Interventi
Se la Cina guarda alla Yellen (e viceversa)
di Donato Masciandaro
Img Description

Riuscirà Janet Yellen, presidente della banca centrale americana (Fed) a sgonfiare la bolla monetaria americana? E riuscirà Zhou Xiaochuan, presidente della banca centrale cinese (Pbc), a sgonfiare la sua bolla finanziaria?

Sono due quesiti cruciali per chi guarda alle possibili incognite geopolitiche che potrebbero nei prossimi mesi ostacolare il proseguimento della ripresa economica mondiale. Ma allo stesso tempo sono due sfide molto più legate tra loro di quanto potrebbe sembrare a prima vista. I mercati finanziari mondiali hanno già i riflettori puntati sul 20 settembre, quando la Fed annunzierà le sue scelte di politiche monetaria. L’attesa è alta, perché i dati macroeconomici offrono uno scenario che si presta a due diverse letture.

La crescita economica e degli occupati offre una fotografia positiva dell’economia statunitense, che supporta la richiesta di chi – i falchi – vorrebbe che la Fed normalizzasse il corso della politica monetaria. La normalizzazione monetaria implica da un lato tassi di interesse collocati in modo stabile in territorio positivo, da un altro lato una progressiva sterilizzazione della copiosa liquidità che la Fed ha iniettato sul mercato dal 2008 ad oggi, acquistando titoli pubblici e privati.

Allo stesso tempo però la dinamica dei salari e dei prezzi è ancora lontana da un ritmo di crescita ottimale. Tale anemia è fonte di preoccupazione per chi – le colombe – vorrebbe una Fed più prudente. La prudenza è dettata dai rischi che una normalizzazione affrettata potrebbe causare sia alla crescita economica statunitense, sia in termini di effetti collaterali destabilizzanti per la dinamica economica e finanziaria di tutti quei Paesi che hanno passività ed attività denominate in dollari. Cina inclusa.

Le colombe guardano anche agli scompensi esterni di eventuali errori della politica monetaria a stelle e strisce, mentre i falchi tendono a disinteressarsene; l’America prima di tutto è uno slogan che probabilmente ai falchi piace molto. Ma non guardare la Cina e la sua politica monetaria significa comportarsi da struzzi, più che da falchi. Per almeno due ragioni.

Da un lato la politica monetaria cinese appare legata a quella americana. Una recente analisi della Banca dei Regolamenti Internazionali mostra come dagli inizi degli anni 2000 il profilo della condotta della Pbc, anche tenendo conto degli andamenti dei tassi di interesse, sia sensibilmente condizionato dalla dinamica dei tassi di interesse definiti dalla Fed, muovendosi in coerenza con essa. L’analogia è molto interessante: la Cina sembra aver adottato una politica monetaria molto simile a quella dei Paesi industrializzati nel decennio precedente, vale a dire molto attenta alla dinamica dell’inflazione e tendenzialmente non accomodante.

L’analogia non finisce qui: anche in Cina la maggiore disciplina monetaria si è accoppiata nei fatti ad una deregolamentazione finanziaria, che ha fatto sviluppare un cosiddetto sistema finanziario ombra, che ha copiosamente finanziato – tra l’altro, ma non solo – la crescita esuberante del settore immobiliare. Il risultato è il rischio di una bolla finanziaria in Cina, che oggi le autorità cinesi, ed in particolare la banca centrale, stanno cercando di sgonfiare. Allo stesso tempo, la Cina, anche attraverso la sua banca centrale, detiene quote importanti di passività dello Stato americano: dollari e titoli del debito.

America e Cina sono legate a doppio filo: i due banchieri centrali ne sono senz’altro consapevoli, come entrambi sanno che le rispettive banche centrali sono molto dipendenti dalla politica. È quella la vera incognita.

Hai raggiunto il limite di 10 articoli gratuiti disponibili questo mese.
Abbonati a Il Sole 24 Ore Mobile per avere accedere illimitatamente a tutti i contenuti del sito mobile
Inserisci il tuo numero di cellulare per attivare l'offerta o, se sei già abbonato, per continuare a leggere.
Altre informazioni