Scenari
Macron, metà alleato e metà competitor
di Andrea Goldstein
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Lo si è visto anche ieri a Roma, Emmanuel Macron non smette di suscitare grande entusiasmo e curiosità in tutto il mondo. La sua tournée cinese d’inizio anno ne è stata dimostrazione eloquente, dagli ideogrammi ammirativi con cui gli ospiti lo hanno battezzato, all’interesse per la coppia presidenziale. E hanno trovato tempo anche per digerire un discorso di più di un’ora sulle relazioni franco-cinesi infarcito di coltissime citazioni (Marguerite Yourcenar, Paul Claudel) e per legittimare la pretesa dell’Eliseo di parlare a nome dell’Europa intera, in un frangente in cui effettivamente Angela Merkel non può certo assentarsi da Berlino.

Da quando è apparso quasi all’improvviso sulla scena politica transalpina, da noi sembra fondamentale identificare il politico nostrano che più assomiglia al quarantenne allievo di Paul Ricoeur e dell’Ena, passato da Rothschild e vari incarichi pubblici prima di fare il ministro dello Sviluppo economico. Peine perdue, non soltanto perché è impossibile trovare in Italia qualcuno con un profilo anche remotamente simile, ma soprattutto perché - come spiegano molto più dottamente Riccardo Brizzi e Marc Lazar in La Francia di Macron (il Mulino 2017) - il sistema maggioritario d’Oltralpe consente a un candidato senza partito di conquistare l’Eliseo con una percentuale modestissima del voto popolare, e di consegnare a La République en marche una “ipermaggioranza” parlamentare senza precedenti nella storia della V République. Sicuramente l’abisso istituzionale sarebbe meno ampio e il potere del capo di governo più paragonabile se il referendum italiano del 2016 avesse avuto un esito diverso, ma in democrazia il popolo può essere sovrano e sbagliarsi lo stesso.

Senza dimenticare il Penelopegate che ha tramortito François Fillon, mentre alcuni nomi di possibili candidati per le prossime elezioni suggeriscono che noi italiani siamo evidentemente più smaliziati su queste quisquilie moralizzanti.

Commetterebbe però un grave errore chi si fermasse qui, agli aspetti formali, laddove la vera novità di Macron sta nella sostanza delle sue proposte e delle sue ambizioni, sul futuro della Francia come su quello dell’Europa.

Anche a Roma nei suoi incontri di ieri, Monsieur le Président ha ribadito l’intenzione di continuare nel 2018 a riformare con la stessa intensità e ritmo dei suoi primi otto mesi al potere, per rendere la Francia più forte e giusta. Questo significa nuove leggi sull’impresa, l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati, la casa, così come sull’assicurazione contro la disoccupazione, la formazione professionale e l’apprendistato. Misure nazionali, ma dalle ovvie ricadute extra-territoriali - un esempio per tutti, il sistema delle quote per i migranti, dove la Francia sembra sostenere un’ambigua solidarietà selettiva, più vicina alle posizioni del Gruppo di Visegrad che a quelle di Germania e Svezia, i Paesi più accoglienti e su cui conta l’Italia per il burden sharing dell’emergenza umanitaria.

Sulla governance dell’Europa e dell’Eurozona, Macron si è pronunciato in autunno, in due discorsi tenuti in luoghi di grande simbolismo, la Sorbona e l’Acropoli. Nel rituale discorso di San Silvestro si è rivolto direttamente ai citoyens européens, esortandoli a resistere alle sirene dei nazionalisti e degli scettici, a ritrovare l’ambizione e ad aiutarlo a profilare un grande progetto. Al di là dei tecnicismi del bilancio europeo, del ministro delle Finanze dell’Eurozona, delle garanzie sui depositi e della supervisione bancaria, Macron vuole organizzare le conventions démocratiques tra maggio e ottobre 2018 per riformare l’Unione europea, da svolgersi in due tempi: una consultazione su Internet aperta a tutti, seguita da dibattiti negli Stati membri. Una proposta non esente da ingenuità - non è chiaro quali sarebbero le domande specifiche e deliberare online non equivale a creare un vero sentimento di fiducia, oltre a richiedere la presenza di un moderatore che garantisca che nessuno domini le interazioni - ma va riconosciuto a Macron di gettare le basi per un esercizio che può ridare vigore e legittimità al processo di costruzione europea, che per sua natura non è mai completo ed è in costante evoluzione.

Non si tratta certo di idealizzare Macron, la cui luna di miele può finire tanto improvvisamente come è iniziata, né tantomeno la Francia, alle prese con problemi sociali e identitari seri, ma piuttosto di riconoscere che, dato che l’Europa è volente (e sarebbe meglio) o nolente il destino dell’Italia e degli italiani, vanno ascoltate con attenzione le idee altrui e capite le rispettive intenzioni e interessi. Parigi rappresenta per noi un partner economico importantissimo, alla pari con Berlino e Washington, e un potenziale alleato nel continuo gioco politico della Ue, ma anche spesso un rivale insidioso su tanti dossier. In questo momento, la Francia è anche una sorta di Nuova Atene, faro dell’Occidente aperto alla globalizzazione, pur essendo cosciente delle sue contraddizioni, e paladina del multilateralismo liberale: addirittura country of the year a detta dell’Economist, che di solito ai francesi riserva giudizi severi. La voce di Macron, insomma, conta sempre di più, ed è incoraggiante che consideri tanto importante il rapporto con l’Italia da avere sottoscritto un Trattato bilaterale di cooperazione con il nostro premier Gentiloni.

In Italia, sappiamo cosa pensano autorevoli esponenti politici sulla tassazione del cibo per animali domestici, le attività italiane delle Open Society Foundations di George Soros, il limite di spesa per il contante e l’inquinamento da scie chimiche. Tutte questioni evidentemente fondamentali per l’avvenire della terza economia dell’Eurozona, anche se sfugge come possano contribuire ad aumentare la produttività, migliorare il benessere, ridurre le ineguaglianze, sostenere la natalità. A una cinquantina di giorni dal voto è legittimo auspicare che chi ambisce a dirigere il Paese trovi anche il tempo per spiegare cosa ne pensa delle proposte di Macron e come si comporterebbe al tavolo del Consiglio europeo di fronte ai nostri partner.

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