Scenari
L’equilibrio fra sicurezza e libertà
di Beda Romano
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Ai più realpolitiker la Corte europea per i diritti dell’Uomo potrà sembrare un inno alla retorica, un inutile atto votivo ai princìpi rivoluzionari francesi. C’è davvero bisogno nell’Europa del XXI secolo di un tribunale che giudichi il rispetto dei diritti umani? L’organismo nato nel 1959 dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e delle dittature degli anni 30 appare a molti una istituzione anacronistica. Eppure in una Europa dove la democrazia rappresentativa è minacciata da Facebook e Twitter, da una crisi economica che ha dato nuova lena ai partiti estremisti, e in alcuni Paesi anche da un clientelismo imperante, la Corte ha improvvisamente una nuova ragion d’essere.

A presiedere il tribunale che ha sede a Strasburgo è dal 2015 un magistrato italiano, Guido Raimondi. Altri italiani al vertice di istituzioni internazionali sono abituati, forse anche viziati, dall’attenzione che presta loro la nostra stampa. In alcuni casi, coltivano opportunisticamente la loro immagine nazionale. Non Raimondi, che quasi rifugge dall’interesse dei giornalisti. Accoglie il visitatore con elegante riserva in un ufficio illuminato da una grande vetrata aperta sul quartiere delle istituzioni europee nella capitale alsaziana.

«La Corte è un presidio efficace contro possibili derive autoritarie. È un bene prezioso che bisogna salvaguardare, una polizza di assicurazione contro il ripetersi di avvenimenti passati», spiega Raimondi. Nato a Napoli 64 anni fa, giudice della Corte dal 2010, suo presidente dal 2015, in precedenza il magistrato ha lavorato al contenzioso diplomatico del ministero degli Esteri e presso l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) a Ginevra. Dal 1997 al 2003, è stato alla Corte di cassazione a Roma, prima alla Procura generale e poi alla Corte come consigliere. Schivo sulla sua vita privata, accenna rapidamente a sua moglie, a due figlie ormai adulte, la prima a Roma e la seconda a Parigi, ai due nipoti Ludovica e Guido, alla sua passione per la vela in una città, Strasburgo, tra le più lontane d’Europa dal mare.

La Corte europea dei diritti dell’Uomo non è una istituzione dell’Unione europea; bensì del Consiglio d’Europa, un organismo istituito nel 1949 e che oggi raggruppa 47 Paesi. Il tribunale è chiamato a far rispettare la Convenzione dei diritti dell’Uomo firmata nel 1950. A dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria ed economica, il mondo politico è in subbuglio. In Austria, l’estrema destra è tornata al potere. In Germania, il nazionalismo di Alternative für Deutschland siede in Parlamento. In Polonia e in Ungheria, i governi sono accusati di politicizzare la magistratura e blindare la stampa. I partiti anti-sistema si sono rafforzati anche in Svezia e in Italia. Turchia e Russia, anch’essi Paesi membri del Consiglio d’Europa, sono vittime di una deriva autoritaria.

Raymond Aron ricorda nelle sue Mémoires il periodo a Colonia nel 1932, mentre il Nazismo affilava le armi: la Germania era «diventata praticamente impossibile da governare in modo democratico». I tempi non appaiono troppo dissimili; e il ruolo della Corte è tornato d’improvvisa attualità. «La nostra giurisprudenza – commenta il presidente Raimondi – è vastissima. Tocca tutti gli aspetti della vita moderna. I diritti assoluti alla vita, alla libertà di espressione, di movimento, di proprietà, di religione; ma anche in materia elettorale o sociale: dall’utero in affitto alla procreazione assistita a nuove tecniche mediche». L’Italia è stata oggetto di alcune sentenze storiche: per esempio, sugli atti di tortura della polizia in occasione del G8 di Genova nel 2001 o sull’affissione dei crocefissi nei luoghi pubblici.

La Corte è chiamata ad affrontare tre grandi sfide: l’allarme terrorismo, la crisi economica, e l’emergenza migratoria. «Non sono sfide nuove. Abbiamo una giurisprudenza che ci permette di giudicare questi nuovi temi in modo piuttosto chiaro». Il problema del terrorismo è particolarmente sentito dopo i recenti attentati, per non parlare del tentativo di colpo di Stato in Turchia. «Il nostro obiettivo è di sancire un giusto equilibrio tra sicurezza e libertà. Da un lato, la Convenzione spiega che lottare contro il terrorismo è un dovere dei governi nel pieno rispetto dei diritti assoluti. Al tempo stesso permette deroghe in casi di minaccia grave, ma la Corte deve valutare se questa deroga è effettivamente proporzionata».

A Bruxelles, la Commissione europea ha chiesto al Consiglio europeo di procedere contro la Polonia per violazione dello stato di diritto. La vicenda non suona nuova a Guido Raimondi. «Le ricordo che negli anni 70 alcuni Paesi del Nord Europa fecero ricorso contro un Paese membro del Consiglio d’Europa: la Grecia, ai tempi governata dal regime dei colonnelli. Il governo greco decise di ritirarsi dall’organizzazione dal 1970 al 1974. L’uscita di un Paese è uno scenario preoccupante. In casi come questo, la popolazione rimane orfana della protezione della Corte».

Il caso della Grecia riecheggia in questi mesi a Strasburgo. Il Consiglio d’Europa ha sospeso la partecipazione alla propria assemblea parlamentare dei rappresentanti russi sulla scia dell’annessione della Crimea, tanto che Mosca ha congelato il suo contributo al bilancio dell’organizzazione. La Turchia vuole abbandonare il ruolo di grande pagatore, una condizione che la accomuna all’Italia, alla Germania, alla Russia, alla Francia e al Regno Unito. La stessa Gran Bretagna ritiene la Corte una fastidiosa ingerenza nella sovranità del Paese, e da tempo flirta con l’idea di uscire dal Consiglio d’Europa.

Evidentemente, il tribunale morde in tempi che ricordano gli anni 30. In un libro del 2009, I tribunali di Babele, Sabino Cassese analizzava il ruolo delle magistrature sovranazionali ai tempi della globalizzazione. La strada del tribunale di Strasburgo nell’affrontare le grandi crisi del momento è tracciata. Ma può la Corte essere uno strumento per meglio gestire la globalizzazione o un argine contro le derive subdole e surrettizie della democrazia rappresentativa? Lo sguardo corre al ruolo di Internet nel dibattito pubblico e anche al terribile clientelismo che tanti danni fa in Italia, ostacolando tra le altre cose la libertà di concorrenza e la premiazione del merito.

Il magistrato premette che alla Corte non si può chiedere l’impossibile. «La Convenzione però ha dimostrato di essere uno strumento vivente in tutti i campi. Per quanto riguarda Internet abbiano stabilito che il Far West non è consentito, e che è necessario mettere un freno ai commenti offensivi. Quanto alla globalizzazione, il tribunale può verificare se la riduzione della protezione sociale sia compatibile con la Convenzione. A proposito del clientelismo, purtroppo il tribunale può fare poco per creare un circolo virtuoso. Certo, tra gli elementi dello stato di diritto c’è la trasparenza. Se manca la trasparenza, lo stato di diritto funziona male...».

L’istituzione giudiziaria si pronuncia sui ricorsi statali e individuali. In questo mezzo secolo, il tribunale ha esaminato oltre 712mila domande, adottando più di 19.500 sentenze, tutte vincolanti per gli Stati membri. Oltre un quarto delle sentenze ha riguardato due Paesi: la Turchia e l’Italia (in prevalenza sul sovraffollamento delle carceri). La brusca reazione politica del presidente Recep Tayyip Erdogan dopo il tentato golpe del 2016 ha scatenato decine di migliaia di ricorsi presso il tribunale di Strasburgo. «Il governo turco – spiega ancora Raimondi– ha creato una commissione apposita. Noi possiamo procedere solo dopo che il ricorso interno abbia fatto la sua strada. Naturalmente la Corte deve vigilare sull’accesso e l’efficiacia dei ricorsi interni».

A conferma dello stile discreto, il presidente della Corte europea dei diritti dell’Uomo ha deciso di rimanere in disparte nel caso che riguarda Silvio Berlusconi. L’ex premier ha presentato ricorso a Strasburgo per via della Legge Severino, che gli impedisce di presentarsi alle prossime elezioni dopo la sua condanna definitiva per frode fiscale. La Grande Camera ha tenuto a fine novembre una udienza, l’unica prevista in questo caso. «Di solito – si limita a notare il presidente Raimondi – la sentenza giunge sei-dodici mesi dopo l’udienza». Più che in altri momenti, traspare forte, almeno agli occhi del giornalista, il desiderio del magistrato di tenere a distanza la politica nazionale, optando come in mare per il grande largo.

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