Interventi
Più venture capital per il biotech
di Valerio De Molli
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The European House – Ambrosetti, come primo think tank privato in Italia e tra i primi dieci in Europa, partecipa da sempre alla definizione delle strategie nazionali mirate ad accrescere la competitività internazionale del Paese. Da anni sosteniamo che, per dare maggiore impulso alla crescita dell’Italia, dobbiamo compiere alcune scelte coraggiose, privilegiando settori produttivi con elevato contenuto tecnologico e con alta domanda, sia sul mercato interno che sul mercato globale, come quello delle scienze della vita. Ricordiamo a tal proposito che il settore biotech funge da acceleratore di occupazione nell’indotto e la crescita occupazionale prodotta non è soggetta alla variabilità dei cicli economici. L’impatto del settore sull’industria manifatturiera è molto forte, dal momento che ogni nuovo addetto nel settore biotech ne genera cinque nell’indotto, a fronte di 1,6 nei settori tradizionali. Inoltre, rispetto all’intero comparto manifatturiero, la quota di spesa in ricerca & sviluppo sul fatturato è 2,3 volte maggiore.

In un nostro recente rapporto presentato al Technology Forum Life Sciences 2017 ai principali stakeholder e al Governo, abbiamo dimostrato quali sono le priorità per creare un volano virtuoso di crescita nel settore delle scienze della vita. Un elemento chiave è stimolare il venture capital dedicato alle Life sciences, che deve essere gestito da specialisti del settore in grado di portare competenze specifiche di rinforzo al processo di trasferimento tecnologico. Voglio ricordare la posizione dell’Italia rispetto agli altri Paesi: gli investimenti in venture capital pesano lo 0,002% del Pil in Italia, rispetto allo 0,11% del best performer europeo, la Danimarca. Anche se gli ultimi dati mostrano alcuni segnali incoraggianti, a questa velocità raggiungeremo la media dei top 3 in Europa (Danimarca, Lussemburgo e Finlandia) nel 2045 e la media di Francia, Germania e Regno Unito nel 2035. La capacità del settore di produrre innovazione si scontra, infatti, con le limitate dimensioni delle imprese e con la difficoltà di accesso ai capitali. Per fare un esempio, considerando le sole imprese specializzate nella Ricerca & Sviluppo biotecnologica, il 76% di queste è di piccolissime dimensioni (meno di 10 addetti), mentre le grandi aziende (più di 250 addetti) rappresentano poco meno del 3% del totale. Queste ultime, inoltre, sono presenti solamente nei settori delle biotecnologie industriali e in quelle applicate alla salute umana.

Nonostante le potenzialità del settore, la maggior parte delle piccole e medie aziende sono autofinanziate (il 56%), circa un quarto ha ricevuto accesso a contributi pubblici e privati in conto capitale, il 16% ha fatto ricorso a capitale di debito e solo il 4% ha ricevuto investimenti da venture capitalist.

Come ben evidenziato anche nel rapporto Technology Forum Life Sciences 2017, l’accesso al capitale di rischio da parte delle piccole e medie imprese italiane è uno dei principali limiti dell’ecosistema dell’innovazione italiano, un elemento di forte svantaggio per il settore delle Life sciences che, essendo a forte intensità di innovazione e avendo tempi di “maturazione” e sviluppo delle tecnologie spesso lunghi, necessita di “massa critica” degli investimenti. La mancanza di una competenza forte e diffusa nel processo di trasferimento tecnologico e la scarsità di capitale finanziario dedicato e specializzato sono le grandi criticità dell’ecosistema italiano delle scienze della vita. Chiunque possa portare, dall’Italia o dall’estero, competenze forti interessate al rinforzo del venture capital biotech italiano, facendo leva su un forte know how e track record internazionale, ma al contempo in grado di comprendere e valorizzare la peculiarità del nostro Paese, è più che benvenuto.

Abbiamo una ricerca scientifica di altissimo livello; un numero di “imprenditori seriali” nonché un interesse crescente verso l’imprenditoria da parte di giovani ricercatori competenti, preparati e propensi al necessario rischio. Quello che manca nel Paese è davvero il capitale dedicato e specializzato nel biotech. Quanto avviato negli ultimi anni dai Governi e dai singoli ministeri, relativamente al miglioramento del sistema alla ricerca, al supporto alle imprese innovative e al venture capital, lo conferma. Quello che conta ora è facilitare la nascita e la crescita di fondi dedicati e specializzati. Che i gestori dei fondi siano esistenti o di nuova costituzione, italiani o europei poco importa se il focus dell’attività di investimento è comunque l’Italia, con eventualmente penali molto forti a garanzia. La strada è chiara, occorre solo percorrerla.

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