizzato con nuove competenze, capacità e poteri (senza dover inevitabilmente passare da un sovraccarico di funzioni in capo alla Cassa depositi e prestiti).

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