Scenari
Così le città italiane possono scommettere sul loro futuro
di Edoardo Campanella
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Oggi le molteplici trasformazioni tecnologiche in atto favoriscono la cross-fertilization e riducono la necessità di spazi fisici, così aumentando le economie di agglomerazione. Allo stesso tempo, l’alta velocità abbatte i costi di trasporto e favorisce il pendolarismo tra aree geograficamente lontane. In questo sistema, Milano diventa il fulcro di un agglomerato urbano che comprende Torino e Bologna (e non solo). Si è creato, in altre parole, un sempre più rigido ordine gerarchico tra città.

Estremizzando, il quadro economico del Paese appare il seguente. Le grandi città hanno banche e università, ma - se non sono al vertice della nuova gerarchia urbana - vengono tagliate fuori dalla perdita di capacità produttiva, dalla nuova organizzazione del lavoro e dall’alta velocità. I distretti industriali, se sopravvissuti alla globalizzazione, preservano le loro specializzazioni produttive ma rischiano di perdere la linfa creditizia. Roma attrae, ma solo per la massiccia presenza del settore pubblico che risponde a dinamiche completamente diverse rispetto al resto del Paese. Il Sud, sufficientemente lontano dalla Lombardia, vanta un basso capitale sociale e un sistema economico ancora troppo arretrato per ritagliarsi uno spazio importante all’interno di questo nuovo modello di sviluppo. Insomma, Milano sembra rimanere l’unico faro.

Non ci si deve però rassegnare a questo destino. La trasformazione in atto, per quanto amplificata dalla quarta rivoluzione industriale, è ancora in divenire e parzialmente influenzabile. Come mostrato dagli elevati prezzi dell’immobiliare, Milano sta lentamente approcciando la sua soglia di congestionamento. Le città più in difficoltà possono fare leva su costi della vita più bassi per attrarre nuove attività produttive, mentre la filantropia privata può richiamare giovani famiglie attraverso investimenti in sistemi di welfare locali innovativi, in ambito sia sanitario sia educativo, che elevino ulteriormente la qualità della vita locale. Inoltre, le città più vulnerabili alla bulimia economica di Milano dovrebbero collaborare con il capoluogo lombardo, evitando una pericolosa competizione. L’ex sede Expo di Milano a Rho, per esempio, potrebbe diventare il punto d’incontro tra Torino e Milano. Il tempo di percorrenza con l’alta velocità da Torino a Rho è di poco superiore rispetto a quello in metropolitana partendo dal centro di Milano.

La doppia candidatura di Torino e Milano per le Olimpiadi invernali del 2024 potrebbe creare le basi per una solida collaborazione tra le due città. Partnership simili, che al momento sembrano latitare, dovrebbero nascere con le città del Nord-Est e del Centro. Chiaramente, Milano continuerebbe a essere in una posizione privilegiata, ma i benefici economici e sociali sarebbero più condivisi.

Tuttavia, solo un processo di specializzazione che porti a una profonda rigenerazione professionale e industriale del territorio può garantire la sopravvivenza economica in un sistema a deriva monocentrica. Attraverso il coinvolgimento di tutti gli stakeholders, ogni città, grande e piccola, deve guardare al proprio interno e comprendere quali possano essere i propri vantaggi comparati rispetto a concorrenti lontani e vicini. Anche le collaborazioni con Milano non devono portare a una duplicazione di competenze ma a una forte differenziazione. In particolare la specializzazione – idealmente accompagnata a una diversificazione delle attività per limitare le vulnerabilità a shock asimmetrici – deve coinvolgere quei settori che per tradizione o specificità hanno un radicamento territoriale forte e non possono essere facilmente trapiantate altrove.

Non è un caso che i distretti dell’agroalimentare – come i salumi di Parma, i vini toscani e la bufala campana – risentano meno della crisi rispetto ad altri. Allo stesso tempo, la valorizzazione del patrimonio artistico, là dove possibile, non deve essere solo di stimolo alle attività turistiche ma deve creare un indotto capace di produrre nuovo fermento intellettuale e culturale. L’errore da evitare, invece, è utilizzare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie per rivitalizzare un tessuto manifatturiero locale ormai spazzato via dalla crisi e dalla globalizzazione. Quando il capitale umano e il know-how in certi settori sono venuti meno (fenomeno comune in molte aree urbane), meglio lasciarsi alle spalle il passato, guardare oltre e reinventarsi in settori nascenti, investendo, per esempio, in parchi tecnologici, in forme di artigianato innovativo o in realtà urbane sperimentali e avveniristiche.

Questo processo di specializzazione può essere facilitato e mediato dal mondo accademico. Dei tre elementi (capitale sociale, banche e università) che arrivano dal passato e hanno favorito l’emergere del sistema economico policentrico italiano, soltanto l’accademia sopravvive in modo altamente decentrato. Ma in molti casi le università producono lavoratori qualificati che il sistema locale non riesce più ad assorbire come una volta a causa di queste grandi rivoluzioni in atto. Pertanto, anche all’interno delle università stesse si deve avere il coraggio di lasciar da parte quelle discipline che non sono più adatte ad alimentare l’economia locale, cercando invece di investire in quelle aree a più alto potenziale per favorire il rinnovamento del territorio, valorizzare il patrimonio di conoscenze esistente e produrne di nuovo. In questo modo, anche le aree più periferiche riuscirebbero ad attrarre di nuovo quei capitali finanziari necessari per riattivare il circolo virtuoso prodotto dall’interazione tra accademia, credito e capitale sociale.

Per molti anni il predominio economico di Milano rimarrà incontrastato. Tuttavia, con un attento sguardo al futuro, è ancora possibile preservare, almeno in parte, lo spirito di un modello di sviluppo policentrico, diffuso a livello nazionale, che si è formato ed evoluto nel corso dei secoli.

Future World Fellow dell’Ie
University a Madrid

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