Cultura e Societa
Premio Nonino, vincono lo scrittore Kadaré, il filosofo Agamben e i baristi di P(our)
di Stefano Salis
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Sono all'insegna della tradizione i premi Nonino 2018. La giuria, che spesso ha “indovinato” futuri Nobel e perseguito linee e tendenze culturali molto prima che diventassero “mainstream”, quest'anno sembra essere andata sul sicuro, premiando, del resto, due mostri sacri della cultura contemporanea. E forse se non dovesse arrivare il Nobel (premio discutibile quanto si vuole ma di incomparabile appeal mediatico), il Nonino non è assolutamente un premio da meno.
I due premiati, infatti, sono il poeta e romanziere albanese Ismail Kadare e il filosofo Giorgio Agamben, che si è aggiudicato il prestigioso titolo di “maestro del nostro tempo”, soprattutto per essere creatore del concetto di “Homo Sacer”, essere umano la cui vita è sacra.
Il premio Nonino, promosso per il 43/o anno dalle distillerie di Percoto (Udine) e destinato a grandi personaggi della cultura mondiale è conferito da una giuria autorevolissima presieduta dal Nobel V.S. Naipaul.
Ma c'è ovviamente anche l'innovazione. Ed è rappresentato dal premio apparentemente più “conservatore”: il “Risit d'Aur” (Barbatella d'oro). Che quest'anno va al progetto benefico internazionale “P(our)” fondato nel 2016 da Alex Kratena, Ryan Chetiyawardana, Jim Meehan, Simone Caporale, Monica Berg, Joerg Meyer e Xavier Padovani, che si pone l'obiettivo di creare una comunità globale di bartender, baristi, sommelier, birrai, distillatori e produttori di vino che possa stimolare e reinventare il mondo del beverage attraverso nuove idee, conoscenze, ispirazioni, esperienze, valori.
La cerimonia di premiazione di svolgerà alle Distillerie Nonino di Ronchi di Percoto (Udine) il 27 gennaio prossimo.
Due parole ancora sui due premi individuali. Poeta, saggista, romanzier e sceneggiatore nato a Argirocastro in Albania, Kadarè è davvero l'”aedo innamorato e critico del suo popolo”, come lo definisce la giuria nella motivazione. Le sue opere, tra realtà storiche e leggende, rievocano grandezze e tragedie del passato balcanico e ottomano, e creano grandi narrazioni. Intellettuale integerrimo, è esule a Parigi dal tempo della dittatura “per non offrire i suoi servigi alla tirannide”, ma ha sempre rifiutato il silenzio, “che è la metà del male, immergendo spesso il suo raccontare in mondi immaginari, divenendo testimone degli orrori perpetrati dal totalitarismo e dai suoi inquisitori. Ha fatto della tolleranza religiosa uno dei cardini della sua opera”. Il premio gli verrà consegnato da Claudio Magris, membro della giuria e autore affine a Kadaré.
Le indagini di Giorgio Agamben, invece, spaziano dal linguaggio alla metafisica e dall'estetica all'etica. “Agamben – si legge nelle motivazioni della giuria - si definisce un epigono, considerate le sue intense esperienze con il fiorire del libero pensiero; costruisce sull'esempio di Michel Foucault, delle sue idee e intuizioni, una biopolitica e crea il concetto dell'Homo Sacer, un essere umano la cui vita è sacra, il che significa che può essere ucciso ma non sacrificato; traccia un'evoluzione, da un uomo antico che “poteva” a un uomo moderno che “vuole”, e si pone al di sopra sia delle leggi umane sia di quelle divine, aprendo la strada a un'età di olocausti. Per rendersi visibili, le società devono lottare fra due opposti principi: quello dei diritti legali e quello dell'anomia. Agamben spesso traduce la sua filosofia in pura poesia immersa nella natura; ascoltate la sua mirabile descrizione tratta dal suo ultimo libro, Autoritratto nello studio: “L'erba è Dio. Nell'erba – in Dio – sono tutti coloro che ho amato. Per l'erba e nell'erba e come l'erba ho vissuto e vivrò”.

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