Scenari
G7 e Corea, Trump e il (dis)ordine mondiale
di Barry Eichengreen
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L’esibizione, abbreviata, di Donald Trump al vertice del G7 in Canada, dove il presidente americano si è malamente scontrato con sei dei tradizionali alleati dell’America (vedi il tweet con il quale ha disconosciuto i risultati del vertice), ha rappresentato il momento culminante di un mese tumultuoso, caratterizzato da una serie di misure pensate espressamente per indisporre i partner degli Stati Uniti. I dazi di Trump su acciaio e alluminio, imposti ufficialmente per ragioni di sicurezza nazionale, non esentano né il Canada e il Giappone né i membri dell’Unione Europea. L’idea che fare affidamento su questi Paesi per l’approvvigionamento di metalli industriali possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale è ridicola e insultante.

Nel contempo, l’amministrazione Trump ha cercato di approfittare della disperata necessità del Governo di Theresa May di un accordo commerciale per provare a strappare concessioni onerose negli scambi di beni e servizi, quando contemporaneamente Trump ritwitta i messaggi dell’ultradestra di Britain First (uno “spin-off” del British National Party) e polemizza con il sindaco di Londra: sembra la strategia perfetta per minare la tenuta di un primo ministro britannico in carica. Il presidente e i suoi consiglieri hanno ripetutamente messo in discussione i valori fondamentali dell’Unione Europea e, implicitamente, contestato la logica stessa di quella condivisione di sovranità. Trump ha abrogato unilateralmente l’accordo sul nucleare iraniano, contro l’opposizione unanime dei Governi europei, mettendo le aziende europee e i ministeri degli Affari esteri in una posizione insostenibile. È volato a Singapore per incontrare Kim Jong-un senza offrire a Giappone e Corea del Sud, i Paesi che hanno più interessi in gioco nella questione, un posto al tavolo dei negoziati.

Tutto questo è semplicemente opera di un uomo solo, che nella sua saggezza, o più probabilmente nella sua ignoranza, cerca di sovvertire il sistema commerciale mondiale, il sistema di sicurezza internazionale e perfino il sistema di valori occidentale del XX secolo? O sono all’opera forze più profonde?

In realtà Trump attinge a una serie di istinti politici americani storicamente ben radicati. Non è la prima volta, in altre parole, che l’America si ritira nell’isolazionismo e nell’unilateralismo. Gli Stati Uniti sono diversi dalla Francia e dalla Germania proprio come sono diversi dal Giappone e dalla Corea, perché sono separati da Europa e Asia da due oceani. Disponendo di questo isolamento naturale, possono permettersi, non importa se sia vero o soltanto una convinzione, di evitare di immischiarsi con gli altri Paesi.

Inoltre, mentre l’Europa è, ed è sempre stata, un insieme di economie relativamente piccole, aperte e interdipendenti, gli Stati Uniti sono un’economia grande, relativamente chiusa, continentale, e lo sono fin dall’acquisto della Louisiana nel 1803. Pertanto, sono meno dipendenti dai commerci e attribuiscono meno importanza al mantenimento di relazioni commerciali armoniose rispetto ai loro partner del G7. Questo fa sì che molti americani, compresi, evidentemente, buona parte di quelli più vicini allo Studio Ovale, non siano consapevoli dell’importanza dell’Unione europea.

Questi attributi geografici storicamente hanno determinato la politica estera degli Stati Uniti: l’America rifiutò di partecipare alla prima guerra mondiale fino al 1917; il Senato degli Stati Uniti bocciò l’adesione alla Lega delle nazioni nel 1919; Franklin Delano Roosevelt fece fallire la Conferenza economica mondiale del 1933 con il suo «messaggio bomba» in cui rifiutava di considerarne vincolante l’esito; il Senato nel 1950 rigettò la Carta dell’Avana, che avrebbe creato l’Organizzazione internazionale del commercio. Ognuna di queste decisioni era un riflesso di quel potente filone isolazionista e unilateralista che per lungo tempo ha caratterizzato la politica estera statunitense, e in particolare la politica estera economica statunitense. Le tendenze isolazioniste e unilateraliste dell’amministrazione Trump non rappresentano una novità da questo punto di vista.

Solo dopo la seconda guerra mondiale e nella seconda metà del XX secolo gli Stati Uniti hanno dialogato costruttivamente con il resto del mondo. È il sistema internazionale creato in quel periodo (in gran parte su impulso degli Stati Uniti) a trovarsi ora sotto minaccia. Perciò è importante chiedersi se la leadership americana in quel periodo fosse frutto di un secondo istinto, anch’esso profondamente radicato nella psiche americana – chiamiamolo «internazionalismo» – o se la leadership mostrata allora dagli Stati Uniti fosse un’aberrazione.

La leadership statunitense dopo la seconda guerra mondiale rifletteva tre fatti eccezionali. Il primo era la forza economica senza uguali del Paese, che significava che poteva permettersi di svolgere un ruolo guida. Poteva permettersi di ridurre le sue barriere alle importazioni più rapidamente degli altri Paesi, nello sforzo di ricostruire il sistema commerciale mondiale. Poteva permettersi di lasciare che i Paesi europei, impegnati a costruire il loro mercato comune, liberalizzassero gli scambi all’interno della regione più rapidamente di quanto liberalizzassero quelli con il Nordamerica.

Il secondo fatto eccezionale era che molti americani avevano una conoscenza di prima mano del resto del mondo: l’Europa e il Giappone potevano anche essere Paesi stranieri, ma erano Paesi stranieri di cui molti americani avevano esperienza personale, essendo stati portati lì dalle navi per il trasporto truppe. Quell’esperienza di guerra serviva anche a ricordare che la dipendenza reciproca era un fatto consolidato, piacesse o meno.

Il terzo fatto eccezionale era che le autorità americane avevano una strategia coerente per interagire con il resto del mondo. Questa strategia era nota come «contenimento». Articolata per la prima volta dal diplomatico George F. Kennan nel suo famoso «telegramma lungo» del 1946 e in un articolo anonimo pubblicato su «Foreign Policy», l’essenza del contenimento era costruire istituzioni e alleanze internazionali per restringere e delimitare l’influenza dell’Unione Sovietica. La sua essenza, in altre parole, era che gli Stati Uniti dovevano dialogare costruttivamente con altri Paesi.

È possibile immaginare un’altra era di internazionalismo e leadership degli Stati Uniti, se solo il Paese riuscirà a sopravvivere a Donald Trump? Il fatto che gli Stati Uniti non siano più dominanti economicamente o non registrino più una crescita solida come fra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni 70 del secolo scorso non promette bene. Il fatto che gli Stati che hanno sostenuto Trump nel 2016 siano anche Stati dov’è relativamente basso il numero di residenti in possesso di un passaporto è ancora più inquietante, in quest’ottica.

Trump, ovviamente, non dispone di una strategia coerente nei suoi rapporti con il resto del mondo. Gli americani convintamente internazionalisti, se vogliono salvare la situazione, dovranno articolarne una. Questo significa difendere aspetti dell’ordine economico internazionale che continuano a portare vantaggi al Paese, come il sistema commerciale multilaterale, ma al tempo stesso garantire programmi sociali e compensazioni a chi rimane indietro, che è il punto dove le precedenti amministrazioni americane, sia democratiche che repubblicane, hanno fallito. Significa abbandonare strategie fallite, come l’idea che far entrare la Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio avrebbe costretto Pechino a prendere le distanze dalle sue imprese pubbliche e avrebbe magicamente trasformato la Cina in una normale economia di mercato, e addirittura in una democrazia. Significa elaborare un approccio coerente, che non si limiti a minacce e sbruffonerie, per gestire il problema dell’Iran e della Corea del Nord. E tutto questo è un compito arduo.

12 GIUGNO 2018
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