Italia
Dove dialogano umano e divino
di Giulio Busi
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Bella, certo. Ma ne esistono forse di più belle. È antica, vetusta di millenni. Di città ancor più antiche è però sparso il Vicino oriente.

Per fermarci a pochi chilometri di distanza, Gerico risale, secondo alcuni, addirittura a undici millenni fa.

E che dire di Erbil, l’antica Arbela, più distante, nell’Iraq curdo, che conserva ancora, nell’impianto urbanistico, la memoria dei suoi fasti sumeri e assiri?

Se bellezza o antichità non sono le sue prerogative esclusive, cosa rende Gerusalemme unica? «In quanto ai gebusei, però, che abitavano a Gerusalemme, non poterono i figli di Giuda scacciarli; perciò il gebuseo abita in Gerusalemme, coi figli di Giuda, fino a questo giorno». Una città contesa, così la descrive il libro biblico di Giosuè. Durante la conquista di Canaan, gli israeliti non riescono a liberarsi dei gebusei, gli antichi abitanti del luogo, e devono rassegnarsi alla coabitazione. «Fino a questo giorno» allude all’attualità nel passato. Di quando si parla? Di tremila anni fa? O di ieri, di oggi, di domani? Gerusalemme città di difficili compresenze, in antico, ancora, sempre. Per sempre?

Le tre religioni monoteistiche onorano in Abramo un padre comune. Avere un avo condiviso non è certo bastato a far andare d’accordo giudaismo, cristianesimo e islam. Ma dividersi una città s’è rivelato enormemente più difficile del pagare tributo all’ascendenza abramitica. Gerusalemme divide. “Yerushalayim” – il suo nome ebraico è interpretato dalla tradizione come “fondazione di pace (shalom)”. È un’etimologia rasserenante, che conforta. Troppo beneaugurale per essere vera. Il significato originario del toponimo è, probabilmente, “fondazione di Shalem”, luogo consacrato al dio Shalem, forse da identificarsi con Venere, stella della sera. Una città è innanzitutto un sistema di comunicazione, un intreccio di pietre, marmi, uomini, fatto per parlarsi, per trovarsi, per prosperare assieme. È un sistema orizzontale, terreno, del qui e ora. Oltre a questo, all’essere fulcro di commerci e di vita vissuta, Gerusalemme è, da millenni, anche un sistema verticale, che mette in comunicazione umano e divino. Nel simbolismo ebraico, la città è al centro del mondo, e il centro del centro è rappresentato dal suo Tempio. Può un centro venir distrutto, cancellato? Senz’altro possono venir distrutte le pietre, o asportati i suoi arredi sacri. Ma il centro rimane dov’era, invisibile eppure presente.

Se le città possono ammalarsi, allora la malattia di Gerusalemme è l’ipertrofia simbolica. Troppo carica di significati metaforici per poter vivere “solo” nel presente. Perenne allusione a qualcos’altro, tanto vera nella sua parte invisibile quanto nelle sue fontane e vie di candida solitudine o di accaldato affollamento.

Non a caso, Gerusalemme ha un doppio etereo. Accanto alla città adagiata sulla collina, ve n’è una seconda sospesa in cielo, che si allontana o avvicina al suolo a seconda degli eventi, dei peccati, delle speranze. Gerusalemme celeste non è solo un’espressione teologica o letteraria. È un modo di essere di questo luogo, quasi un’eco che, a tratti, sembrerebbe di cogliere mentre se ne percorrono le strade.

Cos’ha a che fare tutto questo con la politica? Molto, troppo. «Non sono stati né mio padre né mia madre a pormi in questo luogo ma il possente braccio del re». Così scrive il governatore di Gerusalemme nel quattordicesimo secolo a.C., consapevole di esser stato nominato al suo posto dal faraone d’Egitto, da cui dipende. Il ruolo simbolico di Gerusalemme è intriso di politica, del gioco del vincere e del perdere, della distruzione e della ricostruzione.

Su questa umanissima vicenda di potere e sopraffazione si fonda anche il bisogno di trascendenza, la necessità di trovare in cielo ragioni, scuse, spiegazioni per quanto avviene tra gli uomini. Se si guarda all’oggi, il presidente degli Stati Uniti è tanto meno, e tanto più del faraone di quasi 3400 anni fa. Tanto meno, perché di quello non ha lo statuto divino, il potere sacrale. Tanto di più, poiché le sue azioni politiche vengono amplificate a dismisura sul piano simbolico.

Il cielo sopra Gerusalemme è sempre stato affollato di messi superni, di angeli indaffarati a far la spola con notizie, editti, punizioni. Ma ora che anche gli uomini, e forse i demoni, hanno imparato a comunicare in un batter d’occhio, e diffondono onde digitali sempre più ampie d’immagini, d’ipotesi, di mezze verità o di spudorate bugie, una decisione ne può muovere infinite altre.

Per lo Stato di Israele, Gerusalemme è già la capitale. Irrinunciabile, insostituibile, non negoziabile. Ma a Gerusalemme, l’essere di fatto non è mai stato sufficiente. Da sempre, la dimensione simbolica ha qui un valore almeno altrettanto forte. Se c’è una città in cui di simboli si può vivere, e morire, è questa. Bella, ma non la più bella. Antica, ma non la più antica. E contesa, forse la più contesa.

07 DICEMBRE 2017 | 12:09
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