Editoriali
La grande coalizione che serve all’Europa
di Alessandro Merli
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Non è facile emozionarsi per elezioni in cui l’incognita più interessante è chi si piazzerà al terzo posto.

Il primo e il secondo partito del voto tedesco del 24 settembre prossimo saranno con ogni probabilità l’Unione democristiana del cancelliere Angela Merkel, data dai sondaggi attorno al 38%, e i socialdemocratici del suo sfidante, Martin Schulz, visti attorno al 24%. Domenica sera, il dibattito televisivo fra i due, unico confronto diretto della campagna elettorale, ha confermato un quadro statico e un po’ noioso, anche se i toni civili della discussione avranno sorpreso l’opinione pubblica di Paesi come l’Italia, gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, ormai abituati alla politica fatta di insulti e grida.

Così l’attenzione degli osservatori si concentra sul plotoncino di quattro partiti, la sinistra della Linke, l’estrema destra dell’AfD (Alternativa per la Germania), i redivivi liberaldemocratici della Fdp e i Verdi, tutti fra l’8 e il 10% nei sondaggi. A differenza del 2013, quando entrarono al Bundestag solo quattro partiti, stavolta sei formazioni dovrebbero superare lo sbarramento del 5%, compresa la AfD, dando per la prima volta dall’immediato dopoguerra una rappresentanza parlamentare all’ultradestra, e i rientranti liberali. Il che complica l’equazione delle alleanze di Governo per il dopo-voto e fa del periodo dopo il 24 settembre una fase politica assai più interessante della soporifera campagna in corso.

Una delle poche cose che il dibattito di domenica sera ha rivelato, è che i due partiti maggiori sono nei fatti pronti a una riedizione della grande coalizione oggi al potere a Berlino: anche se non si tratta della prima opzione né della signora Merkel, che preferirebbe un patto con la Fdp o con i Verdi, né di Schulz, che anzi è stato scelto dalla Spd nel gennaio scorso proprio come il volto dell’alternativa alla grande coalizione e per questo ha goduto allora di una breve fiammata di popolarità. Il disastro delle elezioni regionali della primavera, che hanno mostrato l’avversione dell’elettorato alla possibilità di un’alleanza della Spd con Linke e Verdi, ha chiuso questa porta.

I socialdemocratici dovranno quindi accucciarsi di nuovo in posizione subalterna o battere la strada dell’opposizione. In tv, Schulz non ha saputo differenziare a sufficienza la sua posizione da quella del cancelliere da giustificare un recupero di consensi. Anzi, il fatto che i due abbiano passato più tempo ad annuire alle frasi l’uno dell’altro, che non a contraddirsi (lasciando fuori alcuni dei temi chiave, come economia, riforma dell’Eurozona, digitalizzazione), è stato letto come un altro segnale che alla fine potrebbero scivolare sul piano inclinato di un’altra grande coalizione. Si tratterebbe anche della maggioranza più pro-europea possibile.

La nuova Grosse Koalition verrebbe resa anche più probabile se la vicinanza delle posizioni fra i due partiti più grandi aprisse più spazio agli altri e soprattutto ad AfD, uno dei due gruppi (insieme alla Linke) con cui Angela Merkel ha escluso tassativamente di potersi alleare.

La presenza di sei partiti in Parlamento esclude anche che l’unione democristiana Cdu/Csu possa raggiungere la maggioranza assoluta, che sfiorò nel 2013 per soli 4 seggi, anche se dovesse risalire alla percentuale di voto di allora, attorno al 41 per cento.

L’alleanza naturale fra democristiani e liberaldemocratici potrebbe andare incontro all’ostacolo insormontabile di non sommare i voti e i seggi sufficienti. Il patto a tre che includa anche i Verdi (la cosiddetta coalizione Giamaica, dai colori dei tre partiti, nero, verde e giallo) potrebbe invece andare incontro a problemi politici di non poco conto nel mettere assieme i due partiti minori, diversi per cultura e base elettorale: in particolare, la frattura latente fra l’ala più oltranzista dei Verdi e quella più pragmatica rischierebbe di esplodere. Christian Odendahl, capo economista del Centre for European Reform, in un’analisi pubblicata dopo il dibattito , butta lì l’ipotesi intrigante di un Governo democristiano di minoranza, con l’appoggio “variabile” di Spd, Fdp e Verdi. Ma questo sembra contraddire la predilezione dell’elettorato tedesco per la stabilità.

Dopo il 24 settembre, la trattativa per la formazione del nuovo Governo, anche se si sa già chi lo guiderà, rischia di essere lunga: nel 2013, pur con un unico risultato possibile, ci vollero più di novanta giorni.

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