Editoriali
Il realismo e l’ambiguità di Theresa May
di Sergio Fabbrini
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Brexit è ritornata nell'agenda europea. Pochi giorni prima delle elezioni tedesche e pochi giorni dopo il discorso sullo Stato dell'Unione del presidente della Commissione europea, il premier britannico Theresa May ha tenuto a Firenze un discorso sul futuro delle negoziazioni tra il suo Paese e l'Unione europea (Ue). Un discorso atteso, visto lo stallo in cui quelle negoziazioni sono finite. Dopo il referendum britannico del giugno 2016, sul versante europeo si è diffuso un sentimento di quasi-liberazione nei confronti Regno Unito e del suo eccentrico insularismo. Sul versante britannico, quel referendum, invece di risolvere il problema, lo ha reso ancora più confuso. Siccome lo stallo potrebbe avere conseguenze negative per entrambi, vale la pena di capire perché si è arrivati a questo punto e quindi di domandarsi se l'intervento di May può aiutare a sbloccarlo.

Cominciamo dal primo punto. Brexit è il risultato del fallimento della politica nell'uno e nell'altro versante della Manica. Le élite conservatrici britanniche si sono comportate come le tipiche classi politiche dell’Europa meridionale. Divise al loro interno sulla base di rivalità personali più che ideali, faziose e con forti tendenze al populismo, incapaci di individuare un punto di mediazione intorno a cui costruire una posizione nazionale, quelle élite hanno trasferito sui cittadini (con il referendum) la responsabilità di prendere una decisione che esse avrebbero dovuto prendere. Né si può dire che le élite laburiste si siano comportate meglio. Divise anch’esse al loro interno, hanno finito per fare del politicismo la loro filosofia, astenendosi dal prendere una chiara posizione, quasi che la questione della collocazione europea del loro Paese riguardasse solamente i conservatori. C’è poco da rallegrarsi per la meridionalizzazione delle élite politiche britanniche, se solo si pensi al ruolo storico avuto dal loro Paese (talora da solo in Europa) nel difendere la democrazia liberale e i mercati aperti durante le intemperie totalitarie del secolo scorso. A loro volta, anche le élite europee non hanno brillato. Anzi. Si sono comportate come le tipiche classi politiche dell’Europa settentrionale. Rigide nella difesa dogmatica di un modello univoco e aprioristico di integrazione continentale, quelle élite hanno continuato a pretendere che i britannici condividessero la loro stessa finalità. Certamente, hanno concesso ai britannici diversi opt-outs (autorizzandoli a non adottare l’euro, a non partecipare all'area di Schengen, a non riconoscere alcuni articoli della Carta dei diritti), ma quelle esenzioni furono intese come espedienti temporali, in attesa che gli eccentrici britannici diventassero finalmente come noi. È stata la combinazione del politicismo britannico e del dogmatismo continentale a produrre la crisi che ha condotto a Brexit.

Vediamo ora il secondo punto. È il discorso di May un passo in avanti per uscire da quella crisi? Sì, forse. Sì, perché è la prima volta che il premier britannico avanza una visione realistica del processo di secessione. Forse, perché rimangono ancora molte ambiguità nella posizione britannica. Finalmente May parla come un premier che ha i piedi sulla terra. Il Regno Unito uscirà dall’Ue il 29 marzo 2019, tuttavia tale uscita richiederà un periodo successivo di transizione (o di implementazione, come viene definito) in cui il Paese rimarrà all’interno del mercato unico e dell’unione doganale. Pur non partecipando alle istituzioni sovranazionali, il Regno Unito rispetterà, durante quel periodo (di un paio di anni), l’autorità della Corte europea di giustizia nella soluzione delle eventuali dispute che potrebbero insorgere. Nel frattempo, il Regno Unito si impegna a preservare l’Accordo del Venerdì Santo che ha consentito di eliminare la frontiera tra l’Irlanda del Nord (Ulster) e la Repubblica dell’Irlanda, a rispettare i diritti dei cittadini europei che vivono nel Paese (tra cui 600.000 italiani), a riconoscere l’autorità della Corte europea di giustizia là dove si creassero conflitti interpretativi con la legislazione britannica. Inoltre, Theresa May si è impegnata ad onorare gli obblighi finanziari presi dal Regno Unito nei confronti dell’Ue. Finalmente, le insensatezze del ministro degli esteri britannico Boris Johnson, secondo il quale il Regno Unito avrebbe trasferito quei fondi al suo sistema sanitario nazionale, sono state messe dove meritavano di essere messe.

Tuttavia, ci sono anche diversi “forse” nel discorso del premier britannico. Theresa May riconosce che la secessione potrebbe avere conseguenze disastrose. Per questo motivo propone di costruire una nuova partnership istituzionalizzata, intorno ai due pilastri del mercato e della sicurezza, tra il suo Paese e l’Ue. Un obiettivo difficile da raggiungere, perché il governo britannico sa quello che non vuole, ma non sa quello che vuole. Per quanto riguarda l’economia, non vuole entrare nell’Area Economica Europea in quanto i paesi che la costituiscono (Norvegia, Islanda e Liechtenstein) partecipano al mercato europeo adottando regolamentazioni che essi non hanno potuto decidere (in quanto non-membri dell’Ue). Il Regno Unito non vuole neppure adottare il modello degli accordi bilaterali tra l’Ue e la Svizzera, basati su una negoziazione minuziosa e differenziata. Entrambi quei modelli, per di più, prevedono l’accettazione, da parte dei partner dell’Ue, delle quattro libertà fondamentali costitutive del mercato singolo, quindi anche quella della libera circolazione degli individui. Allo stesso tempo, il Regno Unito non vuole replicare il modello dell'accordo tra l’Ue e il Canada (il CETA), entrato recentemente (e finalmente) in vigore. Quel modello vuole promuovere una progressiva armonizzazione regolativa tra l’economia europea e quella canadese, armonizzazione di già esistente tra l’economia europea e quella britannica dopo più di quaranta anni di comune integrazione. È comprensibile che il governo britannico consideri insoddisfacenti, rispetto alle sue esigenze, i modelli esistenti di cooperazione economica tra l’Ue e partner esterni. Tuttavia, il suo richiamo alla “creatività” è appesantito da troppe ambiguità per essere facilmente raccolto. Anche per quanto riguarda la sicurezza, si sa ciò che il governo britannico non vuole, ma non si sa ciò che vuole. Ciò che il Regno Unito ha dimostrato con costanza di non volere è un’Ue militarmente e politicamente unita e forte. Ad esempio, il Regno Unito, con la complicità attiva della Francia (va precisato), ha usato il suo status di potenza militare nucleare e il suo seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prevenire la formazione di una difesa autonoma europea, seppure integrata all’interno della NATO. Nel suo discorso, Theresa May ha avanzato la proposta di giungere ad un Trattato, tra il suo paese e l’Ue, che istituzionalizzi una collaborazione comprensiva sui temi della sicurezza, dell’ordine interno e della giustizia criminale. Bene. Ma come si concilia quel Trattato con la visione tradizionale britannica sull’Europa? In un Paese, come il Regno Unito, che fatica a fare i conti con la sua realtà post-imperiale, forte potrebbe essere la tentazione di trasferire sull’Europa le proprie difficoltà interne.

Insomma, se si tiene presente perché si è giunti alla crisi di Brexit, allora è bene tenere i piedi freddi. Occorre giungere ad un accordo comprensivo e ragionevole con il Regno Unito, ma quest’ultimo non può pensare di fare dall’esterno ciò che faceva dall’interno. Nello stesso tempo, l’Ue non deve mettere la Brexit in un cassetto, bensì deve riconoscerne il significato storico. La secessione britannica, infatti, è anche la conseguenza della visione dogmatica dell’integrazione perseguita dalle sue élite politiche.

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