Italia
Ilva, il governo M5S-Lega eviti una nuova Bagnoli
di Paolo Bricco
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L’Ilva è il primo vero banco di prova industriale per i Cinque Stelle e per la Lega. E nulla come l’Ilva ha una connotazione politica, nell’Italia di oggi. L’elaborazione econometrica della Svimez ha il pregio di offrire una quantificazione alla centralità strategica dell’Ilva nella siderurgia, della siderurgia nella manifattura e della manifattura nel cuore economico e sociale del Paese.

Un punto di Pil all’anno vuol dire molto. Cinquantunomila posti di lavoro, da qui al 2023, vogliono dire ancora di più.

In questa vicenda c’è il piano politico e c’è il piano economico. Il piano politico riguarda gli equilibri interni all’esecutivo. Perché il punto di Pil derivante dalla piena attuazione del piano di Arcelor Mittal - e soprattutto la sua cancellazione, in caso di mancata attuazione - è abbastanza per rendere lampante ai Cinque Stelle e alla Lega la necessità di assumere in fretta una decisione comune e di perseguirla. Avendo ben chiaro che l’Ilva è una condizione - magari non sufficiente, ma certo necessaria - per la tenuta e lo sviluppo dell’industria italiana.

I Cinque Stelle sono da sempre portatori di soluzioni radicali per l’Ilva di Taranto, comprese in uno spettro che va dalla chiusura dell’impianto a una sua riconversione nel senso della decarbonizzazione. Una opzione - quest’ultima - che durante le ultime elezioni ha rappresentato una sorta di campo comune con l’ala del Partito Democratico - in Puglia personificata da Michele Emiliano - più interessata alla alleanza con il movimento fondato da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio. Soltanto che, poi, i Cinque Stelle hanno scelto la saldatura politica con la Lega. La quale è prima di tutto portatrice degli interessi della dorsale meccanica e siderurgica della Valle Padana. Per questa ragione, proprio nella definizione del rapporto fra Cinque Stelle e la Lega, il piano politico trasfonde in quello economico. Perché questi piccoli e medi imprenditori sono elementi indispensabili di un sistema produttivo che storicamente ha adoperato l’acciaio dell’Ilva ed è stato suo fornitore, ha avuto un rapporto simbiotico con il gruppo prima dell’Iri e poi della famiglia Riva e ha sperimentato gli affanni maggiori dalla crisi dell’acciaieria.

Chiudere Taranto sarebbe una vera e propria lesione per un organismo industriale italiano che ha già sperimentato i capitali bruciati da quando l’Ilva è stata commissariata dalla magistratura (ormai stimabili in non meno di 5 miliardi di euro) e che, negli ultimi cinque anni, ha dovuto approvvigionarsi in misura crescente di acciaio dall’estero. Rinunciare alla attività produttiva - cercando di impedire, o comunque rendendo molto complicato, per Arcelor Mittal l’ingresso e il controllo operativo dell’Ilva - significherebbe aprire uno scenario simile a quello di Bagnoli. Perché laddove si crea un vuoto per l’assenza di una impresa e di un imprenditore, il vuoto presto diventa voragine, come appunto dimostra l’enorme danno ambientale prodotto dalla smobilitazione dell’Italsider.

Arcelor Mittal ha compiuto senz’altro degli errori, dimostrandosi poco capace a muoversi nelle maglie regolamentari, sindacali e politiche che hanno come perno il ministero dello Sviluppo economico. Ha però fatto molto: ha definito un piano di investimenti credibile e corposo, ha negoziato con l’Unione europea rinunciando per ragioni di antitrust ad altri siti e ha dimostrato di credere in Taranto, Cornigliano e Novi Ligure e, con essi, nell’economia italiana. Arcelor Mittal ha confermato, nonostante tutto, il suo impegno. Adesso tocca al governo dimostrare di conoscere le ragioni e gli interessi dell’industria italiana e del nostro Paese.

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