Scenari
Low cost addio, il nuovo volto tecnologico della corporate China
di Biagio Simonetta
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Lo scorso giugno i colossi cinesi si sono incontrati al “Big Data Industry Expo 2017”. L’evento si è tenuto a Guiyang, capoluogo della regione del Guizhou, che la stampa locale ha ribattezzato «Big Data Valley». La regione è alle prese con l’industrializzazione, e negli ultimi tre anni almeno 400 società hanno trasferito lì le loro strutture dedicate ai Big Data. Un mix di clima ideale, incentivi fiscali e costi energetici contenuti ha consentito (e sta consentendo) il boom. Foxconn (la società che fabbrica gli iPhone, per intenderci), proprio nel Guizhou ha costruito il suo Green Data Tunnel, un’enorme struttura contenente 7mila server raffreddati naturalmente dai venti che attraversano le montagne.

Se i dati sono il nuovo petrolio, la Cina vuole recitare un ruolo da protagonista. I Big Data sono uno dei pilastri della “nuova normalità” disegnata dal presidente Xi Jinping. Le proiezioni cinesi sui settore parlano di un mercato da 5.440 miliardi di yuan (circa 830 miliardi di dollari) entro il 2020. Il tutto è reso semplice dai numeri di un Paese-continente. I cinesi online sono 751 milioni (i dati sono relativi al mese di giugno 2017, ndr), e sono 724 milioni gli utenti che utilizzano lo smartphone per navigare (quindi oltre il 96,3% dell’intera popolazione online). Numeri che fanno impallidire qualsiasi altro stato al mondo e che determinano una produzione di dati senza rivali.

La nuova Cina punterà molto sulla standardizzazione dei dati, con ingenti investimenti pubblici e privati. Esistono progetti basati sui Big Data che puntano al miglioramento del sistema sanitario, a una maggiore sicurezza del Paese ma anche all’ottenimento di un rating per ogni cittadino. Una scelta che ha fatto molto discutere quest’ultima. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire l’accesso al credito a tutti, anche a chi non può offrire garanzie bancarie. Come? Attraverso le piattaforme come Alibaba (l’Amazon cinese), autorizzata dalla banca centrale a emettere nuove forme creditizie. Da qui l’idea di sfruttare i Big Data per avere un quadro completo dei cittadini. Il comportamento online, del resto, può fornire dati altamente profilati. E in Cina, senza troppa remore, hanno già dichiarato che l’obiettivo finale è quello di stabilire la «moralità» della singola persona. Inutile aggiungere che i lati oscuri sono troppi.

I colossi tech cinesi
La corsa all’innovazione è una partita aperta. Pechino ha un piano ben definito, consapevole che presto essere “fabbrica” potrebbe non bastare più. L’avvento della smart manufacturing potrebbe annullare il vantaggio competitivo della manodopera a basso costo. La nuova Cina, quella in grado di tallonare gli Stati Uniti sul versante dell’innovazione, è frutto di un disegno preciso. Un piano ormai decennale che affonda le sue radici nella grande crisi esplosa nel 2008. È lì che ha avuto inizio la corsa del dragone, fino ad allora fucina di ingegneri ma non di talenti creativi. Brava a imitare, ma non a inventare. Una corsa agevolata da una disponibilità finanziaria senza rivali. La Cina fabbrica di giocattoli e ciabatte di bassa qualità si è riscoperta, nel giro di qualche anno, capitale mondiale dell’elettronica. Una rivoluzione tecnologica che negli ultimi anni ha visto l’esplosione di marchi come Huawei, Xiaomi e Lenovo nell’elettronica di consumo, di Alibaba nel commercio elettronico e di Baidu nei servizi web. Colossi fra i quali spicca la società di investimento Tencent, proprietaria dell’app di messaggistica istantanea WeChat (il WhatsApp cinese), che è il primo investitore corporate cinese nella Silicon Valley, oltre a essere la società che capitalizza di più in tutta la Cina (circa 328 miliardi di dollari).

Il modello Silicon Valley
Il modello di business che ha fatto della Silicon Valley il principale polo di innovazione tecnologica al mondo sta influenzando notevolmente il governo cinese, tanto che secondo l’ultima indagine di Kpmg, “The Changing Landscape of Disruptive Technologies”, nel corso dei prossimi tre/quattro anni Shanghai e Pechino saranno tra i “Top 10 Innovation Hubs”. All’interno dello stesso studio, Stati Uniti e Cina sono identificati come i mercati più all’avanguardia, capaci di influenzare l’innovazione tecnologica globale.

Intelligenza Artificiale
Altro settore strategico è quello dell’intelligenza artificiale, e anche qui Pechino ha un’agenda molto precisa: la Cina vuole diventare leader mondiale del settore, scalzando la supremazia degli Stati Uniti, entro il 2030. La strategia è stata approvata qualche settimana fa ed è stata strutturata su tre livelli di interventi. Il governo è pronto a mettere sul piatto 150 miliardi di Yuan (22 miliardi di dollari) per un settore che, secondo le stime interne, potrebbe valere 750 miliardi di dollari già nel 2025. I competitor più agguerriti sono gli americani Google e Facebook: due colossi che in Cina non hanno spazio, per quanto concerne i loro servizi Web.

Auto elettriche
La mobilità elettrica è un altro caposaldo della Cina che sta nascendo. Secondo McKinsey, il 43% dei veicoli elettrici assemblati nel mondo nel 2016 è stato prodotto nel Paese del Dragone. Gli accordi con i giganti dell’automotive sono noti. Ma c’è di più. C’è un piano nazionale ben preciso che punta con decisione ai due milioni di veicoli elettrici entro 2020 e a sette milioni entro il 2025. Se Tesla è il fenomeno internazionale più affascinante, Pechino non sta a guardare. L’intenzione è quella di raddoppiare la densità media delle batterie a ioni di litio, perché è proprio qui che si giocherà la vera partita. Secondo Bloomberg, in Cina stimano che le fabbriche di batterie raggiungeranno i 120 gigawattora entro il 2021, infrangendo la leadership statunitense. Una leadership che, se proiettata nel mondo delle smart city e dell’IoT, assume ancora più importanza.

Robotica e Industria 4.0
La corsa alla leadership mondiale in fatto di robotica è una sfida a due. Cina e Stati Uniti si contendono un mercato che, secondo IDC, entro il 2019 avrà un valore di 135 miliardi di dollari. La partita si gioca a colpi di brevetti, con la Cina che ne detiene il 35% a livello globale. E se questo è lo scenario in fatto di prodotti consumer, Pechino punta forte anche sull’automazione in campo industriale. Il progetto ha un nome e un’agenda: China Manufacturing 2025. Ed è stato lanciato nel 2015. È un piano di Industria 4.0 molto dettagliato e proiettato sul lungo periodo. Fra gli obiettivi prefissati quello di produrre, entro il 2024, il 70% dei robot industriali di cui il Paese ha bisogno. Il governo deve difendere la leadership industriale acquisita in questi anni dall’innovazione e dall’automazione che cambieranno il mondo del lavoro. I timori di Pechino sono fondati. Questa è una battaglia che la Cina può perdere, perché il suo vantaggio strategico è ancora poggiato sul costo del lavoro. Una variabile che nell’Industria 4.0 perderà la sua centralità. Ed è per questo che il Paese sta investendo il 2% del suo Pil in Ricerca e Sviluppo. La smart manufacturing ha bisogno di competenze qualificate, di hardware e software all’avanguardia, di dati e analisi. La Cina si sta attrezzando, perché da fabbrica del mondo vuole diventare pioniera dell’innovazione. E sembra avere le carte in regola per farcela.

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